La ghigliottina (, IPA ) è un dispositivo utilizzato per la decapitazione degli individui condannati alla pena di morte. Inventata in Francia nel XVIII secolo, ebbe larga diffusione, oltre che nel suo Paese d'origine, in Svizzera, Belgio, Germania e nello Stato Pontificio.
Essa prende il nome dal medico e politico rivoluzionario francese Joseph-Ignace Guillotin, il quale, tuttavia, non ne fu l'inventore: egli fu solo il capofila dei deputati che propugnavano all'Assemblea nazionale l'adozione di uno strumento di esecuzione che fosse uniforme per tutti i condannati e garantisse una morte immediata e senza sofferenze. La ghigliottina consiste infatti, essenzialmente, di una pesante lama di metallo (il cui filo era originariamente ortogonale al percorso di discesa e, nelle successive versioni, inclinato di circa 30º rispetto ad esso) lasciata cadere lungo un percorso obbligato da un'altezza di poco più di sul collo del condannato, che così veniva reciso di netto, evitando agonie legate alle esecuzioni a fil di spada.
In Francia fu utilizzata fino al 1977, anno dell'ultima esecuzione capitale in quel Paese prima dell'abolizione totale della pena di morte nel 1981.
Costruzione e funzionamento Nella versione utilizzata in Francia, la ghigliottina era formata da una base sulla quale erano fissati due montanti verticali di circa 4 metri di lunghezza, distanziati fra loro di circa 37 cm, sormontati da una barra trasversale che li univa tra loro, sulla quale era montata una puleggia (organo di trasmissione del moto). Tra i due montanti scorreva una lama di acciaio a forma di trapezio (anche se nel prototipo era a mezza luna), che veniva montata in modo che il filo della lama si trovasse sul lato obliquo e rivolto verso il basso. Sopra la lama era apposto un peso metallico, talché l'insieme di lama e peso aveva una massa di circa 40 kg. La lama aveva un angolo di 45° rispetto all'asse orizzontale: molto più stretta e inclinata, quindi, di quanto appaia normalmente nell'iconografia popolare.
Alla lama era collegata una corda passante per la puleggia, che ne consentiva il sollevamento; sul montante sinistro era presente un meccanismo di blocco azionabile con una leva, al fine di consentire il rilascio della lama e la sua caduta libera per gravità. La corsa della lama era di 2,25 metri, e quindi (trascurando gli attriti) al momento dell'impatto la stessa raggiungeva la velocità di 24 km/h circa. Tra i due montanti erano pure presenti due semilunette in legno, di cui quella inferiore fissata alla base e la superiore scorrevole; abbassando la lunetta superiore su quella inferiore, alla congiunzione delle due veniva a formarsi un collare che serviva a immobilizzare il collo del condannato tra i due montanti.
Queste le fasi dell'esecuzione: il condannato era legato a una tavola basculante tenuta in posizione verticale; una volta legato, la tavola veniva fatta scivolare in posizione orizzontale e il collo del condannato veniva a trovarsi posizionato tra i due montanti e appoggiato alla semilunetta inferiore; la semilunetta superiore veniva abbassata, bloccando il collo del condannato; il meccanismo di rilascio della lama era immediatamente azionato e la lama cadeva mozzando la testa del condannato, che cadeva in un catino di zinco, mentre il corpo veniva fatto scivolare in una cassa zincata posta alla base della macchina. Durante la rivoluzione francese il boia raccoglieva la testa (tenendola per i capelli, oppure per le orecchie, nel caso in cui il condannato fosse calvo) e la mostrava al pubblico; successivamente l'usanza fu abbandonata.
Storia Precursori Dell'uso di macchine analoghe alla ghigliottina si ha notizia attraverso una stampa del 1307, conservata al British Museum, che raffigura la morte per decapitazione, appunto, in Irlanda, di un certo Murdoc Ballag.
Come attestato nella Cronaca figurata del Ferraiolo, lo strumento era in uso nel Regno di Napoli almeno dalla fine del XV secoloPierpont Morgan Library MS M.801, fol. 96r.
