La storiografia dedicata alla caduta dell'Impero romano d'Occidente sin dagli inizi ha messo in discussione che questa potesse essere fissata, sia pure formalmente, alla data del 476, anno in cui Odoacre depose l'ultimo imperatore romano-occidentale, Romolo Augusto.

Il mito della decadenza e caduta di Roma

Già Arnaldo Momigliano (1908 – 1987), definito da Donald KaganD. Kogan (1932), storico statunitense, professore dell'Università di Yale, specializzato nella storia della Grecia antica, molto noto per i suoi quattro volumi di storia della guerra del Peloponneso. «il più importante studioso al mondo della storiografia del mondo antico», notava come fin dalla storiografia settecentesca la caduta dell'Impero romano rappresentasse «il valore di archetipo di ogni decadenza e quindi di simbolo delle nostre paure»A. Momigliano, Sesto contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, Tomo primo, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1980, p. 159..

Dagli storici illuministi sino a quelli della prima metà del Novecento la scomparsa dell'Impero romano d'Occidente è stata vista come la fine della civiltà antica e un simbolo delle ansie e paure del presente, quasi «un memento mori per la propria età»Peter Brown (1935), storico irlandese, professore di storia nelle Università di Oxford e di Princeton. Ha collaborato con Arnaldo Momigliano. Il 26 maggio 2001 nell'Aula Magna della Sapienza, l'Università di Pisa gli ha conferito la laurea "honoris causa" in storia..

In opposizione a questi, altri storici hanno visto nella Roma del IV e V secolo l'anticipazione e la conferma dei miti e delle certezze ideologiche proprie della loro epoca.

«La sacra retorica della storia sociale della tarda romanità»P. Brown, Society & the Holy in Late Antiquity (1982) – ISBN 9780520068001 è stata del tutto abbandonata negli ultimi anni del XX secolo da una moderna storiografia che all'angosciante visione della fine dell'Impero con la puntigliosa ricerca delle sue cause ha sostituito la concezione di quello che viene chiamato «il tardo antico»: un'età nuova, del tutto autonoma e diversa sia dal mondo classico sia da quello medioevale, rintracciabile in un periodo più o meno compreso tra il lII e il VII-VIII secolo d.C.

Gli umanisti

La visione della decadenza di Roma vista come la fine della splendida età dell'oro del periodo classico e premessa di un'età oscura di barbarie è il prodotto dell'umanesimo italiano: il periodo della rinascita della classicità.

Il tema della fine dell'Impero costituisce il sottofondo della polemica sulla questione della lingua, discussione apertasi con l'avvento della lingua volgare all'interno della lingua in uso - specie in chiave letteraria a quell'epoca.

La crisi del mondo classico e della sua lingua secondo Leonardo Bruni (1370–1444) andava rintracciata all'interno di quello stesso mondo: egli infatti riscontrava fenomeni di autocorruzione della lingua latina sostenendo l'esistenza di una diglossia: oltre al latino classico, aulico, sarebbe esistito un livello inferiore, meno corretto, usato informalmente nei contesti quotidiani, da cui provengono le lingue romanze.

Oppositore di questa teoria era Flavio Biondo (1392 – 1463), il creatore del termine Medioevo, il quale sosteneva invece che la causa della corruzione della lingua e della decadenza dell'Impero fosse attribuibile all'aggressione esterna dei popoli germanici.

XVII secolo Bossuet

Per lo storico e vescovo Jacques Bénigne Bossuet (1627-1704) ciò che aveva reso grande Roma era stata la libertà che gli antichi Romani preferivano alla ricchezza: per questo essi decisero di essere poveri e austeri.

Il rispetto per le leggi, il forte esercito e l'istituzione del senato contribuivano a rendere grande Roma con la sua politica di fedeltà alle alleanze e divisione dei nemici.

Per il Bossuet la causa della decadenza dell'Impero furono le guerre civili e la crescente influenza dell'esercito, che a un certo punto eleggeva e deponeva gli imperatori a suo piacimento, minando così la stabilità interna.

