Gonfienti è un sito archeologico situato alla periferia orientale di Prato e in parte nel territorio comunale di Campi Bisenzio, in Toscana, presso la confluenza del torrente Marinella nel fiume Bisenzio, ai piedi dei monti della Calvana, ai margini del bacino lacustre-fluviale Firenze-Prato-Pistoia.

L'area ha restituito le tracce di un villaggio della media età del bronzo, di un esteso abitato etrusco di epoca tardo-arcaica e di successive frequentazioni di età etrusca più recente e infine romana. L'abitato etrusco, individuato nel 1997 durante i lavori per la realizzazione dell'Interporto della Toscana centrale, era una città di nuova fondazione, pianificata intorno alla metà del VI secolo a.C. secondo uno schema ortogonale di strade e isolati ed estesa su una superficie di almeno 27 ettari. Il sito è considerato essenziale per lo studio del popolamento etrusco a nord dell'Arno e degli scambi che in età tardo-arcaica legavano quest'area all'Etruria padana.

Dal 2022 i reperti provenienti dagli scavi sono esposti nel Museo archeologico di Gonfienti, allestito nella Rocca Strozzi di Campi Bisenzio. Il toponimo Gonfienti, riferito al borgo medievale sorto presso la confluenza dei due corsi d'acqua, deriva dal latino confluentes; non ha quindi alcun rapporto con il nome della città etrusca, che rimane sconosciuto.

Storia delle ricerche I primi rinvenimenti di materiali antichi nella zona risalgono al 1734-1735: nel 1735, a Pizzidimonte di Prato, a pochi chilometri da Gonfienti, fu recuperato l'offerente bronzeo di Pizzidimonte, statuetta votiva etrusca oggi conservata al British Museum di Londra.

La scoperta dell'abitato etrusco avvenne nel 1997, in seguito ai ritrovamenti effettuati durante lo scavo di una conduttura idrica al servizio dell'Interporto della Toscana centrale, allora in costruzione alla periferia sud-orientale di Prato. Le prime campagne della Soprintendenza, condotte a partire dalla seconda metà degli anni Novanta con finalità di tutela, procedettero per ampi scavi in estensione, allo scopo di delimitare le aree di interesse archeologico da sottoporre a vincolo. Gli scavi estensivi del 2000-2001 nel cosiddetto lotto 15F portarono all'individuazione di un complesso di edifici disposti ai lati di una strada glareata, rivelando per la prima volta la natura urbana dell'insediamento; nello stesso periodo iniziò lo scavo del grande edificio residenziale del lotto 14, proseguito con regolarità fino al 2009 e poi con interventi puntuali negli anni successivi. Nel 2004, nell'ambito del progetto «Città degli Etruschi sul Bisenzio», l'area di potenziale espansione dell'abitato, circa 27 ettari, fu indagata con prospezioni geofisiche con georadar, verificate mediante una sessantina di saggi stratigrafici: le ricerche individuarono un ulteriore settore dell'insediamento esteso circa 5 ettari e riconobbero i depositi ghiaiosi naturali del Bisenzio, utili a ricostruire le antiche variazioni del suo alveo, mentre i saggi condotti fra la fine degli anni Novanta e il 2004 avevano consentito di sottoporre a tutela circa 12 ettari.

Nel 2017 una parte significativa dei terreni interessati dall'insediamento è stata acquisita dallo Stato italiano e l'area è divenuta sito archeologico protetto. Le indagini della Soprintendenza sono riprese con le campagne del 2020, dedicata al settore orientale esterno all'edificio del lotto 14, del 2021, concentrata sul lotto 15F e su un nuovo saggio denominato area 21, e del 2022, che ha approfondito il cortile e la viabilità del lotto 15F. A queste si sono affiancate le campagne di scavo dell'Università degli Studi di Firenze, avviate nell'ambito della collaborazione fra la Soprintendenza e la cattedra di Etruscologia del Dipartimento SAGAS e concentrate su un complesso edilizio contiguo all'edificio del lotto 14 e prospiciente la stessa strada glareata: le indagini, dirette da Luca Cappuccini e giunte nel 2025 alla quinta edizione, stanno mettendo in luce un edificio residenziale di oltre 400 m² a ovest dell'edificio del lotto 14. Nel 2022 è stata pubblicata l'edizione complessiva degli scavi condotti nei terreni acquisiti dallo Stato.

