Il Laelius de amicitia (titolo completo Laelius seu De amicitia - più noto come De amicitia: "Sull'amicizia") è un dialogo di carattere filosofico scritto da Cicerone tra l'estate e l'autunno del 44 a.C. e dedicato a Tito Pomponio Attico. Delinea, in un dialogo che si immagina svolgersi nel 129 a.C. tra Mucio Scevola, Gaio Fannio e Gaio Lelio, tutte le sfumature dell'amicizia, unendo la visione epicurea (attichiana) e quella stoica (ciceroniana).
Nell'antichità soltanto l'epicureismo aveva cercato di svincolare il valore di amicizia da quello di utilitas. In questo trattato, che a prima vista potrebbe sembrare un dialogo tra amici, in realtà Cicerone utilizza autorevoli fonti per sostenere l'amicizia libera dal vincolo politico.
Il 44 a.C. e l'ultimo periodo della vita di Cicerone Cicerone, maestro dell'eloquenza, filosofo, storico, poeta, epistolografo, fu un uomo eclettico in poesia quanto in filosofia.
Gli ultimi anni della vita di Cicerone sono permeati dal dolore. Al ritorno dalla Cilicia, era ansioso a causa della situazione politica tumultuosa. Infatti vi era l'intervento armato tra Cesare e Pompeo. Legatosi due volte a Cesare e avendo violato i patti del triumvirato, sembrava che Pompeo avesse fatto di tutto per cercare lo scontro armato, credendo fermamente di uscirne vincitore. Era infatti inevitabile che Cesare rifiutasse la decisione estrema del Senato, non ritenendola costituzionale, e che decidesse di passare il Rubicone.
Cicerone, attento uomo politico, non riuscì a restare neutrale. Dopo un'attenta analisi, seppur senza entusiasmo, decise di schierarsi con Pompeo, nonostante questa sembrasse la causa più debole ma anche più giusta. Infatti nell'epistola del 27 febbraio del 49 ad Attico, Cicerone esprime la propria delusione in quanto Pompeo non incarnava l'ideale ciceroniano di moderator rei publicae.
Per molti mesi, nonostante la situazione domestica non fosse delle migliori – infatti il suo animo era dilaniato da ragioni private e pubbliche - decise di attendere a Brindisi il ritorno del vincitore.
In seguito ripudiò la moglie Terenzia, dopo trent'anni di vita matrimoniale condivisa, perché questa aveva dilapidato l'intero patrimonio familiare. Sposò così Publilia, una donna giovanissima e ricchissima, ma quando la figlia Tullia morì di parto, Publilia fu accusata di essersene rallegrata, così fu ripudiata anch'ella.
La morte della figlia lo turbò profondamente causando la perdita di fiducia anche nel presente. A questi accadimenti della vita privata, si aggiunse anche il disprezzo degli antichi compagni che lo accusavano di tradimento, poiché alleato a Pompeo, e gli antichi avversari che lo corteggiavano. Per un periodo aveva sperato che Cesare, uomo dotto e generoso, potesse restaurare la repubblica, per questo pronunciò le orazione dette "Cesariane". In realtà la dittatura cesariana si fece troppo dura fino alle Idi di marzo del 44 a.C., quando questi fu ucciso e Cicerone subito osannò la punizione meritata.
Cicerone credette che l'antica repubblica potesse risorgere dalle sue ceneri, ma questa apparve solo come una breve illusione, in quanto i congiurati non riuscirono a controllare il potere. Antonio si proclamava vendicatore e successore di Cesare. Proprio per questo Cicerone decise di lottare contro Antonio, mettendo in pericolo la sua vita e pronunciando le famose Filippiche. Alla luce di questo contesto storico e di questi forti contrasti interiori, Cicerone redige le sue ultime opere.
Argomento
Il dialogo contiene l'elogio dell'amicizia, adottando l'ideale ellenico della filantropia, che però viene calato nel contesto della realtà romana, tanto da diventare “legame interessato”, fra persone aventi gli stessi ideali politici. Rievocando la figura dell'amico Scipione Emiliano da poco scomparso (che viene celebrato nella parte iniziale e al quale vengono fatti molti riferimenti nel testo), Gaio Lelio intrattiene i propri interlocutori (i suoi due generi Gaio Fannio Strabone e Quinto Mucio Scevola) tracciando un profilo del valore e della natura dell'amicizia e disprezzando forme di amicizia non dettate dalla natura, motivo per il quale più volte verranno attaccati, in maniera più o meno diretta, gli epicurei.
