La locuzione bombe del 1992-1993 indica un periodo della storia della Repubblica Italiana caratterizzato da una serie di attentati con ordigni da parte dell'organizzazione criminale siciliana di tipo mafioso Cosa nostra, realizzati in Italia durante i primi anni novanta del XX secolo, precisamente tra il 1992 ed il 1993.
Ciò che contraddistinse il periodo fu la natura particolarmente violenta delle azioni, per le quali furono utilizzate anche autobombe. Vennero attaccati membri delle forze di polizia (Giuliano Guazzelli, Giovanni Lizzio), della magistratura (Giovanni Falcone, Paolo Borsellino) ed esponenti politici (Salvo Lima), ma anche il patrimonio culturale, personalità non coinvolte direttamente nel contrasto alla mafia (come il giornalista Maurizio Costanzo) e anche semplici cittadini, con l'obiettivo di indebolire, colpire e ricattare lo Stato ed influenzare il governo e la società civile, al fine di creare le condizioni per realizzare una trattativa Stato-mafia.
La sfida diretta da parte della mafia sortì tuttavia una reazione decisa da parte dello Stato, che portò all'operazione Vespri siciliani e all'arresto di Salvatore Riina, capo assoluto di Cosa nostra.
Storia Le condanne del maxiprocesso di Palermo e la pianificazione
L'avvio della stagione degli attentati venne deciso nel corso di alcune riunioni ristrette della "Commissione regionale" di "Cosa nostra" avvenute nei pressi di Enna nel settembre-ottobre 1991 (a cui parteciparono Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe "Piddu" Madonia, Benedetto Santapaola), in cui venne stabilito un programma di azioni terroristiche contro lo Stato, che sarebbero state rivendicate con la sigla "Falange Armata"; subito dopo, durante una riunione della "Commissione provinciale" svoltasi nel dicembre 1991 (a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Motisi, Giuseppe Farinella, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Michelangelo La Barbera, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca, Raffaele Ganci, Nino Giuffrè, Giuseppe Montalto e Salvatore Madonia), venne deciso ed elaborato un piano stragista "ristretto", che prevedeva l'assassinio di nemici storici di Cosa nostra (i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e di personaggi rivelatisi "inaffidabili", primo fra tutti l'onorevole Salvo Lima, ma anche i politici Calogero Mannino, Claudio Martelli, Salvo Andò, Carlo Vizzini e Sebastiano Purpura.
Il 30 gennaio 1992 la Corte di cassazione confermò la sentenza del maxiprocesso che condannava Riina e molti altri boss all'ergastolo: in seguito a tale sentenza, nel febbraio-marzo 1992 si tennero sia una riunione plenaria della "Commissione regionale" (a cui parteciparono Riina, Provenzano, Giuseppe "Piddu" Madonia, Benedetto Santapaola e Salvatore Saitta) sia alcune riunioni ristrette della "Commissione provinciale" (a cui parteciparono Riina, Salvatore Biondino, Raffaele Ganci, Giovanni Brusca, Michelangelo La Barbera, Salvatore Cancemi), in cui si decise di dare inizio agli attentati e si stabilirono nuovi obiettivi da colpire.
I mancati attentati ai danni di Falcone, Martelli e Costanzo Nello stesso periodo, un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci) si spostò a Roma per uccidere il Ministro della Giustizia Claudio Martelli, il giudice antimafia Giovanni Falcone ed il presentatore televisivo Maurizio Costanzo, per via del suo forte impegno antimafia più volte espresso nelle sue trasmissioni; l'esplosivo e le armi (fucili, pistole, kalašnikov) necessarie per questi attentati vennero procurate da Matteo Messina Denaro ed affidate a Giovanbattista Coniglio (mafioso di Mazara del Vallo), il quale le nascose in un'intercapedine ricavata nel suo camion per trasportarle a Roma, dove vennero scaricate e occultate nello scantinato dell'abitazione di Antonio Scarano (spacciatore di droga di origini calabresi legato a Messina Denaro), che procurò anche un appartamento per ospitare il gruppo di fuoco. Dopo alcuni appostamenti nel centro di Roma, il gruppo non rintracciò il giudice Falcone e il ministro Martelli, decidendo quindi di ripiegare su Costanzo, che riuscirono a seguire per alcune sere dopo le registrazioni della trasmissione Maurizio Costanzo Show. Tuttavia Riina ordinò a Sinacori di sospendere tutto e tornare in Sicilia, perché “avevano trovato cose più importanti giù”.