Anche in Inghilterra era in funzione una macchina simile, chiamata patibolo di Halifax, mentre in Scozia ne era in vigore una già dalla metà del '500, chiamata Scottish maiden («pulzella scozzese»).
Anche in Germania e in Italia - sempre nel Cinquecento - si usava dare la morte per decapitazione. In Italia il marchingegno in uso portava il nome comune di "mannaia" (o "mannaja") e restò in uso, nella Roma papalina, sino alla conquista da parte del Regno d'Italia (1870). La mannaia romana era una macchina molto simile alla ghigliottina francese, ma dotata di lama a forma di mezzaluna anziché obliqua.
La proposta del dott. Guillotin La ghigliottina non fu inventata dal dottor Joseph-Ignace Guillotin, da cui prese comunque il nome.
Il contributo del medico, insieme ad altri politici francesi, fu quello di presentare all'Assemblea Nazionale, in data 9 ottobre 1789, un progetto di legge in sei articoli con il quale (art. 1) si stabiliva che le pene avrebbero dovuto essere identiche per tutti, senza distinzione di rango del condannato. L'art. 2 poi prevedeva che, nel caso di applicazione della pena di morte, il supplizio avrebbe dovuto essere il medesimo, indipendentemente dal crimine commesso, e che il condannato sarebbe stato decapitato per mezzo di un semplice meccanismoAlcuni commentatori indicano erroneamente come art. 6 quello relativo al metodo di esecuzione delle condanne a morte..
Sfortunatamente, il successivo 1º dicembre Guillotin non adottò il tono giusto nell'illustrare la propria proposta; bastino due citazioni riportate rispettivamente da Le Moniteur e dal Journal des États généraux:
Tutta l'assemblea, a cominciare dai cronisti, scoppiò a ridere, tanto che Guillotin si infuriò con i colleghi e soprattutto con la stampa. Ciononostante, l'art. 1 (quello sull'eguaglianza delle pene) fu messo ai voti e approvato all'unanimità, mentre per i restanti articoli la discussione fu aggiornata. Fu ripresa il successivo 21 gennaio 1790, ma l'art. 2, sull'onda dell'accoglienza avuta in dicembre e dei commenti ironici della stampa, non fu neppure messo ai votiGuillotin tentò di riproporre integralmente il contenuto dell'art. 2 nella discussione dell'art. 6, che invece riguardava il diritto della famiglia di riavere il corpo del condannato.
Discussione sul codice penale
Nel 1791, nel corso dei lavori per la redazione del nuovo codice penale, fu nuovamente affrontato il problema della pena di morte. Il progetto iniziale ne prevedeva l'abolizione, ma nel corso dei lavori assembleari fu stabilito di mantenere tale pena: da qui il dibattito sul modo di esecuzione della stessa; pur essendo relativamente pacifico che il supplizio avrebbe dovuto essere uno solo, indipendentemente da rango e crimine, la discussione si accentrò sulle due modalità dell'impiccagione o della decapitazione. Alla fine la scelta cadde su quest'ultima modalità, soprattutto perché si trattava del supplizio riservato alla nobiltà, e quindi quello che nell'immaginario collettivo minimizzava il marchio di infamia sul condannato e i suoi discendenti: il contrario rispetto all'impiccagione, che tradizionalmente era riservata alla peggior feccia. Il dibattito si svolse in assemblea tra il 30 maggio e il 3 giugno, allorquando fu votato l'articolo che prevedeva:
Intervento di Sanson Il 25 settembre fu promulgato il decreto di applicazione. In tale circostanza fu consultato il boia di Parigi, Charles-Henri Sanson, che scrisse una lettera al ministro della giustizia, Duport-Dutertre, facendo presenti i problemi pratici che la lettera della legge gli avrebbe procurato nel suo lavoroLa preoccupazione può essere meglio compresa se si fa presente che Charles-Henri Sanson era notoriamente maldestro nell'uso della spada: nel corso dell'esecuzione del generale Lally-Tollendal, peraltro risalente al 1766, aveva mancato il collo del giustiziando, massacrandolo, ed era dovuto intervenire il padre, Jean-Baptiste Sanson, ormai ritirato dalla professione, per portare a termine l'opera.La vicenda aveva provocato un gran clamore, mai del tutto sopito, soprattutto per i duri interventi di Voltaire: in particolare la circostanza che per un'efficace e rapida decapitazione è indispensabile la destrezza dell'esecutore, la qualità della spada e soprattutto la collaborazione del condannato, che deve rimanere perfettamente immobile, in quanto in caso contrario il boia rischia di dare uno spettacolo di bassa macelleria. La preoccupazione di Sanson era che un condannato di estrazione popolare non avrebbe avuto né la forza di spirito né la volontà di collaborare a una buona riuscita dell'esecuzione.
