Nominato cavaliere del lavoro e ufficiale e poi commendatore della Légion d'Honneur, ha ricevuto la laurea honoris causa in diritto dalla Wesleyan University, Middletown, Connecticut (Stati Uniti d'America).
È soprannominato lingegnere in quanto laureato in ingegneria elettrotecnica e iscritto all'Ordine degli ingegneri di Torino dal 1972 con numero di iscrizione 2776.
Biografia I primi anni Carlo De Benedetti (all'anagrafe Debenedetti) è nato a Torino (preceduto dal fratello Franco) da Rodolfo Debenedetti, ebreo di famiglia piemontese, e Pierina Fumel, di origine francese e di fede cattolica."E tenga conto che mio padre era ebreo, il nostro cognome ebraico è Ben Baruch, e io stesso mi sento assolutamente ebreo", in Il padre apparteneva a una famiglia di professionisti e banchieri, ma fu il primo della casata a cimentarsi nell'industria: nel 1921 aveva fondato la Compagnia Italiana Tubi Metallici. A suggellare il loro status di "ricchi borghesi", nel 1935 i Debenedetti lasciarono la loro anonima residenza di via Bertola per trasferirsi in un esclusivo appartamento del senatore Giovanni Agnelli, lungo il centralissimo corso Oporto (attuale corso Matteotti).
La sua famiglia venne colpita dalle leggi razziali fasciste a causa delle origini ebraiche e nel 1943 fu costretta a lasciare l'Italia ottenendo asilo politico in Svizzera. Scampato il pericolo, rientrò a Torino dove Rodolfo riprese la sua attività imprenditoriale e tornò a vivere nello stesso stabile di prima della guerra.
Dopo la laurea in ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Torino (1958), svolse il servizio militare negli alpini a Bra come soldato semplice perché antimilitaristaGiuseppe Turani, L'Ingegnere, Milano, Sperling & Kupfer Editori, 1988, p. 25. e si sposò con Mita Crosetti, figlia di un noto cardiologo torinese,Alberto Mazzuca, I potenti del denaro, Milano, Editoriale Nuova, 1983, p.70. quindi cominciò a lavorare nell'azienda di famiglia. Assieme al fratello Franco acquisì nel 1972 la Gilardini, una società quotata in Borsa che fino ad allora si era occupata di affari immobiliari e che i due fratelli trasformeranno in una holding di successo, impegnata soprattutto nell'industria metalmeccanica. Carlo De Benedetti nella Gilardini ricoprirà le cariche di presidente e amministratore delegato fino al 1976. Nel 1974 fu nominato presidente dell'Unione Industriali di Torino (fu voluto dai fratelli Agnelli perché abile nel dialogare con i comunisti)Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo, Bologna, Minerva, 2017, p.469. e nel 1975 presidente regionale degli industriali del Piemonte.
Ebbe anche una breve esperienza in massoneria; in particolare "si fece iniziare in una loggia torinese per grande e naturale simpatia verso le tradizioni laiche nelle loro varie espressioni culturali, ma vi si affacciò due sole volte tra l'autunno del 1973 e il 1975. Deluso rispetto a promesse e aspettative, interruppe ogni rapporto con la loggia, ma per alto senso della dignità sua e dei fratelli, non insinuò di essere stato indotto."Aldo Alessandro Mola, Storia della Massoneria in Italia. Dal 1717 al 2018. Tre secoli di un Ordine iniziatico, Bompiani/Giunti, Firenze-Milano, 2018, p. 612-613. Venne regolarizzato maestro nel Grande Oriente d'Italia il 18 marzo 1975 con brevetto n. 21272.
