La Venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Livorno è una associazione laicale di volontari di ispirazione cristiana cattolica romana, fondata nel 1595 per l'esercizio e la realizzazione delle opere di Misericordia, spirituali e materiali, soccorrendo ai bisogni della popolazione (assistenza sanitaria, sepoltura per i derelitti, assistenza materiale e spirituale ai poveri e ai carcerati, assistenza ed educazione alle donne ed ai fanciulli abbandonati).

Le origini La sera del 9 aprile del 1595, cinque livornesi (Paolo di Valerio Baroni, poi divenuto primo Governatore dell'associazione, Lorenzo di Agostino Falleri, successivamente eletto Provveditore della Confraternita, Vincenzo di Domenico Bonazzini, Domenico di Pellegrino e Lorenzo di Pietro Todini) si erano riuniti nell'osteria di don Antonio d'Austria, presso l'antica Porta Colonnella in via Grande, per discutere di un increscioso episodio accaduto in quei giorni. Per la via pubblica erano rimaste esposte ed abbandonate le povere spoglie di un mendicante senza che nessuno si fosse interessato a raccoglierle pietosamente d a darne onorevole sepoltura. Fu così deciso che in un consesso civile necessitasse la presenza di un'organizzazione volontaria di cittadini che soccorresse anche a tali necessità e venne allora fondata una "Compagnia della Misericordia", ispirandosi all'antico pio sodalizio fiorentino.

Il 19 aprile 1595 fu così ufficialmente istituita la nuova Confraternita livornese con la celebrazione di una messa solenne nel nuovo Duomo cittadino a cui seguì la prima uscita in processione dei confratelli alla presenza degli stessi granduchi di Toscana, delle autorità e di una numerosa partecipazione di popolo. Per l'occasione i granduchi furono designati protettori della nuova compagnia di carità.

La sua organizzazione, rimasta sostanzialmente immutata nei secoli, prevede l'istituzione del "Magistrato", organo collegiale deliberante della vita amministrativa dell'associazione, composto dal Governatore (con funzioni di presidente), Correttore spirituale (Cappellano Maggiore), i due "Magnifici Capitani" (intimi consiglieri e vicari del governatore), il Cancelliere (notaio e segretario), il Provveditore (esecutore materiale delle decisioni adottate), il Camarlingo (tesoriere) e dagli altri "Conservatori" rappresentati da sei Maestri dei novizi e da due sagrestani.

Presto l'associazione livornese chiese di essere aggregata a quella fiorentina perché "...li faccino gratia di aggregargli, et accettargli per filli et minimi fratelli della loro Veneranda Confraternita, dandoli per cara limosina tutti quei privilegiati altissimi tesori di tante e tante Indulgenze concesseli da i Santi Pontefici..., bramando ardentissimamente non solo del nome di Misericordia imitarli, et seguirli, ma in ogni altra loro laudabile azione...". Questo documento fu rogato con atto pubblico dal notaio ser Pietro Paccenti il 29 giugno 1595, quando la consorella fiorentina gli concesse i propri Statuti, i Regolamenti e l'emblema della Misericordia.

Analogamente, nel 1599 la Misericordia di Livorno si affiliò anche all'Arciconfraternita di San Giovanni Decollato della Nazione Fiorentina di Roma, adottandole lo stemma rappresentato da una croce latina rossa con i bracci gigliati, affiancata dalle lettere F e M in stile gotico (Fraternitas Misericordiae), ove sotto è raffigurata la testa di San Giovanni Battista, decollata e posta in un bacile. Nell'occasione San Giovanni decollato divenne il patrono della Confraternita ed è ancora ricordato nella ricorrenza del 29 agosto di ogni anno.

