Il campionato italiano di calcio è un insieme di tornei nazionali e regionali istituiti dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC). I campionati sono suddivisi e organizzati in nove livelli, di cui i primi tre sono inquadrati nell'area del professionismo, mentre i restanti sei sono a carattere non professionale o dilettantistico.
La Lega Calcio Serie A organizza e dirige il maggiore livello, la Serie A, mentre la Lega Nazionale Professionisti Serie B organizza e dirige la Serie B. La Lega Italiana Calcio Professionistico sovrintende allo svolgimento del campionato di Serie C, il terzo e ultimo livello professionistico. L'organico complessivo delle tre leghe superiori consta di un totale di cento squadre per 97 società, rendendo il settore professionistico italiano il più numeroso del mondo. I diversi campionati a carattere dilettantistico sono organizzati dalla Lega Nazionale Dilettanti, il cui campionato più importante, la Serie D, ultima a livello nazionale, rappresenta il quarto livello del calcio italiano e la porta di entrata verso il professionismo.
I campionati sono organizzati in un girone all'italiana a doppio turno, in cui le squadre si affrontano due volte a campi invertiti. Il punteggio in classifica è così assegnato: tre punti per la vittoriaFino al 1994, erano assegnati due punti per la vittoria., nessun punto per la sconfitta, un punto a testa per il pareggio.
In caso di arrivo in parità, per la formulazione della classifica finale si terrà conto, nell'ordine, dei seguenti criteri:
classifica avulsa (punti ottenuti negli scontri diretti); differenza reti negli scontri diretti; differenza reti generale; maggior numero di gol realizzati; sorteggio.
Storia
Dal 1898 al 1919 I primi sette campionati di calcio si disputarono nell'arco di poche giornate e vi parteciparono da quattro a otto squadre in un meccanismo a eliminazione diretta limitato al ricco Triangolo industriale. Nel 1904 la Federazione italiana, appena ammessa nella FIFA, operò la prima riforma dei campionati, prevedendo dall'anno successivo un nuovo formato a gironi e la possibilità, per le squadre minori, di iscriversi in alternativa al torneo nazionale di Seconda Categoria (dove militavano anche le seconde squadre delle società di Prima Categoria, anzi, l'edizione del 1904 fu disputata esclusivamente dalle squadre riserve), mentre nel 1906 fu istituita anche una Terza Categoria, principalmente per terze squadre di età mista (non solo minorenni al di sotto dei 21 anni), ma liberamente aperta anche a formazioni titolari di ancor più limitata levatura.
Alla fine del primo decennio del XX secolo si verificarono importanti cambiamenti. Le stagioni 1908 e 1909 si caratterizzarono per il tentativo della Federazione di "nazionalizzare" a forza il campionato, favorendo le nostrane Unioni Sportive e Ginniche a discapito degli esterofili Football Club. La Prima e la Seconda Categoria (ma non la Terza) furono sdoppiate in due competizioni: una "italiana" autarchica, che assegnava il tradizionale titolo di "Campione d'Italia", e una "federale" aperta a tutti, abbinata al neonato titolo di "Campione Federale d'Italia". La sottrazione agli stranieri del diritto di competere per il titolo di "Campione d'Italia" provocò la tenace reazione dei Football Club: essi dapprima saltarono un'intera stagione, rendendo il torneo "italiano" l'unico ufficiale del 1908, e successivamente boicottarono il solo campionato "italiano" 1909, imponendo alla FIF di riconoscere come titolo tricolore quello "federale". Ad approfittare della situazione fu la , che vinse i due campionati regolari. Il fallimento del progetto autarchico della Federazione determinò una nuova riforma che, sul modello della First Division inglese, nella stagione 1909-10 portò a un primo esperimento di girone unico, vinto dall'.
