La povertà indica una condizione di scarsità materiale, sociale o spirituale, relativa a un ipotetico standard, opposta a una condizione ritenuta di ricchezza (o abbondanza).

Il termine "povertà" può riguardare diverse accezioni; riferito all'aspetto economico-finanziario attuale può definirsi come la condizione di singole persone o collettività umane nel loro complesso, che si trovano ad avere, per ragioni di ordine economico, un limitato o del tutto mancante — nel caso della condizione di miseria — accesso a beni essenziali e primari, ovvero a beni e servizi sociali d'importanza vitale.

La condizione di povertà come viene intesa oggi, secondo alcuni autori ha cominciato a delinearsi con l'avvento della civiltà urbana, in quanto le società primitive ad economia di sussistenza sono in grado di soddisfare i bisogni primari senza differenziazioni socio-economiche con un impiego di energia per la sopravvivenza adeguato alle loro necessità. Il giudicare povere le società tribali deriverebbe dalla tendenza dell'attuale società capitalistica a valutare secondo i propri valori e criteri tutte le altre società anche se portatrici di valori diversi. La povertà quindi, come tale, è in connessione con il concetto di ricchezza per cui sociologi hanno sostenuto la tesi che è la stessa ricchezza nell'ambito dell'economia industriale a produrre la povertà.

Terminologia Secondo alcuni etimologisti il termine nascerebbe dal latino pauper come la contrazione di pauca (poco), e pariens (che produce): "colui che produce poco"; per altri: "chi ha appena il necessario per vivere", per altri ancora: "chi scarseggia delle cose necessarie per una normale sussistenza".

Il lemma viene considerato con accezione negativa, mentre gli vengono riconosciuti connotati positivi col significato di povertà volontaria, quella cioè predicata da diverse religioni come distacco dai beni terreni (ad esempio il voto di povertà), da filosofie e anche da alcune teorie laiche egualitarie.

La povertà diventa pauperismo o miseria o indigenza quando riguarda masse che non riescono più ad assicurarsi i minimi mezzi di sussistenza: è questo un fenomeno collegato a una particolare congiuntura economica che porti al di sotto del minimo reddito di sussistenza una gran parte della popolazione.

Povertà e miseria

Con l'avvento della prima Rivoluzione industriale la povertà in linea generale tendeva a essere di grado più elevato nelle aree rurali che in quelle urbane dove si trovavano maggiori opportunità e fonti di reddito: inoltre nelle zone rurali, la povertà si accompagnava a un isolamento sociale maggiore di quello che la povertà di per sé determina. In genere però la povertà urbana può causare maggiori problemi rispetto a quella rurale, specie in ambiti sanitari che caratterizzano le baraccopoli o gli slums nei paesi in via di sviluppo. In base a nuove e diverse ricerche della Banca Mondiale che ha analizzato i dati provenienti da 90 Paesi a basso e medio reddito oggi la soglia di povertà nelle aree urbane è il 30% più elevata di quella delle aree rurali

Le famiglie povere sono di norma quelle più numerose, con un numero elevato di figli e di persone conviventi che tuttavia possono sostituire i servizi pubblici per l'assistenza dei genitori anziani. Una funzione analoga di assistenza e di mutuo soccorso viene svolta dalla cosiddetta famiglia allargata.

Il lavoro minorile è una fonte di reddito spesso essenziale per le famiglie povere, ma frequentemente causa un difetto dell'istruzione, determinando una sorta di circolo vizioso della povertà.

La posizione della donna riguardo alla situazione di povertà è spesso svantaggiata rispetto a quella dell'uomo, in termini sia di cultura e partecipazione alla vita sociale sia di carichi di lavoro e, talvolta, di disponibilità di cibo e altri beni essenziali.

Quando la povertà assume connotazioni estreme di assenza di beni materiali primari si parla di miseria, termine che assume anche un significato psicologico indicante sia un'estrema infelicità sia una condizione spirituale di grettezza e meschinità morale, al di là di quello economico e sociale come quello di povertà.

Il più delle volte nei vari significati i due termini vengono comunemente indicati come equivalenti, essendo la differenza genericamente indicata in un'accentuazione delle caratteristiche negative della miseria rispetto a quelle della povertà.Per questo motivo in questa voce, che mira a delineare soprattutto l'aspetto storico e sociale del tema in oggetto, più che quello specificatamente economico, non si farà una distinzione tra povertà e miseria trattandoli ambedue, sia pure arbitrariamente, ma per semplicità di esposizione, come termini genericamente equivalenti.

La soglia di povertà è un parametro statistico (che ha la valenza di criterio normativo) che cerca di stabilire quantitativamente una determinata situazione d'indigenza, per la quale chi vive in condizioni tali da non raggiungere il minimo reddito di base per la sopravvivenza (che secondo la Banca Mondiale viene indicato nell'avere due dollari per persona al giorno) può essere indicato in condizioni di povertà.Quasi mezzo miliardo di persone è uscito dalla povertà tra il 2005 e il 2010, una cifra storicamente mai raggiunta prima in un lasso di tempo così breve. Questo fenomeno si è verificato per "la forte crescita nei paesi in via di sviluppo dall'inizio del nuovo Millennio". Lo afferma un rapporto pubblicato da , istituto indipendente di ricerca con base a Washington D.C. I due ricercatori giungono a questa conclusione grazie a un aggiornamento delle stime sulla povertà globale. La loro ricerca li porta anche a concludere che l'obbiettivo del Millennio definito dall'ONU di dimezzare il numero di poveri entro il 2015 è stato raggiunto nel 2007. Di conseguenza, affermano i due autori, entro il 2015 il numero dei poveri sarà stato dimezzato ancora una volta, per raggiungere il 10% della popolazione mondiale, ovvero 600 milioni di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno. Non esistono invece indicatori certi dello stato di miseria, che del resto ha un aspetto molto più evidente dello stato di povertà, che può (entro certi limiti) essere mascheratoSignificativa l'espressione usata per indicare nel Medioevo quei benestanti che a causa di specifici problemi decadevano dal loro status sociale divenendo "pauper verecundus" (povero vergognoso). come quando si parla ad esempio di "una dignitosa povertà" mentre una "dignitosa miseria" è un'espressione improponibile.