L'esperienza FIAT Nel 1976, grazie all'appoggio di Gianni e Umberto Agnelli, quest'ultimo suo vecchio compagno di scuola (al San Giuseppe, in terza media e in quarta e quinta ginnasio),Alberto Statera, Un certo De Benedetti, Milano, Sperling & Kupfer Editori, 1984, p. 24; Alberto Mazzuca, I potenti del denaro, op.cit. p.64. fu nominato amministratore delegato della FIAT. Come "dote" portò con sé il 60% del capitale della Gilardini, che cedette alla FIAT in cambio di una quota azionaria della stessa società (il 5%) venduta dalla holding IFI. Mentre Umberto Agnelli lasciò gli incarichi operativi perché eletto senatore della DC, De Benedetti cercò di svecchiare la dirigenza della società torinese, nominando manager a lui fedeli (a cominciare dal fratello Franco) alla guida di importanti unità operative del Gruppo. Dopo un breve periodo di quattro mesi - a causa, si disse, di "divergenze strategiche" - abbandonò però la carica in FIAT.
De Benedetti diede varie volte la sua versione dei fatti, l'ultima dopo la morte dei fratelli Agnelli, nell'occasione della conferenza stampa tenutasi il 26 gennaio 2009 a palazzo Mezzanotte, con la quale annunciava le sue dimissioni dalla presidenza di tutte le società che aveva fondato: sostenne che le divergenze consistevano nella forte esitazione da parte della famiglia Agnelli a ridurre in modo drastico il numero degli addetti alla manodopera. L'ingegnere, proseguendo il discorso, ribadì che queste difficili scelte furono comunque prese dal Lingotto quattro anni più tardi; ma dopo aver subito ingenti perdite (una "barcata" di denaro, secondo le sue testuali parole).
L'acquisizione di CIR e l'ingresso in Olivetti Nel dicembre del 1976 De Benedetti rilevò le "Concerie industriali riunite" dai Conti Bocca. De Benedetti cambiò la denominazione della società in CIR - Compagnie Industriali Riunite, vendette l'originaria attività nelle concerie e trasformò la CIR in una grande holding industriale. La prima acquisizione fu quella della Sasib di Bologna dalla statunitense AMF. Nel 1978 entrò in Olivetti, di cui divenne presidente. In questa azienda, dal nome glorioso, ma molto indebitata e dal futuro incerto, pose le basi per un nuovo periodo di sviluppo, fondato sulla produzione di personal computer e sull'ampliamento ulteriore dei prodotti, che vide aggiungersi stampanti, telefax, fotocopiatrici e registratori di cassa. In soli 24 mesi l'azienda passò da una perdita di 70 miliardi all'anno ad un profitto di 50 miliardi che raggiunse i 350 miliardi nel 1983.Marco Borsa con Luca De Biase, Capitani di sventura, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1992, p. 26.
Proprio nel 1983 la Olivetti aprì il capitale sociale ad un colosso statunitense delle telecomunicazioni, l'AT&T: un investimento di 450 miliardi di lire, considerato all'epoca un record come singolo investimento statunitense effettuato in Italia, in cambio del 25% del capitale. L'alleanza durerà cinque anni. Nel 1984 l'Olivetti inglobò l'azienda del Regno Unito Acorn Computers e l'immagine di un De Benedetti imprenditore illuminato (all'epoca dichiarava di votare repubblicano e di avere votato solo una volta liberale per aiutare Valerio Zanone)Alberto Mazzuca, I potenti del denaro, op.cit. p. 65. raggiunse il livello più alto.Su Panorama del 17 febbraio 1985 Marco Vitale, economista d'impresa, dichiara: "De Benedetti nasce come imprenditore di medio livello, sub-fornitore della Fiat. Il mondo industriale segue la sua crescita con attenzione, con simpatia. Lo individua come il tipo dell'imprenditore vincente. La corrente di simpatia si interrompe quando De Benedetti si lancia in alcune avventure finanziarie, l'ingresso nel Banco Ambrosiano di Roberto Calvi (...), la corsa per il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, la candidatura per la successione all'impero bianco del vecchio Pesenti tramite quel 10% dell'Italmobiliare. Tutte operazioni che si muovevano in una logica di puro potere". Già nel 1979 sostenne che la distanza tra la classe politica e ciò che la gente vuole era aumentata negli ultimi anni trascinando l'Italia verso una nuova Repubblica; nell'estate del 1982 dichiarò a l'Unità che "l'azienda Italia è in fallimento" e che "non si può ghettizzare un terzo del paese, il PCI, e poi lamentarsi che faccia l'opposizione. D'altra parte il PCI non può isolarsi, rendendo gli altri felici per gli alibi che offre loro";Alberto Mazzuca, I potenti del denaro, op. cit. p. 66. nel 1983 affermò di essere il paladino del capitalismo italiano: "Io, Carlo De Benedetti, anni quarantanove, cittadino italiano di professione imprenditore, dico che mi piace fare il capitalista e che sono fiero di esserlo".Alberto Statera, Un certo De Benedetti, op. cit. p. 5. Proprio all'inizio degli anni ottanta, "pur continuando a conservare una preferenza pubblica per il Partito Repubblicano", cominciò a "instaurare un legame" con il PCI di Berlinguer.Paolo Bricco, L'Olivetti dell'Ingegnere, Bologna, Il Mulino, 2014, p. 195.