La Federazione era a questo punto intenzionata ad allargare gli angusti confini del torneo, onde conferirgli una reale valenza nazionale, nonostante la nettissima differenza di valore fra le squadre provenienti dalle diverse parti del Paese. Nel 1910 essa decise dunque di istituire un campionato di Prima Categoria anche per la Seconda Sezione (Italia Nord-Orientale), ammettendovi tre venete e un'emiliana, il . La vincente della Seconda Sezione avrebbe disputato una finalissima per il titolo nazionale contro il campione della prima sezione (Italia Nord-Occidentale), sfida che rimaneva comunque una formalità, dato il netto divario esistente tra le compagini nord-orientali e quelle del Triangolo Industriale. Per garantire la definitiva patente di nazionalità al titolo, la FIGC aveva però bisogno che il campionato coinvolgesse anche tutto il Centro e il Sud: pertanto, attuò una sfasatura tra l'organizzazione calcistica delle due parti del Paese, elevando d'ufficio i modesti e già esistenti tornei del Centro e del Sud (per lo più di Terza Categoria, anche se per tre stagioni, dal 1909-1910 al 1911-1912, si disputò anche un campionato meridionale di Seconda Categoria) alla Prima Categoria, pur non essendo tali raggruppamenti paragonabili a quelli del Nord. Al campione dell'Italia Centrale, Meridionale e Insulare fu garantito l'accesso alla finalissima per il titolo contro il campione settentrionale, sfida che però rimaneva una formalità, dato il netto divario esistente in favore delle squadre settentrionali.
Se da un lato, però, si era istituito il Campionato di Promozione che metteva in palio una serie di promozioni al massimo torneo, il contrario sistema delle retrocessioni, sperimentato nel 1912-1913, fu subito di fatto abbandonato a suon di riammissioni: nei campionati dal 1912 al 1915 ci fu una vera esplosione di iscritte, in crescendo trenta, quarantacinque e persino cinquantuno squadre nel campionato 1914-1915, l'ultimo disputato prima della Grande guerra. Si tentò a questo punto di ridurre i quadri e nell'agosto 1914 si propose di suddividere la Prima Categoria per l'Italia Settentrionale in una Categoria A e in una Categoria B, entrambe a diciotto squadre, a partire dalla stagione 1915-1916. Perciò, fu stabilito che il campionato di Prima Categoria 1914-1915 (a cui parteciparono trentasei squadre per l'Italia Settentrionale) avrebbe avuto carattere di qualificazione: soltanto le prime tre classificate di ognuno dei sei gironi eliminatori sarebbero state ammesse in Categoria A, mentre le rimanenti sarebbero retrocesse nei campionati minori. Tuttavia, in seguito alla sospensione bellica, tale riforma venne annullata e al campionato 1919-1920 furono ammesse ben quarantotto squadre per l'Italia Settentrionale.
Dal 1919 al 1926 Con la ripresa postbellica del 1919, cominciarono intensi dibattiti in vista di una riduzione e razionalizzazione del campionato: fu proposto, in particolare, di ridurre il campionato di massima serie 1920-1921 (ribattezzato Categoria A) a sole ventiquattro squadre per l'Italia Settentrionale, ammettendovi le prime tre classificate di ogni girone, mentre le rimanenti avrebbero formato la Categoria B. Tuttavia, tali discussioni sfociarono in un nulla di fatto a causa dell'ostruzionismo delle "provinciali", che temevano per il proprio futuro all'interno di un eventuale torneo più elitario. L'Inter nel 1920 e la Pro Vercelli nel 1921 si laurearono così campioni dopo una lunga serie di gironi e partite: al Campionato 1920-21 parteciparono addirittura ottantotto squadre, di cui sessantaquattro settentrionali. + Situazione nel 1921/22 (scisma) FIGC CCI I livello Prima Categoria Prima Divisione II livello Promozione Regionale Seconda Divisione Regionale III livello Terza Categoria Regionale Terza Divisione Regionale
+ Situazione dal 1922 al 1926 I livello Prima Divisione II livello Seconda Divisione III livello Terza Divisione Regionale IV livello Quarta Divisione Regionale
