Esponente dell'aristocratica ligure famiglia Federici, fu uno dei più accesi esponenti del giacobinismo ligure e uomo di fiducia della Francia rivoluzionaria nella Repubblica di Genova. Alla caduta dell'antica Repubblica genovese sotto l'influenza napoleonica intraprese la carriera politica per poi ritirarsi a vita privata negli ultimi anni di vita.
Biografia Gioventù e formazione Marco Antonio Federici, figlio di Stefano e Maria Cipollini, si dimostrò sin da molto giovane portato per gli studi, compiuti inizialmente alla Spezia dove imparò le lingue classiche. Il padre avrebbe voluto che si recasse all'Università di Genova, gestita dai Gesuiti, ma il giovane Marco preferì quella di PisaDucci L., op.cit., pag.30., dove il granduca Pietro Leopoldo di Lorena lasciava una maggiore libertà all'insegnamento nel tentativo di ridare importanza allo storico Studio. Le opere degli Enciclopedisti, di D'Alembert, Diderot, Voltaire e Rousseau, che nella città toscana circolavano anche clandestinamente, lasciarono un solco profondo nell'animo del giovane.
Laureatosi in giurisprudenza fece ritorno alla Spezia vivendo di rendita per alcuni anni e dedicandosi alle letture nella già fornita biblioteca paterna e arricchendola di diverse opere che faceva appositamente arrivare dalla FranciaLettera a Giacomo Luigi Da Pozzo del 29 novembre 1791: "[...] a chi sa esser Filosofo puole essere un vantaggio, vi riflette e troverà che dice il vero, quante ombre si vedono di meno; io attualmente mi passo con le Lettere Persiane, il Trattato dei Tre Impostori e l'Histoire du Papisme [...]", Ducci Luigi, op.cit. p.32..
Nel 1779 sposava Maria Fedele Bottini Ponzò di Fivizzano appartenente ad una facoltosa famiglia della Lunigiana.
Il pensiero politico
Dalla fine degli anni settanta, e per diversi anni, Federici si trovò a frequentare Genova con assiduità per una questione di eredità paterna che gli veniva contesa dai fratelli e dallo zioDucci L., op.cit., pagg.30-31., i quali ebbero buon gioco nel vincere la causa facendo leva sulla sua fama di liberale. Il contatto con la magistratura genoveseLettera a Giovan Maria Saporiti del 17 agosto 1791: "Capisco che tutto l'affare non può essere derivato che dalla Cabala, la quale abbia guadagnato il Giudice, o col mezzo dell'avarizia, o di qualche potente Aristocratico, giacché questi sono i due canali per i quali a disonore della Città, e per disgrazia di chi v'ha a che fare, tutto si possa.", Ducci L., op.cit., p.31. e con il sistema di potere nella Repubblica lo spinsero a parteggiare sempre più per le idee rivoluzionarie che agitavano la vicina Francia.
A differenza della maggior parte dei cospiratori e democratici genovesiIl Prof.Augusto Franchetti scrive: "Secondavanli inoltre (i novatori) le famiglie Patrizie dei Serra, dei Sauli, dei Gentile, dei Carrega, non tanto per simpatie alle nuove dottrine venute di Francia, quanto per desiderio di private vendette contro gli Spinola ed i Pallavicini la quale inimicizia aveva origine non solo dall'invidia dei Nobili poveri verso quelli ricchi nelle cui mani era il governo dello Stato [...]", AA.VV., "Storia politica d'Italia", Vallardi Editore, Milano, 1897, citato in Ducci L., op.cit, pagg.69-70., non abbracciò le idee democratiche per interessi personali, ma per la sua sincera avversione nei confronti del sistema oligarchico e del clero. Oligarchia che governava la Repubblica con leggi ormai antiquateL'ordinamento giuridico su cui si reggeva la Repubblica risaliva al 1576 e limitava il potere ad una ristretta cerchia di nobili "forniti di congruo patrimonio" e, secondariamente, di ricchi borghesi. che assicuravano tutto il potere nelle mani dei Serenissimi Collegi, un organo composto da venti senatori e un capo, il Doge, con carica biennale e da tutti gli ex Dogi con carica a vitaNurra P., "Genova durante la Rivoluzione Francese - La Cospirazione Antioligarchica", in Giornale Storico Letterario della Liguria, 1927, fascicolo IV, pag.336, n.1.. Federici vedeva in questa gestione oligarchica, che si traduceva in concessioni di privilegi, soprattutto fiscali, ai più potenti, la prima causa della debolezza dello Stato. Ma non reclamava, a differenza di molti "nobili poveri"I "nobili poveri" erano così detti per distinguerli dall'alta Aristocrazia che gestiva de facto il potere dello Stato. Essi si radunavano nel Maggior Consiglio, di cui comunque Federici non fece mai parte., il proprio diritto a partecipare ai suddetti privilegi, quanto piuttosto la necessità di una riforma del sistema esattoriale che stabilisse una contribuzione alle spese dello Stato proporzionale ai beni posseduti.