Fu quindi l'indisciplina dell'esercito la causa della rovina dell'impero.

Le teorie di Bossuet saranno riprese da alcuni illuministi come il Montesquieu.

Tillemont Louis-Sébastien Le Nain de Tillemont (1637 – 1698) fu l'autore di una monumentale opera sulla storia dell'Impero e della Chiesa, ancora oggi considerata, per l'ampiezza e la precisione di dettagli, un'opera di consultazione.

Tillemont dovette adeguarsi all'intervento della censura ecclesiastica pubblicando la sua opera divisa in due parti: la prima, lHistoire des empereurs et des autres princes qui ont regné durant les six première siècles de l'Eglise (Storia degli imperatori e degli altri principi che hanno regnato durante i primi sei secoli della Chiesa), in sei volumi (pubblicati dal 1690 al 1697: gli ultimi due postumi nel 1701 e nel 1738). La seconda parte fu edita con il titolo di Memoires pour servire à l'histoire ecclesiastique des six premiéres siecles (Memorie da utilizzare per la storia ecclesiastica dei primi sei secoli).

Tillemont fu uno dei primi storici che si resero conto come quella data del 476 d.C., che avrebbe segnato l'anno della caduta dell'Impero romano d'Occidente, era del tutto generica apparendo chiaro che dopo quell'anno la situazione politica e sociale dell'Impero era rimasta immutata rispetto a prima e che un cambiamento si notava solo dopo il VI secolo.

Tillemont quindi non fece nessuna differenza tra Impero d'Occidente e Impero d'Oriente e la sua fu semplicemente "la storia dell'impero romano" fino al VI secolo, da Augusto a Giustiniano I.

Inoltre come notò Momigliano, Tillemont, forse più del laico Machiavelli si era sforzato di presentare la storia dell'Impero assolutamente disgiunta da quella della ChiesaRivista storica italiana, Volume 107, Numeri 1-2, 1995, p. 105. con il proposito di giustificare «l'assolutismo del potere monarchico», in base al principio del «princeps legibus solutus» (principe sciolto dall'osservanza delle leggi).

Secondo gli Illuministi La tesi di Montesquieu

Montesquieu, nella sua opera Considerazioni sulle cause della grandezza e decadenza dei Romani, esaminava le cause della decadenza e rovina dell'Impero. Secondo il filosofo francese, i motivi che avevano reso grande Roma erano l'amore per la patria, l'incorruttibilità dei magistrati, la probità dei comandanti, l'influenza dello stoicismo, la severa disciplina militare, il cosiddetto divide et impera, l'equilibrio tra le istituzioni (che si controllavano a vicenda) e la capacità di impadronirsi delle tattiche altrui.

Montsquieu valutava positivamente anche gli scontri tra patrizi e plebei, che contribuirono a mantenere vivo lo spirito di libertà della Repubblica.Davide Monda, Amore e altri despoti: figure, temi e problemi nella civiltà letteraria, pag. 148

Tuttavia ben presto Roma conobbe il declino, a causa del crescente dispotismo seguito alla caduta della Repubblica che causò la perdita di tutti quei valori che l'avevano resa grande: cosicché, a causa dell'influenza dei molli e corrotti costumi orientali, la società romana divenne corrotta; le virtù repubblicane vennero represse dal dispotismo e dalla tirannia di imperatori come Nerone, Caligola, Commodo e Domiziano; l'estensione spropositata dell'Impero lo rese ingovernabile dal centro e la conseguente divisione dell'Impero in una pars occidentalis e una pars orientalis non fece altro che accelerarne la rovina, favorendo i barbari invasori.Davide Monda, Amore e altri despoti: figure, temi e problemi nella civiltà letteraria, pag. 149

Secondo Montesquieu, tutte le forme di governo, per stabili che siano, sono destinate prima o poi a decadere e a scomparire.

Dall'opera dello storico francese emerge un grande amore per la libertà repubblicana e una profonda condanna del dispotismo e della tirannia.

