La condizione della donna in Iran comprende l’insieme delle configurazioni storiche, sociali e culturali che hanno inciso sulle esperienze di vita delle donne nell’area iranica nel lungo periodo, dalle civiltà protostoriche alla contemporaneità.
L’analisi di tali configurazioni prende in considerazione l’accesso all’istruzione e al lavoro, i comportamenti demografici e familiari, la partecipazione alla vita economica e pubblica, le rappresentazioni culturali del femminile e le forme di presenza e di azione delle donne in relazione ai mutamenti politici, sociali e territoriali.
Nel corso della storia iraniana questi ambiti hanno assunto configurazioni differenti: dai contesti pre-islamici, attraverso la progressiva regolamentazione normativa in età islamica, fino alle politiche di modernizzazione del XX secolo, segnate da profonde fratture sociali e politiche.
Il periodo pahlavide (1925-1979) è stato caratterizzato da riforme dallo Stato, tra cui l'estensione del suffragio femminile, l'apertura delle università alle donne e l'abolizione forzata del velo (kashf-e hijab), interventi che suscitarono ampie tensioni sociali e culturali.
Con la Rivoluzione del 1979, l'instaurazione della Repubblica Islamica ha introdotto una legislazione basata sulla shari'a, imponendo l'obbligatorietà del velo, la segregazione di genere e un sistema di controllo della moralità pubblica. Questo assetto ha contribuito alla riduzione delle libertà femminili e a una marginalizzazione delle donne dal mercato del lavoro formale, promuovendo un modello sociale incentrato sul ruolo domestico.
In tale quadro, la crescita della scolarizzazione e della presenza sociale femminile si è sviluppata in tensione con l’assetto politico e normativo, alimentando dinamiche di mobilitazione e protesta che nel XXI secolo hanno assunto dimensione nazionale.
Storia
Epoca pre-islamica
Shahr-e Sukhte (IV-III millennio a.C.)
Gli scavi archeologici a Shahr-e Sukhteh, insediamento preistorico nella provincia di Sistan e Baluchistan, hanno rivelato uno status sociale ed economico elevato delle donne. I sigilli cilindrici scoperti nelle tombe femminili – strumenti di commercio e amministrazione che garantivano l’autenticità delle transazioni – erano posseduti quasi esclusivamente da donne (70‑90% secondo varie analisi). Le tombe femminili presentano, in media, corredi più ricchi di oggetti di pregio rispetto a quelle maschili, specie nel secondo periodo (ca. 2800‑2500 a.C.). Uno studio bioarcheologico del 2024 ha rilevato che il 58% dei resti adulti è femminile: in un sistema matrilocale (dove lo sposo si trasferisce dalla moglie), questo sbilanciamento demografico è atteso, poiché gli uomini emigrano mentre le donne restano nel territorio natale.
Impero Achemenide (550-330 a.C.) Le donne achemenidi godevano di diritti di proprietà, gestione economica autonoma e visibilità pubblica, soprattutto tra classi alte; fonti come le tavolette di Persepoli attestano razioni alimentari (grano, vino) pagate come salario a lavoratrici in numero pari agli uomini.
Donne della casa reale come Atossa (figlia di Ciro, moglie di Dario I) e Parysatis (madre di Artaserse II) amministravano vasti possedimenti terrieri, viaggiavano e sigillavano ordini con sigilli personali; Erodoto e Tucidide le descrivono come figure potenti, capaci di influenzare le decisioni regali. Le tavolette di Persepoli attestano razioni per "dukšiš" (principesse), "madre del re" (sunki ammari) e "moglie del re" (sunki irtiri), con autonomie economiche confermate da sigilli personali.
Gli unici limiti all'autorità della madre del re erano fissati dallo stesso monarca. Nonostante i diritti economici, le donne erano tuttavia subordinate al re/padre/marito; il matrimonio era monogamo per i liberi, ma il re praticava la poligamia.
Le tavolette documentano lavoratrici (''kurtaš'' o ''haldis'') che dirigevano squadre di operai, ricevendo razioni extra per competenze e responsabilità come arashshara (supervisore di alto rango). Le donne in gravidanza e puerpere ricevevano razioni supplementari.
