Medico ad Auschwitz. Memorie di un deportato assistente del dottor Mengele è un saggio storico in forma di libro autobiografico scritto dal medico di origine ebraica Miklós Nyiszli poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, con l'intento di raccontare le atrocità a cui aveva assistito da deportato all'interno del campo di Auschwitz.

Pietra miliare della letteratura e della testimonianza concentrazionaria, il libro fu pubblicato per la prima volta in lingua ungherese nel 1946 e successivamente ha avuto traduzioni in varie lingue.

Soggetto del libro In un infuocato pomeriggio di maggio del 1944, il medico ebreo ungherese Miklós Nyiszli, insieme a moglie e figlia, giunge ad Auschwitz. Durante la selezione iniziale, Nyiszli e la sua famiglia finiscono nel gruppo di destra, ovvero tra le persone abili al lavoro e quindi non dirette alle camere a gas. Egli, in particolare, viene selezionato dal dottor Mengele, il medico numero uno del campo di Auschwitz, e diventa membro del Sonderkommando, il personale addetto ai crematori, con l'incarico di eseguire pratiche di dissezione sui cadaveri e fornire assistenza medica ai membri del Sonderkommando stesso.

Separato da moglie e figlia, durante gli otto mesi trascorsi ad Auschwitz, diventa testimone di una lunga serie di atrocità, accuratamente riportate nel suo libro. Su ordine del dottor Mengele, Nyiszli apre i cadaveri di centinaia di vittime, taglia pezzi di carne da corpi sani di ragazze affinché divengano colture di batteri e fa cuocere i cadaveri di persone storpie e nane perché i loro scheletri siano sufficientemente puliti per essere esposti nei musei tedeschi.

In virtù delle sue abilità mediche, conquista ben presto la fiducia di Mengele, grazie alla quale ottiene il permesso di andare alla ricerca della propria famiglia, che riesce a salvare, facendola trasferire in un campo di lavoro.

Sempre per volere del dottor Mengele, egli due volte sfugge alla morte: la prima, durante una rivolta del Sonderkommando, brutalmente soffocata nel sangue, e la seconda quattro mesi dopo, quando anche il nuovo Sonderkommando, al termine del proprio servizio, viene sterminato.

Nel gennaio del 1945, quando la fine della Germania è ormai prossima, il campo di Auschwitz viene evacuato e inizia così il trasferimento a piedi da un campo di concentramento all'altro; il dottor Nyiszli sfugge per la terza volta alla morte destinata a chi ha lavorato nei crematori confondendosi tra le file di deportati che abbandonano il campo. Sopravvivendo al freddo e al gelo, giunge al campo di Mauthausen. Qui rimane sordo agli appelli fatti ai nuovi arrivati che chiedono, a chi ha lavorato nei crematori di Auschwitz-Birkenau, di presentarsi; stanno cercando i testimoni scomodi dello sterminio da eliminare: Nyiszli è tra questi. In seguito viene trasferito nel sottocampo di Melk e infine ad Ebensee. Le condizioni in questi campi sono indescrivibili e si profila il temuto sterminio totale dei prigionieri; Nyiszli teme di non farcela. Invece, il 5 maggio del 1945, finalmente viene appesa la bandiera bianca, in segno di resa agli Americani, sull'altissimo camino del crematorio di Ebensee.

Tornato a casa, Nyiszli riabbraccia moglie e figlia e decide di riprendere l'attività di medico sino a quando, nel 1956 sopraggiunge la morte per collasso cardiaco.

Le modalità di sterminio

Due erano le modalità principali di sterminio nei lager nazisti, lo sterminio "diretto", in cui si uccideva subito il deportato inutilizzabile e quello "indiretto", con cui lo si uccideva nel tempo relativamente breve di consumarsi con il massacrante lavoro coattivo imposto e la scarsa alimentazione. Secondo quanto racconta Nyiszli, la modalità principale per lo sterminio diretto di massa era rappresentata dalle camere a gas.

