Quello dellEssere è un tema che attraversa tutta la storia della filosofia fin dai suoi esordi. Per quanto già posto dalla filosofia indiana sin dal IX secolo a.C.,Fabrizio Coppola, Ipotesi sulla realtà, p. 47 e segg., Lalli editore, 2ª 1995. è all'eleate Parmenide che si deve l'aver dato inizio in Occidente a questo lungo dibattito che percorre i secoli e le diverse culture fino ai nostri giorni. L'Essere, nel senso ontologico cioè suo proprio, è quindi uno dei concetti fondamentali tra quelli elaborati dalla tradizione del pensiero filosofico occidentale.

Premessa Il verbo "essere" viene usato principalmente in tre modiPer la logica moderna, nelle proposizioi, "è" può avere anche funzioni diverse dalla semplice esistenza: può indicare identità (A = B), inclusione sistemistica (x ∈ X) o predicazione (P(x)).:

Esistenza: per esprimere il fatto che una certa cosa esiste; ad esempio, «la mela è sul tavolo» = c'è, esiste, ma anche «l'unicorno è» (nell'immaginazione di chi lo pensa). Identità: ad esempio «gli Italiani sono gli abitanti dell'Italia», «Umberto Eco è l'autore de Il nome della rosa». Predicazione: per esprimere una proprietà di un certo oggetto; ad esempio «la mela è rossa». La copula "è", in questo caso, descrive l'inerenza (o appartenenza) ovvero il rapporto logico per cui una qualità appartiene ad un ente. L'inclusione si definisce tramite l'appartenenza ("la mela è un tipo di frutta").

Quanto sopra riportato è una generalizzazione che, se consente di comprendere i principali usi del vocabolo, non rende conto della varietà dei significati e delle implicazioni che il concetto di Essere ha avuto nel corso della storia della filosofia. È necessario pertanto prendere in esame il concetto di Essere così come è stato analizzato dai vari filosofi nel corso della storia.

Si può premettere che, da una parte, in filosofia lEssere è stato considerato non solo un verbo ma anche un sostantivo (l'Essere come "tutto ciò che è" o come "il fatto che X esista", ecc.); dall'altra, identità e predicazione sono oggetto di studio anche di un'altra disciplina, la logica, per cui le generiche definizioni sopra riportate sarebbero imprecise.

Occorre anche tener presente che i termini essere ed esistenza sono stati spesso utilizzati con significati diversi, mentre nel linguaggio comune si tende a considerarli sinonimi.

Essere ed ente

Un'altra distinzione riguarda quella fra essere ed ente (o, con termine utilizzato da Emanuele Severino, essente) ovvero il participio presente del verbo essere (quindi un ente è "ciò che è"). L'ente si dà come ente a causa dell'essere. Secondo l'ontologia di Heidegger l'ente (seiendes) non è l'essere (sein), ma è qualcosa che possiede l'essere, è un possesso limitato dell'essere: l'ente partecipa all'essere, il quale invece abbraccia tutto ciò che è, ed esaurisce l'orizzonte del reale, permettendo all'ente di realizzare se stesso.L'ente, e non l'essere, è per Heidegger il punto di partenza della metafisica, poiché l'essere non è visibile direttamente, ma l'intelletto perviene ad esso passando attraverso qualche ente particolare (Battista Mondin, O.P., Ontologia e metafisica, ESD, 2022, p. 141) Gli enti possono essere materiali o astratti.

Per Tommaso d'Aquino l'essere è ciò (id quo) per cui un ente è ovvero esiste nella realtà (sia la realtà materiale empiricamente rilevabile dai sensi sia la realtà pensabile dall'immaginazione umana). Usando le parole di Emanuele Severino, l'essere (formale) è ciò per cui un ente non è nulla.

Sulla scorta di Platone e soprattutto di Aristotele la filosofia medievale e moderna ha avuto nel concetto di ente un caposaldo al punto che l'accusa di Heidegger fu di aver "entificato" l'essere.

Parmenide e la filosofia dell'Essere

Il filosofo che per primo mette a tema esplicitamente il concetto di essere è Parmenide di Elea (VI-V secolo a.C.); l'esordio della riflessione filosofica sull'essere si esprime mediante una lapidaria formula, la più antica testimonianza in materia:

Parmenide nota come l'essere sia unico e non possano esserci due esseri perché se uno è l'essere, e l'altro non è il primo, allora è non-essere.

Se infatti A è l'essere, e B non è A, allora B è non-essere, ossia non è. Questo ragionamento impediva di parlare di enti e portava alla negazione del divenire, che gli antichi non riuscivano a spiegare.

Il problema più rilevante non era tanto la molteplicità degli enti che abbiamo sotto gli occhi, quanto il senso greco del divenire per cui tutto muta, che si scontra con la ragione, altra dimensione fondamentale della grecità, che è portata a negarlo. Parmenide vive drammaticamente il conflitto, vede che il mondo è molteplice, ma la ragione e il compito del filosofo gli impediscono di crederci: egli non si fida dei sensi ma solo della ragione, e afferma perciò che il divenire, il mondo, e la vita, sono tutte illusioni. C'è un solo essere, statico, uno, eterno, indivisibile, ossia uguale a sé stesso nello spazio e nel tempo perché diversamente, differenziandosi, sarebbe il non-essere.

