La Pontificia Biblioteca Antoniana è la biblioteca antica del convento della Basilica del Santo, a Padova.

Come quasi tutte le biblioteche francescane, era denominata semplicemente «libreria», e risale alle origini del convento della Basilica del Santo, che verso il 1240 era in costruzione come «nobile monasterium»Si veda l'annotazione storica del domenicano Bartolomeo da Trento: "Demum, apud locum qui dicitur Cellas in Domino quievit et inde ad ecclesiam Sancte Marie virginis, ubi fratres Minores morantur et ubi nobile monasterium sancto confessori est inchoatum, transfertur" (1240). Tratto da: Bartolomeo da Trento, Liber epilogorum in gesta sanctorum, a cura di E. Paoli, SISMEL edizioni del Galluzzo, Tavarnuzze (Firenze) 2001, p. 141 - ISBN 88-8450-001-X. La storia della biblioteca si intreccia con quella della comunità dei Frati Minori Conventuali, dal medioevo ad oggi custodi del santuario. Caso forse unico in Italia tra le antiche biblioteche francescane, si è conservata sostanzialmente integra fino ai nostri tempi sfuggendo a razzie, dispersioni, confische.

Descrizione Quello che è definito il «Salone settecentesco» è stato costruito contemporaneamente al Chiostro del Generale dal quale si accede. È del 1430 circa e, almeno dal 1449 (data cui si deve far risalire la nuova sistemazione dei manoscritti), la Biblioteca ha sempre occupato la sede attuale. L'edificio subì gravi danni specialmente per l'assedio dei Veneziani durante la guerra della Lega di Cambrai dal 1509 al 1517. L'attuale aspetto è della fine del Seicento, la decorazione è dei primi anni del Settecento. La decorazione che inquadra il rosone centrale del soffitto è di Ferdinando Focchi, di scuola bolognese, il rosone centrale del 1702 è di Giovanni Antonio Pellegrini. Rappresenta l'Immacolata assunta in cielo ed esaltata dai Santi Francescani: Bernardino da Siena, Bonaventura da Bagnoregio, Duns Scoto e discepoli, Antonio di Padova. Ornano il Salone due preziosi globi, l'uno terrestre e l'altro celeste, opera del padre Vincenzo Coronelli (1650-1718), cosmografo ufficiale della Repubblica di Venezia e sovrintendente di tutto il sistema fluviale dell'impero austro-ungarico. Gli armadi risalgono ai primi due decenni del 1700. Sono opera del padovano Antonio Pamìo. Tutti rivestiti in radica di noce, sostituiscono quelli costruiti nel 1631. Molti uomini famosi e celebri passarono per questo Salone. Qui, tanto per fare alcuni nomi, si formarono allo studio Francesco della Rovere, il futuro papa Sisto IV, Matteo Ferchio, Bartolomeo Mastri, Filippo Faber, Francesco di Sales, Nicolò Tommaseo, Antonio Rosmini e Angelo Bigoni.

L'epoca delle soppressioni ottocentesche La Biblioteca passò un brutto momento nel periodo napoleonico. Per due volte i commissari francesi tentarono di asportare i manoscritti, come fecero per altre biblioteche. Fu il bibliotecario, padre Bonaventura Perissuti, che riuscì a salvare la Biblioteca, come fece per tutti i reliquiari della Basilica. Tre carri di argenterie (candelabri, lampade artistiche, oggetti preziosi, tra cui la famosa «città d'argento» che riproduceva tutta Padova trecentesca in cesello, opera di Ettore Fioravanti) Napoleone riuscì ad asportare dalla Basilica, e tutto fece fondere. Nel 1810 il decreto napoleonico di soppressione degli istituti religiosi costrinse i frati ad una presenza ridotta, quali semplici ufficiatori e custodi della Basilica, fino al 1826, quando la comunità poté ricostituirsi sotto il dominio austriaco. Un'altra crisi derivò dall'annessione del Veneto al Regno d'Italia con l'applicazione di leggi ostili agli ordini religiosi. A preservare la Biblioteca Antoniana dalla dispersione era stata, all'arrivo dei francesi a Padova nel 1797, l'accortezza del bibliotecario padre Bonaventura Perissuti, poi nel 1810 fu l'intervento della Veneranda Arca di Sant'Antonio, l'antico ente cittadino preposto alla conservazione e abbellimento del Santuario, che rivendicò la proprietà della Biblioteca, sottraendola così alla soppressione decretata per la comunità religiosa.