Era una posizione ovviamente scandalosa che lo aveva fatto entrare nelle mire del conservatore Giacomo Giustiniani, Governatore della Spezia, e del clero cittadino, nonché degli Inquisitori di StatoUna polizia di Palazzo, divenuto uno strumento attraverso cui "si sfogavano gli odi particolari, si colpivano gli avversari politici, si tenevano in pugno la libertà, le sostanze, le vite dei cittadini.[...] teneva sotto controllo non solo i nemici del regime, ma gli stessi patrizi invisi alla ristretta cerchia dei potenti", Ronco Antonino, Storia della Repubblica Ligure 1797-1799, pag.36.. Inoltre si fece sempre portavoce della tradizionale richiesta di essere elevata al rango di porto franco da parte della città della SpeziaIl 9 giugno 1797 a casa sua si era tenuta "[...] un'adunanza di più persone compresi i primari di questa città, ove si era stabilito di mandar lettera al generale Bonaparte instando che [...] si avesse riguardo a questo golfo e adiacenze, con farle godere i diritti di cittadinanza, e libero commercio [...]"' Archivio di Stato di Genova, Repubblica Ligure, 494.. Questo atteggiamento poteva portare a vedere in lui un fautore di istanze separatiste dallo Stato Genovese, ma al contrario Marco Federici, quando si espresse a favore dell'indipendenza del Golfo della SpeziaLettera a Guillaume Faipoult, del 16 giugno 1798: "[...] nell'oscurità in cui sono di quale sarà l'imminente organizzazione di tutta Italia, che desidererebbero in una sola, unica, ed indivisibile Repubblica, nel caso sia divisa in varie, conoscendo che non possono formarne una separata, sono totalmente indifferenti, sul punto di restare più ad un Corpo, che ad un altro, solo desiderano d'essere uniti, e postati in una posizione tale da poter essere protetto e non oppresso quel nostro commercio[...]", Ducci L., op.cit, pagg.108-109., lo fece sempre nell'ottica di spezzare le catene che il dominio genovese poneva allo sviluppo commerciale della cittàLa Spezia aveva perso l'indipendenza nel 1273 a favore di Genova che tese sempre a limitarne le possibilità di sviluppo per evitarne la concorrenza. e anzi insistette spesso sulla necessità di fare la rivoluzione con le proprie mani e di affidarsi il meno possibile alle armi francesiLettera alla Centralità della Spezia del 6 settembre 1797: "[...] Difendiamoci per quanto possiamo da noi, e non riserbiamo alle truppe Francesi che il diritto della vendetta nel caso che il numero dei Patriotti si trovasse così piccolo che non potesse abbattere il fanatismo...[...]", Ducci L., op.cit, pag.68. per non contrarre alcun obbligo con una potenza estera. Nonostante fosse fedelissimo alla causa francese, sempre si riferì alla Francia come ad un "paese straniero" dal quale trarre le idee e le forze per portare un rinnovamente generale anche in Italia secondo i dettami democratici.
Di particolare intensità era la sua avversione per il clero per il quale spese parole di fuoco in accordo con la sua formazione illuministaLettera al Governo Provvisorio della Repubblica Ligure in qualità di Commissario della Riviera di Levante: "[...] i Popoli sono docili, e non hanno che la disgrazia di essere ingannati, l'intriganti non sono che i Preti, i quali sono quasi tutti pessimi che per ispirito di Avarizia, chi per superbia, che per l'ignoranza.[...]". Egli vedeva in esso il contraltare del potere corrotto e oppressivo dell'Aristocrazia, a cui forniva giustificazione morale essendone complice e, cosa ancor più grave ai suoi occhi, teneva lontano il popolo da quelle istanze di emancipazione che provenivano dalla Francia e che egli faceva sue con tanta speranza.