Povertà ed emarginazione

La povertà costituisce la principale causa, ma non l'unica, di esclusione sociale o emarginazione: la peculiarità è che l'estromissione dall'accesso a beni e servizi essenziali deriva (quasi sempre de facto, in rari casi anche de iure) dalla scarsità di mezzi economici.

Ciò vale a distinguerla da altre situazioni in cui la privazione ha origini diverse, come i casi di discriminazione su base etnica, religiosa, sessuale (pur esistendo situazioni in cui tali condizioni si sovrappongono e aggravano fra loro). Si parla di povertà anche in termini "relativi", cioè in riferimento a situazioni di rilevante disparità di reddito e potere d'acquisto fra singoli e gruppi sociali nella stessa comunità nazionale o locale, che possono comportare anche povertà educativa, che descrive la carenza di istruzione formale, ma anche la privazione di opportunità formative, culturali e relazionali, che possono alimentare disuguaglianza, discriminazione e intolleranza, mettendo a rischio la salute globale.

Panorama storico della povertà nel mondo occidentale

La povertà nel mondo antico romano

La situazione dei poveri nel mondo antico romano divenne particolarmente grave in coincidenza con la crisi dell'Impero. Fino ad allora le stesse classi sociali più ricche avevano provveduto ad attenuare le condizioni dei poveri allo scopo di evitare sommovimenti sociali: periodiche elargizioni di beni, soprattutto alimentari, riuscivano così a conservare l'ordine sociale.

Già in epoca repubblicana la plebe era riuscita a ottenere la difesa dei suoi diritti mediante la creazione di un'apposita magistratura a lei riservata, quella dei tribuni della plebe che avrebbe dovuto proteggere coloro che come unica fonte di reddito avevano la loro prole, i proletari. Nell'età imperiale gli elementi più disagiati della popolazione, assumendo il ruolo di clientes, sostenitori di una casata gentilizia, riuscivano ad avere i beni essenziali per la sopravvivenza in cambio del loro appoggio politico. Le classi elevate consideravano con un certo disprezzo queste torme di poveri che con le loro sportulae (ceste) si presentavano periodicamente a ricevere quanto pretendevano. Si trattava di un ceto cittadino parassitario che il sistema economico romano basato sulla produzione schiavistica permetteva di sostenere. Quando però Roma, per la stessa estensione dei confini imperiali, sarà costretta a rinunciare alle guerre di conquista ed espansione e quindi ad acquisire nuovi schiavi, allora comincerà a emergere il problema della povertà e dei rimedi da mettere in atto per la sua soluzione.

Nell'età di Diocleziano il regime fiscale colpì pesantemente le campagne, in modo particolare i coloni che cominciarono ad abbandonarle per fuggire dall'oppressione delle tasse. Il mondo contadino comincia a essere afflitto pesantemente da miseria e malattie. "Il lamento inusitato" (Gregorio di Nissa, Sermo de pauperibus amandis, II) di bande di poveri si ode nelle campagne abbandonate, negli agri deserti. La miseria coesiste spesso con le malattie, in particolare la lebbra considerata una conseguenza di colpe morali. La guarigione comporterà quindi l'intervento del santo che liberi dai demoni della malattia l'ammalato e li ricacci nei loro covi.

L'oppressione fiscale fu la causa del brigantaggio di contadini poveri e di rivolte, come quelle delle Bagaudae in Gallia e Spagna, per ribellarsi allo Stato e alla Chiesa cattolica che li perseguitava per la loro adesione all'eresia donatista.

In questo periodo nasce la figura del patronus, un capo militare che in cambio del sostentamento dato ai soldati protegge i villaggi contadini dall'esattore delle tasse.

Il vescovo, buon patronus

La figura del patronus si estende dalla campagna alle città dove viene impersonata dal vescovo che proteggeva i contadini poveri che in occasione di carestie affluivano nelle città a mendicare il pane. A Milano, per esempio, è Ambrogio che difende i poveri della città che gli aristocratici vorrebbero espellere:

Ambrogio rappresenta il buon patronus difensore dei pauperes Christi ai quali egli stesso devolse gran parte del proprio patrimonio imitato da molti nobili di famiglia senatoria, convertitisi al Cristianesimo.

Questa carità degli uomini di Chiesa, come ha osservato A. Giardina, indeboliva il potere delle classi dominanti che riempivano le sportulae dei clientes:

Nel De Nabuthae historia, Ambrogio sostiene che è vero che la ricchezza in sé può essere causa di perdizione, ma il ricco può guadagnarsi la pietà di Dio:

Ambrogio rifiuta la convinzione generalizzata del suo tempo che vedeva nel povero un maledetto dalla divinità. I poveri vanno distinti in meritevoli e non meritevoli:

La povertà nel Medioevo