Labdicazione di Vittorio Emanuele III fu l'atto con cui il 9 maggio 1946 il re Vittorio Emanuele III rinunciò anche al titolo formale di re, a favore del figlio Umberto II, che già rivestiva il ruolo di luogotenente del regno.
Storia Già dal 5 giugno 1944, all'indomani della liberazione di Roma, Vittorio Emanuele aveva cessato di esercitare le funzioni sovrane, nominando il figlio Luogotenente generale del Regno.
Il re era all'inizio riluttante all'abdicazione e anche i partiti politici del C.L.N. avrebbero preferito non modificare la situazione già molto delicata. Nel maggio del 1946 l'abdicazione fu vista dagli ambienti monarchici come l'unica possibilità per scindere le sorti di casa Savoia, malvista per l'appoggio offerto per 20 anni al fascismo e a Mussolini in particolare, e il futuro della monarchia in Italia.
Non bisogna, peraltro, dimenticare che l'abdicazione avvenne senza tenere in considerazione il decreto luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944 e con l'art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale nº 98 del 16 marzo 1946, che prevedevano il mantenimento del regime luogotenenziale sino alla consultazione elettorale per l'elezione dell'Assemblea Costituente. Il primo progetto era, infatti, di rimettere nelle mani dei costituenti la scelta della forma di Stato; in un secondo momento si optò per la scelta referendaria ma, comunque, sempre in regime luogotenenziale del figlio Umberto.
L'abdicazione avvenne a Villa Rosebery a Napoli, dove il re abitava. Sulla base della legge Attribuzioni e prerogative del capo del governo, le funzioni di notaio della corona sarebbero spettate al capo del governoLegge 24 dicembre 1925, n.2263: Art 5 Il Capo del Governo...esercita le funzioni di notaio della corona., che in quel momento era Alcide De Gasperi, ma non si ritenne opportuno rivolgersi a De Gasperi per avallare un atto formalmente illegittimo e la legalizzazione della firma del re fu certificata dal notaio Nicola Angrisano, normale professionista con studio a NapoliL'atto di abdicazione di Vittorio Emanuele III è riprodotto sul sito della wordpress. Fu emanato quindi un comunicato ufficiale: "Oggi alle ore 15,15 in Napoli, il re Vittorio Emanuele III ha firmato l'atto di abdicazione e, secondo la consuetudine, è partito in volontario esilio. Non appena il nuovo re Umberto II tornerà a Roma ne verrà data comunicazione ufficiale al Consiglio dei ministri" .
L'abdicazione fu duramente criticata dalla stampa di sinistra italiana: l'Unità definì la decisione del sovrano "un atto ignobile e grottesco" e lAvanti! bollò Vittorio Emanuele III come "il re fascista" (descrivendo inoltre il nuovo re Umberto II come "principe fascista"). Più moderato fu il quotidiano democristiano Il Popolo, il quale sottolineò come l'abdicazione del sovrano non avrebbe arrestato l'impegno della Democrazia Cristiana per il referendum istituzionale. Per contro, gli ambienti filomonarchicici che auspicavano la continuazione del regno della casa Savoia in Italia giudicarono l'atto come tardivo. Benedetto Croce lo aveva richiesto a partire dal novembre 1944 [https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/scheda/benedetto-croce/IT-AFS-021-022669/benedetto-croce-walter-lippmann-sulla-necessita-abdicazione-vittorio-emanuele-iii-savoia Senato Benedetto Croce Carteggio Benedetto Croce Walter Lippmann Sulla necessità abdicazione Vittorio Emanuele III di Savoia
Vittorio Emanuele assunse il titolo di conte di Pollenzo, che si riferisce a una località del comune di Bra, feudo che nel Settecento apparteneva ai Romagnano, ma poi passata ai Savoia. Carlo Alberto vi aveva costruito uno splendido castello. La sera stessa dell'abdicazione, Vittorio Emanuele e la regina Elena si imbarcarono sul Duca degli Abruzzi e, in volontario esilio, si trasferirono in Egitto, ospiti di re Farouk I. L'ex sovrano morì ad Alessandria d'Egitto il 28 dicembre 1947.
Note
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