I giacobini della Spezia
Nel corso del 1793 Federici aveva già stretto rapporti con elementi rivoluzionari d'Oltralpe e con emissari del Governo di Francia in Italia, come dimostra la visita resagli da La FlotteMonsieur de La Flotte era allora rappresentante di Francia nel Granducato di Toscana, dal quale fu scacciato nel 1793. in febbraioLettera alla moglie del 22 febbraio 1793: "Oggi ho avuto il piacere di abbracciare Monsieur La Flotte che è passato di qui di volo e va a portare i reclami e la relazione di Roma mi ha imposto di salutare tutta la Spezia.[...]", Ducci L., op.cit. p.32. durante il suo viaggio di ritorno in Francia per riferire sull'omicidio di Ugo di Basseville.
Egli era il punto di riferimento del club giacobino della Spezia, che annoverava tra i suoi animatori altre personalità destinate a ricoprire ruoli di rilievo negli anni a venire, fra i quali Luigi d'Isengard srIl Barone Luigi d'Isengard sr, che diventerà cognato di Federici, era il custode del Castello di San Giorgio dove erano conservate le armi della guarnigione cittadina., il prete Angelo MontebruniChe si distinse nella difesa del Forte di Gavi nel 1799. e Sebastiano BiaginiSebastiano Biagini (Lerici, 1755 - Genova, 1799) era Capo della Loggia Massonica della Spezia e dei cosiddetti "sans coulotte" di Biassa.. Nella capitale, Marco si teneva in contatto con il farmacista Felice Morando, a capo del movimento democratico borghese, con Ivone Gravier, editore di libri di propaganda democratica, e con il gruppo dei "patrizi novatori"Membri del Maggior Consiglio. capitanati da Gian Carlo SerraGian Carlo Serra (Genova, 1760- Genova, 1813), fautore di una cospirazione antioligarchica, ambasciatore a Parigi e Madrid per la Repubblica, e poi per Napoleone in Spagna e in Polonia..
Ma se gli antioligarchici genovesi avevano mire politiche piuttosto limitate, il club spezzino manifestava invece propositi estremistici: il Federici, che con l'amico Isengard si spingeva a predicare la divisione dei beni, secondo la testimonianza di Girolamo Serra "aveva posto il nome di Robespierre al proprio figliuolo" Memorie, p. 59.
In giugno si insediò a Genova Jacques Tilly in qualità di Ambasciatore di Francia, che nominò nei primi mesi del 1794Ducci L., op.cit., pag.35. Marco Federici "Commissario della Repubblica Francese" alla Spezia. L'incarico consisteva nella stesura di frequenti rapporti sui movimenti navali all'interno del Golfo e diversi viaggi nel Ducato di Massa e nel Granducato di Toscana per supportare i cospiratori locali e per riferire sullo stato d'animo delle popolazioni e sulle misure prese da quei Governi contro i sospetti giacobiniLettera a Jacques Tilly del 2 luglio 1794: "[...] La Toscana comincia veramente a trovarsi nel timore nel più panico[...] Nel Modenese si fanno alcune reclute[...] mi viene assicurato che in Pisa e specialmente in Siena vi sia un grosso partito per la Ragione[...]" Ducci L., op.cit. p.36.. Fu proprio questa carica ufficiale a salvarlo dall'arresto quando a Genova venne alla luce la "cospirazione antioligarchica" promossa dai "nobili poveri". In aprile il moto nella capitale era già soffocato mentre alla Spezia si preparava una sollevazione per l'estate. In particolare Federici già a maggio spronava il suo referente francese ad ordinare l'invasione in armi del Golfo, prima che il nuovo Commissario Straordinario alla Spezia Girolamo SerraGirolamo Serra (Genova, 1761 - Genova, 1837) succedeva in carica a Francesco Maria Spinola nei primi mesi del 1794. portasse a termine i previsti lavori di potenziamento delle difese navali.