L'omicidio Lima e l'allarme lanciato dal Viminale
Il 12 marzo 1992 un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Partanna-Mondello e San Lorenzo (Salvatore Biondino, Francesco Onorato, Salvatore Biondo, Simone Scalici, Giovan Battista Ferrante, Giovanni D'Angelo) compì l'omicidio dell'onorevole Salvo Lima a Mondello, alla vigilia delle elezioni politiche: due giorni dopo, una telefonata anonima arrivata alla sede ANSA di Torino rivendicò l'omicidio Lima a nome della sigla "Falange Armata".
Il 13 marzo, all'indomani dell'omicidio Lima, il giudice istruttore bolognese Leonardo Grassi trasmise al Ministro dell'Interno Vincenzo Scotti un'informativa contenente una fonte anonima (che poi si scoprì essere Elio Ciolini, arrestato per calunnia nell'ambito delle indagini per la strage di Bologna) in cui faceva riferimento «a fatti intesi a destabilizzare, nel periodo marzo-luglio di quest'anno, l'ordine pubblico nel nostro Paese in un quadro di "riordinamento politico" della destra europea deciso a Zagabria nel settembre del 1991 e di accreditamento in Italia di un nuovo ordine generale». Il 16 marzo successivo, Scotti e il capo della polizia Vincenzo Parisi inviarono ben tre circolari a tutte le prefetture italiane in cui si allertava del pericolo di «una campagna terroristica con omicidi esponenti DC, PSI e PDS, nonché sequestro e omicidio futuro presidente della Repubblica», indicando come possibili obiettivi Giulio Andreotti e Giuliano Amato. Le circolari furono rese pubbliche dall'agenzia ANSA ed Andreotti definì l'allarme lanciato dal Viminale «una patacca» mentre il Presidente della Repubblica uscente Francesco Cossiga parlò di «allarme eccessivo». Il 20 marzo, Scotti e Parisi furono chiamati a riferire sul contenuto dell'informativa alle Commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato riunite in seduta comune, in cui si giustificarono affermando di aver saputo in ritardo che la fonte anonima fosse il depistatore Ciolini.
L'omicidio Guazzelli
Il 4 aprile successivo, il giorno prima delle elezioni politiche, un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Porto Empedocle, Realmonte e Santa Elisabetta (Gerlandino Messina, Alfonso Falzone, Giuseppe Fanara, Joseph Focoso, Calogero Castronovo) uccise a colpi di pistola e kalashnikov il maresciallo dei Carabinieri Giuliano Guazzelli mentre percorreva la SS 115 Agrigento-Porto Empedocle, all'altezza del viadotto Morandi: il giorno seguente, una telefonata anonima a nome della sigla "Falange Armata" arrivata alla sede ANSA di Bari rivendicò l'omicidio Guazzelli.
Stragi di Palermo Capaci
Il 23 maggio seguente un gruppo di fuoco composto da mafiosi di San Giuseppe Jato, Altofonte, Corleone, Porta Nuova, Noce, San Lorenzo, Capaci e Mistretta (Giovanni Brusca, Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera, Pietro Rampulla, Leoluca Bagarella, Domenico e Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Salvatore Biondo, Antonino Troia, Giovanni Battaglia) compì un attentato dinamitardo lungo l'autostrada A29, nella zona di Capaci, nella quale rimasero uccisi il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta, mentre una decina di persone restarono ferite:duro' 5 giorni il " film " della strage Corriere della Sera, 13 novembre 1993 la sera stessa dell'attentato, una telefonata anonima rivendicò la strage a nome della sigla "Falange Armata".