I secoli XVII e XVIII Il granduca Ferdinando I de' Medici, interessato alle attività meritoria della nuova Confraternita, fece costruire a proprie spese una chiesa con stanze annesse a disposizione dei Fratelli. Ben presto l'istituzione livornese divenne famosa ed apprezzata; numerosi furono i personaggi che vi si iscrissero, in particolare i papi Clemente VIII e Benedetto XIV, molti inglesi di fede cattolica residenti in Toscana, tra cui Robert Dudley, duca di Warwick, fuggito dalle persecuzioni anglicane della sua patria e divenuto illustre ammiraglio della flotta granducale, il capitano Robert Thorton, esploratore per conto di Ferdinando I delle coste sudamericane del Rio delle Amazzoni, dell'Orinoco e di Trinidad, il duca Carlo di Lorena, l'ammiraglio Inghirami, prode comandante dei cavalieri dell'Ordine di Santo Stefano Papa e Martire, Francesco Bianchi, primo console francese in Livorno e molti altri come documentano i Libri dei Provveditori, conservati presso l'Archivio di Stato locale.

I granduchi, quali protettori, parteciparono frequentemente alle manifestazioni ed alla vita dell'associazione con numerose visite e donando denaro e arredi sacri per il culto. Ferdinando I per assicurare alla Misericordia livornese una sussistenza, dispose nel 1598 che tutti i calafati stranieri pagassero una tassa una tantum di 7 lire toscane, privilegio di nuovo confermato nel 1622 da Cosimo II de' Medici.

La notorietà dell'azione caritatevole della confraternita superò rapidamente i confini cittadini e numerose analoghe congregazioni di carità chiesero ed ottennero di esserne aggregate: Portoferraio nel 1620, Cascina nel 1627, Empoli nel 1631, fino a quelle di Marsiglia, che dal 1615 si obbligò ad inviare annualmente un cero di tre libbre in segno di devozione, e di Nizza che fu aiutata nell'approvvigionamento di farina alla popolazione nizzarda in occasione di una grave carestia. L'attività assistenziale, iniziata con il trasporto dei malati, feriti e defunti, si estese nel corso degli anni anche ad altri settori.

Nel 1606 fu aperto a spese della Confraternita un asilo per i poveri, nel 1610 un ospedale per mendicanti e pellegrini (Spedale dello Spirito Santo), gestito con l'ausilio dei Barnabiti da poco stabilitisi in città. Nell'occasione ed in rispetto di questa famiglia religiosa il Governatore della Confraternita assunse il titolo di "Preposto" ed il privilegio di portare una cappa di raso verde e nero. Nella via Grande, in alcuni stanzoni ove era il laboratorio delle pietre dure poi trasferito a Firenze, fu dapprima aperto un ricovero per le povere ammalate e poi, nel 1639, ampliatosi per concessione granducale, vi fu aperto lo "Spedale di Santa Barbara", adiacente all'omonima chiesa, allora di proprietà della Confraternita dei Bombardieri. Nel maggio 1677, nell'attuale via dei Cavalieri, fu aperta la "Ruota dei gettatelli", istituzione per raccogliere i bambini abbandonati da trasferire all'orfanotrofio di Pisa e, successivamente, un ospizio per donne musulmane e di strada per la loro educazione, assistenza e mantenimento con lo scopo di avviarle ad una vita più sicura e dignitosa.

La Confraternita di interessò anche dell'assistenza dei carcerati e dei condannati alla pena capitale, finanziando il servizio di carità con pubbliche questue. Per l'occasione fu istituito il collegio dei "Buonomini di carità", deputato alla educazione religiosa, morale e il mantenimento materiale dei condannati e partecipando al pietoso compito di accompagnarli con i "Fratelli Confortatori" in processione nel loro ultimo viaggio al supplizio con il noto "Crocifisso dei giustiziati". L'ultimo servizio per un condannato fu effettuato il 9 aprile 1854, data dell'ultima esecuzione capitale a Livorno.

Nel 1680 Cosimo III de' Medici autorizzò la tumulazione dei giustiziati nel cortile interno della chiesa della Confraternita per permettere ai fratelli della Misericordia di officiare più frequentemente Messe in loro suffragio. I fratelli ebbero in concessione anche un proprio sepolcro sotto il primo altare a sinistra entrando nel Duomo (scomparso con le distruzioni belliche), donato dal cavaliere Biagio Pignatta, ciambellano di Ferdinando I.