Nel 1981 CIR diede vita a SOGEFI, società globale di componentistica auto, di cui Carlo De Benedetti è stato presidente per venticinque anni prima di cedere il posto al primogenito Rodolfo, conservando però la carica di presidente onorario. Nel 1985 fu acquisito il gruppo SME dall'IRI per un valore di 500 miliardi di lire Buitoni-Perugina (settore alimentare-dolciario), venduto circa tre anni dopo alla Nestlé per un valore di 1.600 miliardi di lire. Sempre nel 1988 l'Ingegnere tentò la scalata alla Société générale de Belgique, importante conglomerato industriale belgaBen 1300 società sparse in 67 paesi del mondo, dal carbone ai diamanti, dall'elettricità alle banche, dal petrolio ai trasporti, dalla chimica alle assicurazioni. Fabio Barbieri, Alla conquista di un impero, Milano, Longanesi & C, 1988, p. 15. pronunciando una frase diventata famosa: "Sono venuto a suonare la fine della ricreazione",Nunzia Penelope, Vecchi e potenti, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007, p. 107. ma fu contrastato con successo dall'opposizione dellestablishment locale e del gruppo francese Suez. Nel 2009, parlando dei suoi errori, disse in una conferenza stampa che "il più grosso e penoso è stato, dal punto di vista patrimoniale, quello della Société Générale de Belgique".Paolo Guzzanti, Guzzanti vs De Benedetti, Roma, Aliberti editore, 2010, p. 352.
A causa di una grave crisi della Olivetti, nel 1996 De Benedetti decise di lasciare l'azienda (di cui rimase presidente onorario fino al 1999), dopo aver fondato la Omnitel. In uno scambio di lettere sulla vicenda con il numero uno di Mediobanca, Enrico Cuccia gli rispose: "Ella è proprio sicuro che il coraggio è un buon consigliere, specialmente quando si rischiano, oltre ai propri, i soldi degli altri?".Paolo Pricco, L'Olivetti dell'Ingegnere, Bologna, Il Mulino, 2014.
Il Banco Ambrosiano Nel 1981 entrò nell'azionariato del Banco Ambrosiano guidato allora dall'enigmatico presidente Roberto Calvi. Con l'acquisto del 2% del capitale, De Benedetti ricevette la carica di vicepresidente del Banco. Dopo appena due mesi, l'Ingegnere lasciò l'istituto, già alle soglie del fallimento, motivandone le ragioni sia alla Banca d'Italia sia al ministero del Tesoro e cedendo la sua quota azionaria. De Benedetti fu accusato di aver realizzato una plusvalenza di 40 miliardi di lire e per questo processato per concorso in bancarotta fraudolenta. Fu condannato in primo grado e in appello a 8 anni e 6 mesi di reclusione, sentenze poi annullate dalla Cassazione con la motivazione che non esistevano i presupposti per i quali era stato processato.