Riguardo ai costumi, e in particolare l'uso del velo, alcuni studiosi attribuiscono a Ciro il Grande questa imposizione, adottata per proteggere la castità femminile, dodici secoli prima dell'Islam. Secondo questa teoria, il velo sarebbe passato dagli Achemenidi ai Seleucidi ellenistici, quindi ai Bizantini e infine agli arabi conquistatori, trasformandosi nell'hijab diffuso nel mondo musulmano. Tuttavia, altre interpretazioni storiche suggeriscono che l'uso di veli e lettighe coperte fosse in primo luogo un simbolo di alto status sociale, e che servisse a distinguere le donne nobili dalle lavoratrici e a proteggerle dalla polvere e dallo sguardo pubblico, indicando il loro privilegio piuttosto che un obbligo religioso di reclusione.
Imperi arsacide e sasanide (247 a.C. – 651 d.C.) Le donne partiche godevano di maggiore visibilità pubblica rispetto ai periodi precedenti: monete, rilievi (Hatra, Kuh-i Khwaja) e testi (iscrizioni di Bisotun) le ritraggono a cavallo armate, in abiti elaborati con velo come simbolo di status nobiliare. Regine come Musa (moglie/sorella di Fraate IV) regnarono autonomamente (2 a.C-4 d.C.); donne nobili patrocinavano templi zoroastriani, amministravano patrimoni e commissionavano opere d'arte.
Lo status delle donne sasanidi differiva a seconda della condizione sociale di appartenenza ed era caratterizzato da una polarità tra la subordinazione formale al tutore (salar) e una rilevante autonomia patrimoniale. Generalmente le donne, soprattutto quelle delle classi inferiori (amaragān, "gente comune"), erano considerate proprietà e spesso considerate schiave e minori. Le donne reali godevano di numerosi privilegi ed esercitavano un controllo indipendente su grandi ricchezze. Sebbene lo zoroastrismo di Stato promuovesse un modello patriarcale e vigesse la poligamia, il codice giuridico Mādayān ī hazār dādestān (trad.: Libro delle mille sentenze) rivela che le donne godevano di una capacità giuridica superiore a molte civiltà coeve: anche se subordinate ai membri maschi della loro famiglia, potevano gestire proprietà, agire come partner commerciali e ricorrere autonomamente in tribunale. Un esempio concreto era il diritto della moglie di gestire la propria dote e, in assenza di eredi maschi, di assumere il ruolo di capofamiglia (kadag-salar), garantendo la continuità legale del clan.
Sotto il profilo sociale il passaggio dalla dominazione partica a quella sasanide segnò un incremento della segregazione degli spazi. Mentre in epoca partica le donne dell'aristocrazia godevano di maggiore visibilità pubblica, l'istituzionalizzazione sasanide favorì la distinzione tra sfera pubblica maschile e spazio privato femminile, anticipando il concetto di andaruni. Tale restrizione era tuttavia più marcata nei centri urbani e nelle classi elevate rispetto alle aree rurali.
Nonostante la segregazione, la partecipazione femminile alla sfera bellica è documentata sia dall'archeologia (sepolture femminili con armi) sia dalle cronache bizantine. Lo storico Zonara riporta che, nel III secolo d.C., durante i conflitti con l'imperatore Valeriano, tra i prigionieri di guerra persiani furono rinvenute donne in armatura che avevano combattuto accanto agli uomini. Questo ruolo militare non era una pratica di massa, ma un'estensione del dovere della nobiltà di difendere l'onore familiare e il trono, come confermato dall'ascesa al potere assoluto, in assenza di eredi maschi, delle regine Boran e Azarmidokht nel VII secolo.
Trasformazioni tra l'epoca islamica classica e l'età moderna (VII-XVIII secolo)
La conquista araba dell’Impero sasanide nel VII secolo introdusse nell’area iranica il diritto islamico (fiqh), che si sovrappose gradualmente alle consuetudini giuridiche e sociali di origine persiana. Questo processo non determinò una rottura immediata, ma diede luogo a una lunga fase di coesistenza e negoziazione tra norme religiose e pratiche locali, variabile a seconda dei contesti regionali e delle epoche.