L'insediamento etrusco Impianto urbano

La città etrusca sorse sulla riva destra del Bisenzio, su un conoide alluvionale al termine meridionale del percorso vallivo che collegava la valle dell'Arno con i centri dell'Etruria padana attraverso l'Appennino tosco-emiliano. L'abitato fu pianificato secondo uno schema viario ortogonale, adattato alla morfologia del terreno e al naturale deflusso delle acque dalla Calvana verso il Bisenzio. Le strade principali erano glareate, con carreggiate larghe circa 9 metri e affiancate da canalette di drenaggio; una fitta rete di canali, in uso per tutta la vita dell'insediamento, assicurava il drenaggio e la difesa dalle piene in un'area a forte rischio di impaludamento. Per impianto urbanistico e posizione lungo la direttrice transappenninica, il centro è stato accostato a quello di Kainua presso Marzabotto. La scoperta di Gonfienti ha mostrato che l'impianto di Marzabotto non costituisce un'anomalia: fra VI e V secolo a.C. la pianificazione urbana etrusca era ormai codificata al punto che schemi ortogonali con orientamenti analoghi compaiono sui due versanti dell'Appennino; resta discusso se tale corrispondenza risalga a un disegno unitario transappenninico o all'applicazione di precetti religiosi standardizzati per la fondazione delle città. L'adozione di un impianto regolare è stata letta come atto fondativo, espressione di un paesaggio urbano «isonomico» in cui la norma della comunità prevale sugli interessi dei singoli gruppi aristocratici; a Gonfienti, come ad Adria e a Pontecagnano, la suddivisione del territorio agrario procedette inoltre di pari passo con la pianificazione dell'abitato, indizio di una riorganizzazione politica unitaria.

Gli edifici finora indagati, coerenti per orientamento e tecniche costruttive, ripetono alcune soluzioni: canali di drenaggio perimetrali, cortile centrale, affaccio diretto sulla viabilità interna e tetti in tegole.

L'edificio del lotto 14 Il complesso meglio conosciuto è il grande edificio residenziale del lotto 14 (edificio 1), costruito e utilizzato nel VI secolo a.C.: una struttura di circa 1400 m², di pianta irregolarmente rettangolare e orientata in senso nord-est/sud-ovest, con ambienti disposti attorno a un cortile interno quadrato, aperto e circondato da un portico su plinti, verso il quale spioveva il tetto (compluvium). L'edificio occupava un intero isolato, a differenza delle coeve abitazioni di Marzabotto, inserite all'interno di insulae; il cortile porticato, ornato di antefisse figurate, si apriva su un grande ambiente destinato al banchetto, dal quale provengono, in frantumi, vasi attici a figure rosse di eccezionale qualità. Presso l'angolo nord-occidentale del cortile si trovava un pozzo con vera rialzata; un canale profondo correva lungo il perimetro dell'edificio e l'ingresso si apriva sul lato meridionale, verso una strada. Nell'ala occidentale sono stati riconosciuti una cucina, con abbondanti frammenti di vasellame da fuoco, e un ambiente adiacente adibito a dispensa, con due grandi dolia; nell'ala orientale sono stati rinvenuti un forno a campana sotto il pavimento di un vano e, in un altro ambiente, un'olla capovolta protetta da argilla concotta, interpretata come possibile traccia di un culto domestico. L'ala settentrionale, la più rimaneggiata, subì ristrutturazioni già in età etrusca e poi in età romana. All'esterno dell'edificio sono stati individuati due vani accessori coevi, forse destinati al ricovero di materiali e animali.