La selezione

Erano destinati a morte immediata tutti coloro che, scesi dal convoglio, dopo la selezione iniziale, finivano nel gruppo di sinistra, cioè degli inabili al lavoro; ma questi erano più fortunati di quelli scelti per lavorare, ai quali la morte era stata solo ritardata con disumane sofferenze.

Si constatò che la separazione delle madri dai figli, scartati perché troppo piccoli, dava origine a scompiglio e confusione e allora anche giovani madri in salute, che avrebbero potuto lavorare, seguivano la condanna a morte dei loro figli. I selezionati per il gas dovevano essere condotti nella maniera più calma possibile ai crematori. Si cercava di tranquillizzare i dubbiosi, si diceva loro che dopo si sarebbero ricongiunti con l'altro gruppo di selezionati, che avrebbero riavuto il loro bagaglio; si concedeva la possibilità di dissetarsi dopo il tremendo viaggio e si avvertivano che sarebbero stati condotti alle docce per un necessario bagno di disinfezione e che dopo li aspettava una minestra calda. Gli irriducibili, quelli che creavano problemi, venivano portati dietro i treni e uccisi di nascosto con armi di piccolo calibro. Lasciati i bagagli sulla banchina dei treni venivano incolonnati per cinque e avviati allo sterminio a migliaia alle vicine camere a gas; i nazisti avevano allungato i binari fino davanti alle porte dei crematori; chi non poteva camminare veniva trasportato con camion.

Scesi in un ampio spogliatoio, veniva spiegato loro di togliersi tutti i vestiti e di appenderli agli attaccapanni, di cui ciascuno è tenuto a ricordare il proprio numero per evitare confusione al ritorno dalla doccia (questo avveniva nei crematori II e III, mentre nei crematori IV e V non vi erano spogliatoi e perciò la svestizione si effettuava all'aperto). Per tranquillizzarli ulteriormente si distribuivano pezzetti di sapone ed asciugamani.

Lo sterminio nella camera a gas

La folla nuda veniva allora fatta entrare in un altro salone caratterizzato dalla presenza di soffioni di doccia finti sul soffitto e di quattro colonne quadrate formate da 3 grate concentriche in metallo, con fori di diversa misura; all'interno di queste si versava lo Zyklon-B, che ironicamente veniva trasportato da un'ambulanza della Croce Rossa. Tali colonne, caricate dall'alto, servivano per evitare la dispersione dei cristalli del gas ed evitare che i corpi cadendo li coprissero, diminuendone fortemente l'efficacia. Solo a contatto con aria preriscaldata a 25-27 °C, lo Zyklon-B sviluppa gas mortale in grado di sterminare una grande quantità di persone nel giro di pochi minuti; si usava perciò riscaldare le camere a gas con il calore sviluppato dai forni crematori. Inoltre le camere dovevano essere stipate di vittime all'inverosimile per ridurre lo spazio d'aria e facilitare l'azione del gas creando uno spazio molto ristretto. Chiusa la porta stagna, poco prima di gettare il gas, si usava anche spegnere la luce all'interno della camera, per scatenare il panico tra le persone ammassate dentro ed aumentarne fortemente la respirazione e quindi l'inalazione dei vapori tossici. Ad uccisione avvenuta, non restava che una piramide di corpi aggrovigliati, alla cui base giacevano i più deboli, lattanti, poi i bambini, quindi le donne, gli anziani e infine gli uomini più forti. Si azionavano i disaeratori che espellevano il gas usato da un camino sul tetto del crematorio mentre si inalava aria pulita nella camera a gas con ventilazione elettrica forzata.

Allora il Sonderkommando, con maschere antigas, cominciava a districare con uncini la matassa di corpi e poi veniva tolto ai cadaveri tutto ciò che poteva essere conveniente: i loro capelli, utili per la produzione di spolette per bombe e tessuti come il "traliccio", oggetti preziosi come anelli, orecchini, collane, bracciali ecc., si strappavano i denti d'oro, che ripuliti di frammenti di carne ed ossa con acido, venivano fusi in lingotti nella fonderia del crematorio II e inviati alla Reichsbank di Berlino.