Lamicitia per i Romani era anzitutto la creazione di legami personali a scopo di sostegno politico. Il dialogo muove alla ricerca dei fondamenti etici della società nel rapporto che lega fra loro le volontà degli amici.
La novità dell'impostazione ciceroniana consiste soprattutto nello sforzo di allargare la base sociale delle amicizie (ponendovi alla fondamenta valori come virtus e probitas) al di là della cerchia ristretta della nobilitas. Quella propagandata da Lelio non si configura unicamente come amicitia politica: ciò si evince dal fatto che l'opera trasuda di una disperata necessità di rapporti sinceri, quali Cicerone, preso nel vortice delle convenienze imposte dalla vita pubblica, poté forse provare solo con Attico.
Contesto storico e riassunto per capitoli Il dialogo del Laelius ha luogo nel 129 a.C., dopo la morte, avvenuta da poco, di Scipione l'Emiliano, figura chiave di quel periodo storico.
Il 130 a.C. è segnato dalla morte di Appio Claudio, il quale insieme a Caio e Crasso doveva partecipare al triumvirato. Questi ultimi, però, furono sostituiti da due amici di Tiberio Gracco: M. Fulvio Flacco e C. Papiro Carbone. Infatti, nel 129, la presidenza e l'azione attiva toccò a Fulvio Flacco. In quell'anno erano consoli due amici dell'Emiliano: C. Sempronio Tudiano e M. Aquilio, che pose termine alla guerra di Aristonico. In questi anni si intensificarono le manifestazioni di malcontento per l'azione da parte della repubblica del recupero dell'ager pubblico. Infatti vennero messe in discussione tutte le terre, sia per il mal di porzionamento, sia per la voglia da parte della nobilitas di appropriarsi indebitamente di alcuni territori; per questo si era perso il confine tra pubblico e privato, soprattutto nelle terre occupate dagli Italici. Secondo Appiano, gli Italici non lamentarono di essere stati esclusi dalla ridistribuzione della terra, in realtà il loro malcontento nacque dal recupero dell'ager già posseduto.
Furono proprio gli Italici a rivolgersi a P. Cornelio Scipione Emiliano, il quale nelle guerre passate li aveva sempre sostenuti. Così, l'Emiliano propose al senato di trasferire la decisione di recuperare i territori, dai triumviri ai consoli. Il Senato l'approvò. In realtà questa proposta fu strategica, in quanto il console M. Aquilino, in quell'anno, si trovava fuori Roma, esattamente in Asia; mentre il console Sepronio Tudiano si recò in Illiria per evitare di prendere alcuna decisione. I consoli, quindi, trovandosi fuori Roma e non prendendo nessuna decisione, non applicarono la legge e tutti i giudizi si arenarono.
La rivolta degli Italici appariva pericolosa soprattutto per gli ottimati, in quanto ai primi interessava ottenere la cittadinanza romana, via principale per tutti i diritti riservati ai Romani. La cittadinanza fu anche argomento di discussione nella lotta tra Gracchiani e Senato. Come magistralmente descrive Cicerone nel De re publica, il popolo risultò diviso in due parti, una democratica con a capo i Gracchi e l'altra aristocratica capeggiata da Scipione Emiliano.
Nella primavera del 129 a. C., mentre i Romani sul monte Latino festeggiavano le "Ferie latine", sembrava che Scipione volesse fare il colpo di stato, rovesciando così le leggi agrarie. In realtà non fu così, in quanto Scipione si riunì per poterne riparlare in un congresso che doveva durare due giorni.
Il primo giorno del congresso giunse a termine e Scipione ne uscì vincitore. Questo viene descritto anche da Cicerone nel De amicitia (III.12) in cui scrive che Scipione fu acclamato e accompagnato a casa da un grande corteo di senatori, popolani e latini; il giorno seguente, Scipione fu trovato morto. Le cause sono sconosciute, ma non appena la notizia riecheggiò per la città, alcuni gridarono all'assassinio, altri, come ad esempio Appiano (b.civ., I, 20), che racconta che si sia suicidato poiché non era riuscito a ottenere quanto promesso.