Il Novecento In seguito agli accordi intercorsi tra la Santa Sede e il Regno d'Italia nel 1929 (Patti Lateranensi) e in applicazione dei regolamenti conseguenti (1932), la Biblioteca Antoniana come tutte le altre realtà annesse al «Complesso Antoniano» (Basilica e Convento) passò sotto la giurisdizione diretta del Sommo Pontefice. Dal 1932 pertanto la Biblioteca ha acquisito il titolo di biblioteca «pontificia».

Patrimonio librario

Il primo nucleo della raccolta libraria si ricollega sicuramente all'attività didattica subito avviata nel piccolo convento originario da sant'Antonio di Padova († 1231), non solo predicatore popolare, ma primo «lettore» di teologia nell'Ordine, con l'approvazione di Francesco d’AssisiSi veda la breve lettera di san Francesco indirizzata a sant'Antonio (Epistola ad Antonium): "Fratri Antonio episcopo meo frater Franciscus salutem. Placet mihi quod sacram theologiam legas fratribus, dummodo inter huius studium orationis et devotionis spiritum non extinguas, sicut in regula continetur" ("A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco salute. Mi sta bene che tu insegni la sacra teologia ai frati, purché in questo studio tu non spenga lo spirito di orazione e devozione, come è stabilito nella regola"). Tratto da: Francesco d'Assisi, Scritti. Testo latino e traduzione italiana, Editrici Francescane, Milano 2002, p. 392 - ISBN 88-8135-007-6. Un primo inventario dei manoscritti fu redatto nel 1396S. Vanuzzo Beninato, «I codici della sacrestia del primo inventario (1396-97) della Biblioteca Antoniana nel cod. 572: edizione e commento», in Il Santo. Rivista francescana di storia dottrina arte 28 (1988), pp. 131-176. Inoltre, si vedano: L. Marozin, I manoscritti della Biblioteca Antoniana di Padova nell'inventario del 1396-97. I ‘libri in armario’ ed ‘extra armarium cum cathena’: identificazione e descrizione, Università degli Studi di Padova - Facoltà di Lettere e Filosofia, Padova 2002-2003 [tesi di laurea]; G. Baldissin Molli, La sacrestia del Santo e il suo tesoro nell'inventario del 1396. Artigianati d'arte al tempo dei Carraresi, Il prato, Padova 2002., poi rifatto e ampliato nel 1449. Essa arrivò a possedere in quell'epoca più di mille manoscritti. Entrambi questi inventari sono tuttora custoditi nella bibliotecaKenneth William Humphreys, The library of the Franciscans of the Convent of St. Antony Padua at the beginning of the XV Century, Erasmus, Amsterdam 1966.. Quali «pietre di fondazione» sono considerate due donazioni documentate: nel 1237 magister Aegidius, canonico della cattedrale di Padova, legava nel testamento ai frati un codice contenente i Sermones di sant'Antonio (da identificare forse con l'attuale ms. 720, alla base dell'edizione critica dell'opera antoniana); verso il 1240 il canonico della cattedrale Uguccione, nipote del vescovo di Padova Iacopo Corrado, donava al convento del Santo una preziosa Bibbia glossata parigina in 25 volumi, con miniature di magister Alexander, a capo di uno dei principali atelier di Parigi.