Quando il numero degli innocenti era inferiore o uguale a 500, non veniva usato il gas ma le vittime venivano uccise con una pallottola alla nuca con armi di piccolo calibro, che solitamente non determinava la morte istantanea.

La tecnica d'uso dei forni crematori

Con un montacarichi i corpi venivano portati al piano superiore, nella sala d'incenerimento, lunga 30 metri e dotata di cinque grandi forni crematori multipli a tre porte ciascuno, per un totale di 15 bocche di forno; quindi i cadaveri venivano trascinati facendoli scorrere su acqua saponata (assai utile per non far attaccare i corpi sui ferri roventi d'introduzione) in un lungo scivolo perfettamente liscio e leggermente concavo, scavato nel pavimento, che copriva tutta la lunghezza della sala, e ammucchiati accanto ai forni. Ogni due-tre mucchi di corpi di adulti se ne formava uno di bambini, usati per guarnire il carico. Vi erano 15 lunghe slitte in acciaio scorrevoli con ruote su piccoli binari, lunghi dallo scivolo al forno. Le slitte erano usate per introdurre i cadaveri e ognuna era in asse con una bocca di forno (lo scivolo e i binari si vedono ancora nelle rovine dei crematori II e III). Su queste slitte venivano caricati di media due adulti ed un eventuale bambino e comunque, a seconda di ciò che la grandezza dei corpi consentiva, venivano sempre stipati al massimo possibile e poi spinti nella bocca incandescente del forno. Non si aspettava la fine della cremazione precedente, le porte del forno dopo 15- 20 minuti circa, venivano riaperte e con pinze e altri lunghi ferri veniva fatto spazio per un altro "carico" che veniva così gettato tra le fiamme, indipendentemente dallo stato della cremazione dei corpi precedenti. Pare che le muffole, o "camere di combustione" dei forni, potessero contenere fino ad 8 corpi, se abbastanza emaciati, alla volta. Nel gergo dei crematori, questa operazione era chiamata "caricare il forno". La cremazione di un corpo richiedeva mediamente 10 minuti. Le ossa più grandi, non completamente combuste, cadevano nella sottostante fossa di raccolta e successivamente frantumate con pestelli a mano. Il comandante del campo non faceva usare macchine trita-ossa come in altri lager. Le ceneri venivano stipate su camion e gettate in stagni, fiumi o usate come fertilizzanti per i campi e giardini, per fare saponi o per rendere transitabili strade ghiacciate d'inverno.

I roghi umani

Quando i quattro crematori erano stracolmi, i deportati in eccedenza venivano inviati alle "fosse crematorie", chiamate i "roghi umani".

I prigionieri venivano spinti nella casa a gruppi di trecento o quattrocento persone. Qui si dovevano spogliare nudi, quando uscivano venivano afferrati uno per volta da due detenuti del Sonderkommando e costretti a correre per un sentiero nel bosco, al termine del quale si apriva una radura dove giacevano lunghi e profondi fossati ardenti di corpi umani in fiamme; sul bordo delle fosse diverse SS con in mano armi di piccolo calibro. Le vittime erano paralizzate dal terrore e, prima di essere gettate nella fossa, veniva sparato loro un proiettile alla nuca; la morte non sopraggiungeva quasi mai immediata: le vittime così ardevano vive. Nel campo era chiamata la "doppia morte". Le SS dovevano mantenere il ritmo di sterminio e sparavano agli uomini del Sonderkommando che tardavano a portare la vittima davanti a loro. Nyiszli ci dice nelle sue memorie che il "rendimento" dello sterminio dei roghi era superiore a quello di un crematorio.

Gli esperimenti scientifici su cavie umane