La storia dell'Università degli Studi di Torino risale ai primi anni del XV secolo.

Nascita e consolidamento Il primo istituto d'istruzione di alto livello nella città fu la scuola di diritto fondata in età romana dall'imperatore Teodosio I. Il 25 maggio dell'anno 825 l'imperatore Lotario I promulgò il capitolare di CorteolonaHLOTARII, Constitutiones Olonnenses. A. 825, in Monumenta Germaniae Historica, Leges, II, pp. 248-250Ludovico Antonio Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, parte II, tomo I, p. 151 che costituì le scuole imperiali, dove venivano insegnati il diritto, la retorica e le arti liberali. La scuola venne istituita, oltre a Pavia capitale del Regno d'Italia, anche a Torino, da cui dipendevano anche gli studenti di Alba, Albenga, Vado e Ventimiglia.Prospero Balbo, Memorie della Reale Accademia delle scienze di Torino, Torino 1825, pag.211-213T. De Partouneaux, Storia della conquista di Lombardia fatta da Carlo Magno e delle cagioni che mutarono nell'alta Italia sotto Ottone il Grande - La dominazione francese in dominazione germanica, Milano, 1842, Epoca prima, Libro II, Capitolo IV, pag. 136

La crisi politico-militare dell'area lombarda seguita alla morte improvvisa di Gian Galeazzo Visconti convinse alcuni docenti delle Università di Pavia e Piacenza a proporre a Ludovico di Savoia-Acaia la creazione dello Studium Generale di Torino, in quanto sede vescovile e crocevia della rete di collegamenti tra la Francia, la Liguria e la Lombardia.

La nuova Università nacque ufficialmente nel 1404 con la bolla di Benedetto XIII, papa di Avignone, seguita nel 1412 dal diploma dell'Imperatore Sigismondo, nel 1413 dalla bolla dell'antipapa pisano Giovanni XXIII, probabilmente da un'altra del 1419 del papa di Roma Martino V e da una serie di privilegi papali.

Alla nuova Università furono riconosciuti corsi di dottorato in teologia, diritto canonico, diritto civile, medicina e arti liberali con l'autorizzazione a conferire i gradi accademici sia di licentia sia di doctoratus, che più tardi divennero un titolo unico con la laurea. La funzione di proclamare i nuovi dottori competeva al vescovo, cancelliere dello Studio.

I primi anni di attività furono travagliati: l'Università fu trasferita a Chieri fra il 1427 ed il 1434 ed a Savigliano dal 1434 al 1436, quando Ludovico di Savoia, successore di Amedeo VIII, stabilì nuovi ordinamenti volti al controllo dell'Università da parte del governo sabaudo. Le patenti ducali del 6 ottobre 1436 stabilivano tre facoltà (arti e medicina, leggi, teologia) e venticinque letture o cattedre.

Dal 1443, fino all'inaugurazione del palazzo di via Po nel 1720, l'Università ebbe sede nel modesto edificio acquistato e ristrutturato appositamente dal Comune all'angolo tra via Dora Grossa, l'attuale via Garibaldi, e via dello Studio (poi via San Francesco d'Assisi).

Nei primi secoli l'Università non riuscì a competere con le principali Università italiane né per numero di studenti né per fama di docenti, tuttavia lo Studium era vitale, come dimostra la laurea in teologia conseguita nel 1506 a Erasmo da Rotterdam, durante il suo soggiorno a Torino. Nel 1536, con l'occupazione francese del ducato, venne chiuso perché focolaio di tumulti. Dopo alcuni tentativi di riapertura, l'Università riprese la sua attività provvisoriamente nel 1558, a Mondovì, e definitivamente solo nel 1566, quando alla città di Torino fu concesso il diritto esclusivo di esserne la sede.

A Emanuele Filiberto di Savoia si deve la revisione dell'ordinamento istituzionale sul modello dell'Università di Bologna, che rimase pressoché invariato fino all'inizio del XVIII secolo.

Un lungo periodo di crisi si ebbe intorno alla metà del XVII secolo, a causa di peste, carestie e continue guerre. In quel momento i corsi si tennero irregolarmente, con numerose interruzioni, e il numero delle cattedre venne ridotto.