La morte dell'Emiliano sedò gli accesi animi, soprattutto perché la prima legge aveva portato alcuni benefici, cioè rese ineffettuabile l'opera dei triumviri. Il 129, quindi, si concluse con la vittoria degli ottimati.
Segue un riassunto a capitoli dell'opera:
I (1-5): Cicerone, che dedica l'opera ad Attico e spiega all'amico la fonte del dialogo e l'origine delle sue riflessioni sull'amicizia. La storia che si appresta a raccontare deriva dal racconto riferitogli da Quinto Mucio Scevola, a cui Cicerone era stato affidato dal padre quando aveva assunto la toga virile. In questo periodo (presumibilmente l'88 a.C.), Mucio Scevola avrebbe riferito a Cicerone la conversazione tenuta con il suocero Lelio e con l'altro suo genero, Gaio Fannio, poco dopo la morte di Scipione l'Emiliano (o Africano minore). I concetti contenuti nel trattato – spiega Cicerone – sarebbero quelli esposti da Lelio e la forma dialogica sarebbe stata scelta per rendere il discorso più diretto ed evitare ripetizioni.
Cicerone, invitato più volte dallo stesso Attico a discorrere sull'amicizia, avrebbe scelto di dare voce a Lelio perché il sentimento che lo legava a Scipione l'Emiliano era il più degno da raccontare.
Secondo Cicerone le sue argomentazioni, affidate a uomini più illustri, avrebbero un effetto più incisivo sul lettore. L'autore stesso paragona tale scelta a quella operata nel Cato maior, in quanto Catone gli sembrava la persona più idonea a parlare della vecchiaia. Invita Attico a dimenticare la mano dell'autore e a pensare che sia lo stesso Lelio a parlare.
II (6-10): prende avvio il dialogo vero e proprio. Il primo a parlare è Gaio Fannio, elogia Scipione l'Emiliano ma soprattutto Lelio, il quale – racconta – viene chiamato sapientem per la sua sapienza e per l'amore della scienza, alla pari di personaggi come Catone (per la sua esperienza) e Lucio Acilio (per la conoscenza del diritto civile). Lelio sarebbe definito così per la sua sapienza e per l'amore della scienza. Diverse persone chiedono a Fannio come il suocero stia affrontando la morte dell'amico, notando anche la sua insolita assenza alla riunione degli auguri in occasione delle None.
Interviene Mucio Scevola. Anche a lui la stessa domanda viene posta frequentemente e ai curiosi risponderebbe che Lelio sta affrontando con moderazione il lutto e l'assenza alle None sarebbe dovuta esclusivamente a motivi di salute.
Lelio quindi conferma la versione di Scevola, ringrazia Fannio per le parole riservategli, ma lo ammonisce sulla poca importanza che sembra dare alla figura di Catone: nessuno sarebbe sapiente quanto lui e nessuno avrebbe sopportato come lui il dolore per la perdita dei figli. Paragona Catone a Lucio Emilio Paolo Macedonico e a Gaio Sulpicio Gaio, i quali anche loro avevano perso dei figli, ma nessuno si potrebbe anteporre alla figura di Catone.
III (10-12): neanche Lelio si può anteporre a Catone, perché mentirebbe se dicesse di non sentire la mancanza dell'Emiliano. Nonostante la sofferenza, Lelio dichiara di non aver bisogno di alcuna medicina, perché gode già di quella che gli deriva dall'essere privo di errori, a Scipione non è accaduto nulla di male, in quanto la sua vita è stata piena di soddisfazioni, ottenendo tutto ciò che potesse desiderare. Sin da fanciullo – continua a raccontare Lelio – ha superato le aspettative della famiglia ed è stato eletto due volte console senza che si fosse mai candidato, ha spento future guerre sottomettendo Cartagine e Numanzia, lo ricorda come un uomo devoto alla famiglia, liberale nei confronti della madre e delle sorelle e amato dall'intera Roma, nonostante alcuni sospettino che sia stato ucciso.