In occasione dei gravi fatti che funestarono la nuova città di Livorno, i volontari della Confraternita si prodigarono fino allo stremo per portare aiuti alla popolazione. Fu il caso della grave pestilenza del 1630, quando molti di essi perirono colpiti dal morbo in occasione dell'assistenza e del trasporto dei malati ai lazzeretti e nel portare il vitto ai cittadini obbligati per motivi sanitari a rimanere isolati nelle proprie case. Dopo il terribile terremoto del 1640 la Confraternita in segno di ringraziamento per il pericolo scampato dalla città, istituì il pellegrinaggio alla Madonna di Montenero nel "sabato in Albis" con la prima processione di 115 volontari il 7 aprile 1646, incuranti della fitta pioggia che li accompagnò fino al pomeriggio, quando vennero rifocillati dai padri del santuario. Nell'occasione, fu donata al santuario della Madonna una pregevole statua in argento, raffigurante la Misericordia che ringraziava la Madre di Dio per la cessazione della peste in città. Alla sua base vi era incisa la dedica "Insigni Beneficio Deiparae Virginis Montis Nigri sedata peste anno MDCXXXI Liburni atrociter grassante in gratiarum actionem Misericordiae Confratres D. D. A MDCXXXII. La statua fu poi trafugata dai francesi durante l'occupazione del 1799.

Nel 1780 fu data in permuta dalla "Compagnia di S. Barbara dei Bombardieri" la chiesa posta in via Grande e la nuova sede che comprendeva l'intero isolato lasciato libero dal già esistente ospedale femminile della confraternita. Con le soppressioni di Pietro Leopoldo del 1786-1790 tutte le confraternite laicali scomparvero. Tuttavia non fu disconosciuta la sua attività meritoria e le fu permesso di continuare ad esercitare in città i trasporti degli infermi e dei defunti.

Il secolo XIX

Con le soppressioni leopoldine e l'espropriazione di molte sue proprietà per le attività assistenziali e filantropiche (ospedali, asili e ricoveri), la Misericordia di Livorno, privata di gran parte delle sue rendite, si trovò in gravi difficoltà economiche. Frattanto, nel 1806 con la costituzione della Diocesi livornese, anche la Misericordia di Livorno fu elevata con bolla papale a "Venerabile Arciconfraternita" ed il suo stemma sormpntato da una corona. La riforma dei suoi Statuti, con l'approvazione dello stesso granduca con rescritto del 14 giugno 1825, dette nuovo impulso alle attività assistenziali, procurando nuove entrate. Al fine di tenere continuamente aggiornata la fratellanza dell'associazione ai progressi della scienza medica per assistere meglio i soccorsi, l'Arciconfraternita sottoscrisse, con l'approvazione del Governatore della città, una convenzione l'8 dicembre 1824 con la Società Medica di Livorno. Varie e numerose furono le espressioni di aiuto e solidarietà alla popolazione che fu colpita dalle epidemie di colera negli anni 1835-1837 e 1854-1855, tanto che il nuovo governo italiano con Decreto reale del 2 maggio 1869 attestava con la concessione di una medaglia d'oro all'Arciconfraternita la benemerenza per la "..pubblica salute in testimonianza di ammirazione e gratitudine per quanto operò durante il cholera del comune di Livorno, provincia di Livorno.." con autorizzazione di fregiarsene pubblicamente.

I confratelli parteciparono attivamente anche agli episodi risorgimentali. Nel 1848 il preposto dell'Arciconfraternita, Alessandro Malenchini, fratello del più noto comandante dei volontari livornesi che parteciparono all'impresa dei Mille in Sicilia, inviò a nome della Misericordia di Livorno 3.157 lire toscane al Comune di Venezia per sovvenzionarne la resistenza contro l'assedio austriaco.

Durante le giornate del 10 e 11 maggio 1849 con la occupazione austriaca della città, i confratelli continuarono la loro opera di soccorso trasportando per le vie deserte oltre 90 feriti e morti, effettuando circa 120 servizi. Ben presto anche le forze occupanti richiesero i soccorsi della Misericordia per i propri militari feriti, malati o deceduti, per i quali furono effettuati oltre 300 trasferimenti di soldati tra l'ospedale, la stazione San Marco per il rimpatrio o il cimitero dei Lupi.

Anche l'istituzione livornese ebbe comunque le sue vittime durante il Risorgimento.