Vittorio Pozzo, sostenuto dalle grandi società, presentò quindi un piano di riforma che prevedeva l'eliminazione delle eliminatorie regionali, sostituite con grandi gironi estesi all'intero Nord Italia; ciò postulava una decisa decurtazione delle partecipanti al campionato, infatti ci si orientò verso la cifra di ventiquattro partecipanti suddivise in due gruppi, un livello leggermente superiore a quello delle sedici ammesse alle semifinali della stagione in via di conclusione, calcolato in modo da mantenere sostanzialmente invariato il numero di gare disputate dai futuri campioni d'Italia rispetto al recente passato. Il progetto Pozzo prevedeva così: una Prima Divisione, o Divisione A, a ventiquattro squadre, così suddivise: sette del Piemonte, cinque della Lombardia, tre della Liguria, quattro dell'Emilia, tre del Veneto e due della Toscana. una Seconda Divisione, o Divisione B, a quarantotto squadre, a cui avrebbero partecipato le partecipanti al Campionato di Prima Categoria 1920-21, ma non ammesse alla nuova Prima Divisione, più le vincenti delle Finali di Promozione Regionale. una Terza Divisione, o Divisione C, a livello regionale, a cui avrebbero partecipato le squadre di Promozione non ammesse alla Seconda Divisione, più le vincenti dei campionati di Terza Categoria Regionale. una Quarta Divisione, o Divisione D, a livello regionale, corrispondente alla vecchia Terza Categoria Regionale. Fu così che le ventiquattro maggiori società italiane, approvando la riforma di Pozzo, si riunirono a Milano, firmando il cosiddetto "patto di Milano", che stabiliva che le squadre ammesse alla nuova Prima Divisione ridotta a ventiquattro squadre sarebbero state solo loro.
Le società minori si opposero al piano di riforma proposto da Pozzo e proposero all'Assemblea il loro piano di riforma, progetto delle società minori, concordato a Novi e a Milano, che praticamente lasciava tutto invariato: Prima Categoria a settantadue squadre, suddivise in otto gironi eliminatori. Promozione, senza cambiamenti e con le sei vincenti promosse. Terza Categoria, con l'esclusione delle terze squadre. Il progetto prevedeva, inoltre, la disputa di una Coppa Italia, riservata per le eliminate dalla Prima Categoria e dalla Promozione.
Fu così che Pozzo arrivò a presentare il suo progetto a Torino, sede della Federazione, in un clima di tensione la mattina di domenica 24 luglio, lo stesso giorno della finalissima fra e in programma nel pomeriggio nel capoluogo piemontese, e in occasione della quale il Consiglio Federale era stato convocato. Le piccole società, ritrovatesi a loro volta a Novi Ligure il giorno prima, erano decise a dar battaglia. Infatti, il Consiglio Federale, con 113 voti contro 65, bocciò la riforma Pozzo. L'insofferenza delle società metropolitane era però giunta al culmine: fu così che ventiquattro squadre, le più forti e rappresentative, abbandonarono la federazione, fondando una Confederazione Calcistica Italiana col compito di organizzare un campionato sul sistema del Progetto Pozzo. Nel 1922 si ebbero così due campioni, la sorprendente Novese e una Pro Vercelli giunta al canto del cigno, mentre la Coppa Italia fu vinta dal sorprendente Vado Ligure, una squadra di Promozione; ma l'insostenibilità della situazione portò le due fazioni a riconciliarsi sulla base del Compromesso Colombo, che stabilì che: le due associazioni sarebbero state riunificate mediante lo scioglimento della Confederazione e il reintegro delle società secessioniste nei ranghi federali; il campionato 1922-23, ora denominato Prima Divisione sulla falsariga di quello organizzato dalla C.C.I., sarebbe stato composto da trentasei squadre suddivise in tre gironi; il nuovo torneo sarebbe stato gestito operativamente dalla Lega Nord e dalla Lega Sud della disciolta Confederazione e ora integrate nell'organigramma della Federazione; nel settore meridionale si manteneva la solita struttura dei campionati regionali, riservandosi di operare tutte le misure necessarie per elevarne il tasso tecnico;