Illuminismo e restaurazione Nel XVIII secolo l'Università riprese vigore con la riforma di Vittorio Amedeo II, volta a formare una classe dirigente fedele e capace di affiancarlo nel processo di modernizzazione del Paese. L'apertura della nuova sede nel prestigioso palazzo di via Po, vicinissimo a piazza Castello, alle sedi del potere e delle altre istituzioni formative della città, coincise con quella dell'anno accademico 1720/21, il primo basato sulla riforma.

Con la riforma del 1721 fu aperto il Collegio delle Province, che avrebbe ospitato a totale carico dello Stato cento studenti di modeste condizioni sociali. Intorno agli anni trenta fu aperta anche una cattedra di eloquenza italiana accanto a quella latina, che incise notevolmente sui modelli culturali linguistici del Ducato. In questo periodo lo Studio piemontese divenne il modello di riferimento per le riforme universitarie a Parma, Modena, Cagliari e Sassari.

Le Costituzioni universitarie del 1772La prima stesura fu fatta nel novembre 1771, ma la pubblicazione avvenne poi nel giugno 1772 vedi Tommaso Vallauri, testo citato, p. 188. , redatte da Vittorio Amedeo Didier, sotto Carlo Emanuele III furono invece improntate a un modello di università chiuso, lontano dalla pedagogia dei Lumi: ad esempio si proibiva ai docenti di pubblicare all'estero senza un permesso delle autorità.

Nell'ultima parte del XVIII secolo l'Università perse prestigio a causa delle difficoltà dello Stato: nel 1791 la rivolta degli studenti universitari coinvolse ampi strati popolari della città, tra i quali gli artigiani, che infine, sentendosi traditi dagli studenti, assalirono il Collegio delle Province provocando morti e feriti (marzo 1792). Nell'autunno del 1792, con la guerra alla Francia rivoluzionaria, l'Università e il Collegio delle Province furono chiusi. L'Università fu riaperta definitivamente solo nel 1800, dal secondo governo provvisorio piemontese, con il nome di "Università Nazionale". Il nuovo assetto, fondato in gran parte sulle costituzioni del 1772, sostituiva le facoltà con otto "scuole speciali" che ne riproducevano lo schema: chimica ed economia rurale, chirurgia, disegno e belle arti, legislazione, medicina, scienze fisiche e matematiche, letteratura, veterinaria. Nel dicembre 1802 le scuole speciali furono ridotte a cinque con l'abolizione di letteratura e l'unificazione di medicina e chirurgia; inoltre, nonostante le proteste, numerose cattedre furono soppresse per ragioni economiche.

Nel 1805 fu introdotto anche in Piemonte l'ordinamento universitario napoleonico, con il quale a capo di ogni Università veniva posto un rettore, affiancato da un consiglio di amministrazione, dal quale dipendevano non solo l'ateneo, ma tutte le scuole e i collegi del dipartimento. Nell'Università di Torino le facoltà furono riorganizzate per l'ennesima volta passando da cinque a otto (medicina, veterinaria, scienze, matematica, diritto, lingua e antichità, disegno, musica): per dimensione, insegnamenti attivati, numero di docenti e studenti, l'Università piemontese era la più grande dell'Impero, subito dopo quella di Parigi.

Dopo la caduta dell'Impero napoleonico, Vittorio Emanuele I ripristinò la legislazione dell'antico regime sabaudo, cioè le costituzioni del 1772 e il regolamento del 1772. I provvedimenti più importanti negli anni successivi furono la creazione di una cattedra di economia politica presso la facoltà di legge (1817) e l'apertura, alla Venaria, di una scuola di veterinaria (1817-1818). La nuova procedura di nomina del rettore, approvata nel 1819, rifletteva le tendenze autoritarie dell'epoca: gli studenti perdevano l'antico diritto di partecipare alla designazione, lasciata ai docenti delle singole facoltà, ognuna delle quali proponeva un professore, e il sovrano sceglieva in questa rosa.