La tesi di Voltaire

Secondo Voltaire, le cause della caduta dell'Impero romano furono essenzialmente due:

I barbari Le dispute religiose

Secondo Voltaire i Romani non riuscirono a fronteggiare le invasioni barbariche perché avevano perso tutto il loro spirito combattivo per colpa del Cristianesimo, il quale li aveva ingentiliti; a causa della nuova religione l'Impero aveva adesso più monaci che soldati:

Un'altra causa della rovina dell'Impero scatenata dalla diffusione del cristianesimo furono le dispute religiose, che resero l'Impero meno coeso e ne accelerarono la rovina:

Per Voltaire quindi l'artefice principale della caduta dell'Impero fu Costantino I, l'Imperatore convertito che, con l'editto di Milano, aveva posto fine alle persecuzioni contro i Cristiani facendo trionfare la loro religione.Momigliano, Contributo alla storia degli studi classici, Volume 1, pag. 134

Egli affermò ironicamente:

La tesi di Gibbon

Nella Storia della decadenza e caduta dell'Impero romano, pubblicata a Londra dal 1776 al 1788, considerata la massima opera della storiografia settecentesca, l'inglese Edward Gibbon, elencava una serie di motivi che hanno portato alla decadenza dell'Impero:

« [...] la decadenza di Roma fu conseguenza naturale della sua grandezza. La prosperità portò a maturazione il principio della decadenza...Invece di chiederci perché fu distrutto, dovremmo sorprenderci che abbia retto tanto a lungo. Le legioni vittoriose, che in guerre lontane avevano appreso i vizi degli stranieri e dei mercenari,... il vigore del governo militare fu indebolito e alla fine abbattuto dalle istituzioni parziali di Costantino, e il mondo romano fu sommerso da un'ondata di barbari. Spesso la decadenza di Roma è stata attribuita al trasferimento della sede dell'Impero [...]. Tale pericolosa novità ridusse la forza e fomentò i vizi di un duplice regno... Sotto i regni successivi l'alleanza tra i due imperi fu ristabilita, ma l'aiuto dei Romani d'Oriente era tardivo, lento e inefficace [...].»E.Gibbon, Declino e caduta dell'Impero romano, ed. ridotta curata da A. Dero Saunders, pag. 448-452

ma da discepolo fedele di Voltaire, identificava nel Cristianesimo la causa prima della crisi dell'Impero:

«...l'introduzione, o quanto meno l'abuso, del cristianesimo ebbe una certa influenza sulla decadenza e caduta dell'Impero romano. Il clero predicava con successo la pazienza e la pussilanimità. Venivano scoraggiate le virtù attive della società, e gli ultimi resti di spirito militare finirono sepolti nel chiostro. [...]

...la Chiesa e persino lo stato furono sconvolti dalle fazioni religiose [...]; il mondo romano fu oppresso da una nuova specie di tirannia, e le sette perseguitate divennero i nemici segreti del paese. ...Se la decadenza dell'Impero romano fu affrettata dalla conversione di Costantino, la sua religione vittoriosa attenuò la violenza della caduta e addolcì l'indole crudele dei conquistatori»Op. cit. ibidem..

A parte l'evidente spirito anticlericale illuministico che ispirava l'analisi di Gibbon bisogna tuttavia riconoscerne l'attualità se anche Momigliano (1959) concordava nell'evidenziare come il trionfo del Cristianesimo avesse notevolmente influito sulle istituzioni della società pagana.

Secondo romantici e positivisti Né i romantici, che pure avevano rivalutato il Medioevo, né i positivisti del primo periodo si peritarono di accodarsi o di contrastare le tesi di Gibbon: nella loro visione ottimistica della storia non poteva rientrarvi l'analisi della decadenza dell'Impero e della fine della civiltà antica, anche se il nazionalismo, specie degli storici tedeschi, li spingeva ad esaltare la funzione storica delle invasioni barbariche da cui aveva originato quel Medioevo da loro positivamente considerato.

La storiografia ottocentesca preferì occuparsi della Roma repubblicana come il romantico Niebhur o il positivista Mommsen. L'eccezione a questa corrente interpretativa fu quella di Jacob Burckhardt.

La tesi di Herder