Antoine Louis, Tobias Schmidt Il procuratore generale Roederer tentò di consultare Guillotin, che non ne volle minimamente sapere, memore dello smacco del 1789 e desideroso di evitare qualsiasi associazione con la macchina per decapitare: l'incarico di studiare una soluzione fu così affidato ad Antoine Louis, segretario perpetuo dell'Accademia di Medicina, che il 17 marzo 1791 presentò al ministro della giustizia un Avis motivé sur le mode de Décollation, seguito il 24 marzo da una dettagliata descrizione tecnica della macchina. Il progetto era del tutto simile alla versione definitiva, salvo per la forma della lama, semicircolare, e per l'appoggio del collo del condannato, per il quale si prevedeva un ceppo. Nel frattempo, il 20 marzo, l'Assemblea Nazionale aveva decretato l'urgenza, e ciò in base alla considerazione che i condannati avevano diritto a subire l'esecuzione il prima possibile, per non prolungare inumanamente la loro attesa del supplizio.
La materiale costruzione della macchina fu commissionata al carpentiere del demanio, Guidon, che gonfiò smisuratamente il preventivo sino a 5.660 franchi, suscitando lo scandalo del ministro delle imposte. Intervenne ancora una volta Sanson, che presentò a Louis un proprio amico, il clavicembalista prussiano Tobias Schmidt, che il 10 aprile si offrì di realizzare la macchina per soli 960 franchi.
Nella primavera del 1792, dopo alcuni esperimenti condotti su cadaveri, la lama della macchina venne sostituita da ricurva in obliqua, così da assicurare una maggiore efficacia nel taglio.
Il 17 aprile la macchina fu sperimentata nuovamente su alcuni montoni e cadaveri umani, con esito positivo. Era pronta per entrare in funzione.
In breve: i condannati delle varie epoche La macchina fu posta in opera il 25 aprile 1792 con l'esecuzione di Nicolas Pelletier, condannato per omicidio e furto. Le cronache riportano la grande delusione della folla accorsa numerosa che, a causa della rapidità dello strumento, non ebbe letteralmente il tempo di vedere alcunché dello spettacolo.
Tra gli altri condannati famosi che seguirono Pelletier ricordiamo: 21 gennaio 1793: Luigi XVI, re di Francia 16 ottobre 1793: Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena, regina di Francia 3 novembre 1793: Olympe de Gouges, drammaturga e giornalista. Fu ghigliottinata perché si era opposta all'esecuzione di Luigi XVI e aveva osato attaccare Robespierre 8 novembre 1793: Manon Roland che, sul patibolo, rivolse alla statua rappresentante la Libertà, collocata in Place de la Révolution al posto della statua equestre di Louis XV de France la famosa frase: "O Libertà, quanti crimini vengono commessi nel tuo nome!" 5 aprile 1794: Georges Jacques Danton e Camille Desmoulins 8 maggio 1794: Antoine Lavoisier, padre della chimica moderna 17 luglio 1794: le 16 sante carmelitane di Compiègne 25 luglio 1794: André Chénier, poeta 28 luglio 1794 (10 termidoro anno II): Maximilien Robespierre e Louis Saint-Just
In altre epoche l'uso di questo strumento continuò fra i condannati ci furono patrioti, oppositori politici e criminali comuni: 13 marzo 1858: Felice Orsini, patriota e scrittore italiano 15 agosto 1894: Giulio Martinelli, anarchico italiano 16 agosto 1894 Sante Caserio, anarchico italiano 25 febbraio 1922: Henri Landru, assassino di dieci donne e di un ragazzo