In seguito alla strage di Capaci, l'8 giugno il Consiglio dei ministri (governo Andreotti VII) approvò il decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 detto "Scotti-Martelli" (anche "decreto Falcone"), che inasprì le prescrizioni dell'articolo 41 bis in tema di "carcere duro" riservato ai detenuti per reati di mafia: il giorno successivo, una telefonata anonima arrivata alla sede ANSA di Palermo a nome della sigla "Falange Armata" minacciò che "il carcere non si doveva toccare".
Secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia rese alcuni anni dopo, gli omicidi di Lima e Falcone furono eseguiti proprio in quel periodo per danneggiare il senatore Giulio Andreotti, il quale era considerato uno dei candidati più accreditati per l'elezione a Presidente della Repubblica; durante i giorni delle votazioni di maggio, la strage di Capaci orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro." Andreotti fece avvertire Violante: la bomba di Capaci è contro di me " Corriere della Sera, 28 agosto 1996
Via d'Amelio
A fine giugno Riina fece sospendere la preparazione di un attentato contro l'onorevole Calogero Mannino ed insistette particolarmente per accelerare l'uccisione del giudice Paolo Borsellino, eseguendola con modalità eclatanti. Il 19 luglio un gruppo di fuoco formato da mafiosi di Brancaccio, Corso dei Mille, Noce e San Lorenzo (Giuseppe Graviano, Cristofaro Cannella, Francesco Tagliavia, Lorenzo Tinnirello, Stefano e Domenico Ganci, Salvatore Biondino, Giovan Battista Ferrante, Salvatore Biondo) compì un attentato dinamitardo in via D'Amelio a Palermo, in cui rimasero uccisi il giudice Borsellino e cinque agenti di scorta, causando il ferimento di ventitré persone.
Il giorno stesso, una telefonata anonima a nome della sigla "Falange Armata" giunse alla sede ANSA di Palermo e rivendicò la strage. In seguito all'attentato di via d'Amelio, il decreto "Scotti-Martelli" venne convertito subito in legge e il regime del 41 bis applicato a circa 500 mafiosi già detenuti, 100 dei quali vennero trasferiti in blocco nelle carceri insulari dell'Asinara e di Pianosa; nei giorni successivi, il nuovo esecutivo (governo Amato I) diede il via all'operazione Vespri siciliani, con cui vennero inviati 7000 uomini dell'esercito in Sicilia per presidiare gli obiettivi sensibili.
L'omicidio Lizzio
Il 27 luglio, appena una settimana dopo la strage di via d'Amelio, un gruppo di fuoco della Famiglia di Catania (Natale Di Raimondo, Francesco Squillaci e Umberto Di Fazio) uccise a colpi di pistola l'Ispettore capo Giovanni Lizzio a causa delle sue indagini anti-racket che avevano portato in carcere diversi mafiosi catanesi. L'omicidio fu ordinato da Benedetto Santapaola ("rappresentante" della Famiglia di Catania) per compiacere Riina, che voleva allargare anche nella città etnea la campagna di attentati ai danni di esponenti delle istituzioni.
Il tentato omicidio di Germanà Il 14 settembre un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Corleone, Altofonte, Brancaccio e Castelvetrano (Leoluca Bagarella, Gioacchino La Barbera, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro) tentò di uccidere con fucili Kalashnikov sul lungomare di Mazara del Vallo il commissario Calogero Germanà (detto "Rino") per via del sue indagini antimafia insieme a Borsellino. Germanà riuscì a salvarsi miracolosamente, abbandonando l'auto sulla quale viaggiava e gettandosi in mare tra i bagnanti mentre gli sparavano.
L'omicidio Salvo e il proiettile al Giardino di Boboli