Nel marzo 1821 il movimento insurrezionale si sviluppò anche in Piemonte, con la partecipazione di numerosi universitari. Al termine dei moti il Collegio delle Province fu chiuso e l'Università, in seguito, fu riaperta solo in parte. Per evitare l'assembramento dei giovani nella capitale e la diffusione delle idee liberali si stabilì che, ad eccezione degli studenti residenti a Torino, Pinerolo e Susa, quelli fuori sede continuassero gli studi nelle località di residenza. Gli insegnanti dovevano recarsi periodicamente nei capoluoghi delle varie province per controllare l'andamento degli studi e svolgere gli esami di profitto. Furono impartite norme severissime per la sorveglianza sulla condotta morale degli studenti e sulla loro partecipazione alle pratiche religiose (1822). Dal 1823, per la nomina del rettore furono adottati provvedimenti ancora più restrittivi di quelli emanati da Vittorio Emanuele I, escludendo anche l'ingerenza dei docenti: il presidente indicava una rosa di cinque candidati da lui scelti fra i professori ufficiali delle cinque facoltà (chirurgia, legge, lettere, medicina, scienze e teologia) e al re spettava la decisione definitiva.

Riforme del periodo albertino L'apertura verso il liberalismo moderato e la visione internazionale di Carlo Alberto ebbero positivi effetti anche sull'Università: il periodo albertino è caratterizzato dallo sviluppo di alcuni istituti, dalla creazione di nuovi e dalla presenza di docenti di prestigio. Nel 1832 fu chiamato a insegnare fisica sublime il francese Augustin Cauchy, scienziato di fama internazionale, e alla cattedra di eloquenza italiana il dalmata Pier Alessandro Paravia. Sempre nel 1832 fu creato l'"Istituto di Medicina Legale"; nel 1837 fu introdotta la specializzazione in ostetricia e fu costruito, all'ospedale San Giovanni Battista, un grande museo anatomico dove fu traslocato il materiale di anatomia normale già esistente presso l'Università e quello raccolto nel museo di anatomia patologica. Nel 1842 fu riaperto il Collegio delle Province; si permise progressivamente agli studenti di tornare a frequentare i corsi e l'organizzazione degli insegnamenti fu migliorata e ampliata. Nacquero una scuola superiore di metodo, una cattedra di storia militare d'Italia (1846), divenuta poi cattedra di storia moderna (per storia moderna si intendeva la storia medievale), che fu assegnata allo storico Ercole Ricotti. In quello stesso anno, a ricoprire la ripristinata cattedra di economia politica, abolita ai tempi di Carlo Felice, fu chiamato da Napoli Antonio Scialoja.

Nel 1844 le facoltà di medicina e di chirurgia furono nuovamente riunite e riformate: tra le altre innovazioni, fu elevata la durata degli studi a sei anni, e fu regolamentata con precisione la dissertazione di laurea. Nel 1850 un nuovo regolamento diede più spazio alla clinica e alla pratica negli ospedali torinesi, e introdusse alcuni insegnamenti che formarono la base della futura facoltà di farmacia. La facoltà di teologia che, per il crollo degli iscritti e per l'aumento delle tensioni fra Stato e Chiesa, si stava rapidamente svuotando, fu riformata nel 1845 per frenare il potere dell'arcivescovo.

Nel triennio 1846-48 si provvide, tra forti contrasti e resistenze, a riformare la facoltà di scienze e lettere che il 9 ottobre 1848 cessò di esistere. Al suo posto furono create due facoltà separate, di "belle lettere e filosofia" e di "scienze fisiche e matematiche". La facoltà di scienze, con la presenza di studiosi che assicuravano un'alta qualità dell'insegnamento, Avogadro, Bidone, Plana, Giulio, De Filippi, Sobrero, Menabrea, fu organizzata in quattro corsi di laurea quadriennali: di matematica e ingegneria idraulica (il primo nucleo del futuro Politecnico), di architettura civile e, per l'insegnamento nelle scuole secondarie, di fisica e geometria, e di storia naturale. Nel 1856 si aggiungerà un quinto corso di laurea, in chimica.

Periodo del positivismo