Nel quadro del diritto islamico, alle donne veniva riconosciuta una capacità giuridica formale: potevano possedere beni, amministrare la dote, stipulare contratti, ricevere quote ereditarie e, in circostanze specifiche, richiedere il divorzio. Al tempo stesso, il sistema giuridico consolidò una struttura di autorità maschile in ambito familiare e civile, attribuendo agli uomini prerogative più ampie in materia matrimoniale e processuale, inclusa una diversa valutazione della testimonianza.
Tra l’XI e il XIV secolo, sotto i Selgiuchidi e soprattutto durante il periodo mongolo e ilkhanide, le fonti attestano una maggiore visibilità pubblica di donne appartenenti alle élite politiche. In contesti di origine nomadica, alcune donne esercitarono influenza a corte, parteciparono a decisioni politiche e godettero di una libertà di movimento relativamente ampia rispetto ai modelli urbani che si sarebbero affermati in epoche successive.
Età safavide (XVI–XVIII secolo)
Con l’instaurazione della dinastia safavide e l’adozione dello sciismo duodecimano come religione di Stato si avviò un processo di progressiva regolamentazione morale e giuridica che investì anche i comportamenti femminili, in particolare negli ambienti urbani e di corte. Le fonti coeve e gli studi recenti documentano ancora la presenza pubblica di donne di alto rango in cerimonie, viaggi e attività venatorie, mentre a partire dal tardo XVII secolo si osserva un rafforzamento delle pratiche di segregazione e di controllo della mobilità femminile, in parallelo con la crescente influenza del clero sciita.
Le donne delle classi popolari continuarono a svolgere un ruolo attivo nell’economia agricola, artigianale e urbana, mentre quelle appartenenti all’aristocrazia safavide potevano amministrare proprietà, gestire rendite fondiarie e istituire fondazioni pie (vaqf). Alcune figure femminili di corte esercitarono un’influenza politica informale, pur restando escluse dalle cariche ufficiali dello Stato.
Dinastia Qajar (1789-1925)
Economia e lavoro femminile
Durante il periodo qajar, il lavoro femminile costituì una componente essenziale dell’economia domestica e artigianale. Le donne rurali, delle tribù nomadi e delle classi popolari erano attivamente impiegate nella produzione agricola, nella trasformazione alimentare e soprattutto nella tessitura domestica, in particolare dei tappeti, settore che assunse crescente rilevanza economica tra XIX e primo XX secolo con l’espansione dei mercati di esportazione.
Nelle città le donne delle classi popolari lavoravano in ambiti come il ricamo, la manifattura tessile, la vendita ambulante, i bagni pubblici (ḥammām), oltre a svolgere mansioni di servizio domestico presso famiglie abbienti. I salari femminili erano generalmente inferiori a quelli maschili. Nelle città più popolose erano presenti donne impiegate come intrattenitrici o ballerine; la prostituzione, pur socialmente stigmatizzata, era tollerata in forme regolamentate e in alcuni casi coesisteva con l'istituto del matrimonio temporaneo (sigheh), utilizzato come dispositivo legale per regolare i rapporti mercenari e preservare il decoro formale.
Struttura legale e sociale I ruoli di genere, in assenza di codici civili o penali codificati, erano regolati dalla teoria giuridica islamica (fiqh), nello specifico dalla scuola di pensiero giafarita, che subordinava la donna alla tutela maschile (salar) in ambiti critici come il diritto di famiglia, il divorzio e la libertà di movimento. Questo sistema conferiva agli uomini un'autorità quasi assoluta sulle donne in materia di matrimonio, divorzio e tutela. La mobilità era limitata e la presenza pubblica delle donne non accompagnate erano scoraggiate socialmente; le violazioni delle norme di genere potevano comportare sanzioni sociali o a forme di coercizione morale.