Le dimensioni e la qualità dei materiali rinvenuti, fra cui ceramiche attiche di pregio, indicano l'elevato livello economico e sociale dei proprietari.

Il lotto 15F e le altre aree Nel settore occidentale dell'abitato (lotto 15F) le indagini hanno messo in luce più edifici distribuiti lungo i due lati di una strada glareata orientata in senso nord-est/sud-ovest: a ovest un corpo di fabbrica rettangolare di tre vani con un cortile esterno dotato di pozzo, a est un secondo edificio a vano quadrangolare, approfondito nelle campagne 2021 e 2022. Al di sotto delle strutture principali è stata riconosciuta una fase edilizia iniziale, databile tra la fine del VI e l'inizio del V secolo a.C. Il saggio dell'area 21, a est del lotto 15F, ha documentato un piano di calpestio di età arcaica in gran parte a cielo aperto, associato a strutture in legno e altri materiali deperibili e databile al V secolo a.C., a conferma dell'esistenza di spazi non edificati ma organizzati all'interno dell'abitato.

Cronologia La frequentazione dell'abitato etrusco arcaico è documentata dal VI secolo fino agli ultimi decenni del V secolo a.C. Entro la fine del V secolo a.C. la città fu abbandonata, nel quadro di uno spopolamento che interessò quasi tutti gli insediamenti della piana: la causa più probabile è individuata in un progressivo aumento delle precipitazioni, accompagnato da alluvioni rovinose registrate nei sedimenti, che rese l'area insostenibile per l'insediamento e la trasformò in una zona umida. Le strutture archeologiche risultano infatti sigillate da depositi alluvionali privi di elementi antropici, spessi in alcuni punti da uno a tre metri.

Dopo circa un secolo di abbandono, dalla fine del IV secolo a.C. l'area conobbe una ripresa insediativa a partire dai rilievi che circondano la piana. La datazione archeomagnetica di un forno domestico rinvenuto nell'area dell'Interporto, riferibile con maggiore probabilità al IV secolo a.C. (399-298 a.C.), documenta questa fase più recente di occupazione etrusca. La romanizzazione della piana ebbe inizio dal II secolo a.C., in concomitanza con le ultime guerre di Roma contro i Liguri.

I materiali

I reperti mobili restituiti dagli scavi comprendono in prevalenza ceramiche dei contesti domestici: ceramica d'impasto, acroma grezza e depurata, bucchero, ceramica dipinta di tipo etrusco-padano e ceramica attica.

Fra le produzioni locali spicca un cospicuo nucleo di kyathoi con anse a corna tronche e cave: almeno 75 esemplari, realizzati in maggioranza in bucchero e in misura minore in impasto e in ceramica depurata, con un repertorio decorativo che va dalla figura umana resa in forme stilizzate a motivi fitomorfi. Le analisi degli impasti, caratterizzati dalla presenza di diallagio, ne confermano la produzione locale. La forma, diffusa fra l'Arno e la valle della Sieve e gravitante su Fiesole, trova a Gonfienti la sua massima elaborazione tra il VI e il V secolo a.C. Un esemplare arricchito da zanne di cinghiale inserite nei cornetti, rinvenuto in una piccola cavità nell'ala settentrionale dell'edificio del lotto 14, è stato messo in relazione con possibili pratiche cultuali domestiche.

La ceramica attica, a figure rosse e a vernice nera, è attestata entro il V secolo a.C. Il reperto più noto è una kylix attica a figure rosse attribuita a Douris, rinvenuta in frammenti in due punti diversi dell'edificio del lotto 14 e ricomposta. Dal crollo del tetto dell'edificio del lotto 14 provengono tre antefisse tardo-arcaiche di pregevole fattura, con testa di menade entro un nimbo a conchiglia percorso da scanalature radiali, di produzione locale. Fra i materiali figurano inoltre frammenti di anfore corinzie, scorie metalliche, fibule di tipo Certosa e frammenti di aes rude.

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