La raccolta crebbe attraverso donazioni, lasciti e il lavoro di copisti interni. Un capitolo provinciale tenuto a Padova nel 1291 stabiliva infatti che nei conventi principali (anzitutto Padova e Venezia) vi fosse sempre un copista, per fornire alla biblioteca gli strumenti necessari per la formazione teologica e culturale«Ordinat minister et diffinitores cum provinciali capitulo, quod in conventu Paduae et Venetiis et aliis conventibus, qui sustinere poterunt, teneatur continue unus scriptor, qui scribat libros necessarios et pro armario opportunos»: «Statuta Provinciae Marchiae Tervisinae seu S. Antonii», in Archivum Franciscanum Historicum 7 (1914), p. 460, n. 30.. La finalità caratterizzante della biblioteca rimase infatti la preparazione dei frati per l'attività pastorale, soprattutto la predicazione, a cui si aggiunse l'insegnamento universitario della filosofia e della teologia in via Scoti nella Facoltà delle arti, affidato a docenti conventuali (le dottrine di Aristotele e di Giovanni Duns Scoto esprimono le tendenze dominanti). Un nucleo ben nutrito è formato dai sermonari medievali; sono importanti i manoscritti di autori classici: Sallustio, Orazio, Cicerone, Terenzio, Lucano, Plutarco, Seneca. Molti sono i codici provenienti da officine librarie rinomate, ma per la maggior parte sono manoscritti a opera di amanuensi religiosi o maestri che se li procuravano ad uso personale spostandosi da uno studio generale all'altro. Tra questi si segnala il manoscritto di Gioacchino da Fiore codice 322 contenente il poema De Gloria Paradisi (Visio Admirandae Historiae) del XII secolo.

Dopo l'invenzione della stampa seguirono, in tempi progressivi, vari cataloghi delle opere esistenti, il più esauriente dei quali è quello compilato dal padre Bonaventura Perissuti che è ancora conservato in manoscritto. Nel secolo scorso il padre Minciotti stampò un Catalogo dei manoscritti, in seguito ristampato e lievemente ampliato dal padre Antonio IosaI codici manoscritti della Biblioteca Antoniana di Padova, descritti e illustrati dal bibliotecario P.M. Antonio Maria Iosa, Tip. del seminario, Padova 1886.. Ora i codici sono descritti in un'opera a due volumi redatta dai padri Giuseppe Abate e Giovanni LuisettoCodici e manoscritti della Biblioteca Antoniana, a cura di Giuseppe Abate e Giovanni Luisetto, col catalogo delle miniature a cura di François Avril, Francesca d'Arcais e Giordana Mariani Canova, 2 voll., Neri Pozza editore, Vicenza 1975.. Di particolare pregio sono le legature di molti codici.A. Bertoncello, Le legature medievali conservate nella Biblioteca Antoniana di Padova, 2 voll., Università di Venezia - Ca' Foscari, Facoltà di Lettere e Filosofia, Venezia 1998-1999 [tesi di laurea].

La Biblioteca assunse un gran prestigio dal 1630, anno in cui fu istituito al Santo il «Collegio dei Teologi», privilegio concesso dal papa Urbano VIII, su pressione della Repubblica di Venezia. Il patrimonio librario della Biblioteca è di circa 90.000 volumi, tra i quali alcune opere uniche, 200 incunaboli, più di 3.500 cinquecentine. Di pregiato valore il fondo delle cinquecentine ebraiche, molte delle quali sono a tutt'oggi copie uniche in tutto il territorio europeo. La più cospicua preziosità sono però i codici, il più antico dei quali sembra risalire al secolo IX. Vi sono altri manoscritti dell'anno Mille che, quasi con certezza, sono passati per le mani di sant'Antonio e, tra questi, si conserva qualche pezzo unico di opere fino ad ora non rintracciate in nessun'altra parte d'Europa. La Biblioteca conserva 41 grandi corali, tutti in pergamena, ivi trasferiti dal Coro della Basilica nel 1907; i più preziosi sono miniati da Niccolò da Bologna e dalla sua scuola. L'incendio del 1749 ne distrusse quattordici, subito rifatti in pergamena dalla Presidenza dell’Arca e decorati dal padre Giuseppe Cognolato con fine senso artistico, sono tuttora molto ammirati.

La collezione degli autografi (lettere e corrispondenze varie, dal 1300 al 1900) è in fase di inventariazione; tra questi si segnala la famosa lettera di Ghezo a Vanni del 1314, un documento di particolare interesse nello studio della lingua italiana.Marco Pecoraro, «Anomalie grafiche e fonetiche in un'epistola senese del primo Trecento», in Studi di filologia italiana 15 (1957), pp. 439-452: cf. Attilio Bartoli Langeli, La scrittura dell'italiano, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 31-34. Recentemente è stata scoperta una nuova lettera di Ghezo a Vanni, anteriore a questa - databile al 1310 -, recante maggiori informazioni biografiche sul mittente: Giacomo Bertonati, Avanni gheço visi rachomada: un'altra lettera di Ghezo a Vanni, La Spezia 2011.

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