Tale essere è una sfera perfetta e finita; la sfera infatti è l'unico solido geometrico che non ha differenze al suo interno, ed è uguale dovunque la si guardi. L'ipotesi collima suggestivamente con la teoria della relatività di Albert Einstein che nel 1900 dirà: «se prendessimo un binocolo e lo puntassimo nello spazio, vedremmo una linea curva chiusa all'infinito» in tutte le direzioni dello spazio, ovvero complessivamente una sfera. Per lo scienziato infatti l'universo è sferico sebbene finito, fatto di uno spazio ripiegato su sé stesso; una sfera non chiusa, perché fuori dell'essere e dello spazio infinito non può esservi nulla, ma tendente a chiudersi all'infinito.

Inoltre come in Parmenide l'Essere sia una dimensione assoluta, che permea di sé anche il pensiero filosofico stesso (è la medesima cosa l'essere e il pensare). Poiché l'essere coincide col pensiero, quest'ultimo non è in grado di oggettivarlo, perché per farlo dovrebbe uscirne fuori: ma ciò è impossibile, perché al di fuori dell'Essere non c'è nulla. Per cui Parmenide non dice cosa è l'Essere; egli ce lo consegna senza un predicato: lEssere è, e basta.

Si noti che nel celeberrimo frammento di Parmenide la dea non usa un sostantivo: dice semplicemente "ὅπως ἐστίν", che si traduce letteralmente con «che è» o «come esiste» (cioè la totalità delle cose esistenti). Per ragioni scolastiche gli antichi traduttori hanno storicamente tradotto con "essere" ("εἶναι" in greco antico) il concetto astratto dell'esistere, il puro atto di essere, sebbene Parmenide nel poema usi frequentemente "τὸ ἐόν" cioè l'ente (come nel fr. 6, dove compare "l'ente è" nel passaggio "χρὴ τὸ λέγειν τε νοεῖν τ' ἐὸν ἔμμεναι" ovvero "è necessario il dire e il pensare che l'ente sia". I commentatori in epoca medievale e moderna hanno ereditato la lettura platonica e soprattutto aristotelica, preferendo usare il termine astratto "essere" per dare al pensiero di Parmenide una dignità filosofica universale. Invero per i filosofi greci di quel periodo (i presocratici), la distinzione tra "astratto" (spirituale/mentale/ideale) e "concreto" (fisico/materiale/naturale) non sussisteva compiutamente. Questa separazione l'ha scoperta Platone secoli dopo. Parmenide nel poema parla della realtà concreta dato che usa "τὸ ἐόν" e non "εἶναι".

Eraclito e la filosofia del divenire Eraclito di Efeso (Asia Minore, VI-V secolo a.C.) sostiene il punto di vista opposto a quello degli Eleati: tutto cambia e si trasforma ("panta rei", cioè "tutto scorre"). La realtà è mutevole: non ci si può immergere due volte nella stessa acqua di un torrente e una salita può essere vista come una discesa pur rimanendo la stessa cosa. Noi stessi siamo sempre uguali a noi stessi e nel contempo in costante evoluzione: lo stesso uomo è prima bambino e poi adulto.

I filosofi pluralisti: la mediazione tra essere e divenire Empedocle e Anassagora, due filosofi del V secolo a.C., per conciliare le differenze venutesi a creare tra Parmenide ed Eraclito, suppongono che la realtà sia costituita di particelle eterne ed immutabili (come l'essere parmenideo), che però interagendo tra loro danno origine alla realtà dinamica (ossia il divenire eracliteo).

Secondo Empedocle esistono quattro elementi (terra, acqua, fuoco ed aria) che si uniscono e si disgregano spinti dalle forze opposte di amore e odio.

Anassagora invece ritiene che gli elementi primigeni siano simili in struttura ma diversi per qualità e li chiama "semi" o "omeomerie"; la forza responsabile dei loro mutamenti è il Νοῦς (Nûs), un Intelletto cosmico ordinatore.

Democrito e l'atomismo Democrito (V-IV secolo a.C.) ritiene, con una visione meccanicistica, che l'Essere, cioè tutte le cose, compresa l'anima, sia costituito da oggetti indivisibili, gli atomi. Questi si muovono nel vuoto, corrispondente al non-essere, di cui però è ammessa quindi l'esistenza, a differenza di quello parmenideo.

Epicuro (Grecia, IV-III secolo a.C.) recupera l'atomismo di Democrito allo scopo di dimostrare l'impossibilità di compromettere la felicità dell'uomo, in quanto il mondo è retto dal solo movimento di atomi. L'atomismo sarà poi sostanzialmente abbandonato fino all'Ottocento.

Platone

Platone si considerava filosoficamente erede di Parmenide, anche se nei suoi confronti, in merito alla questione dell'Essere, compirà una sorta di "parricidio", secondo un termine da lui adoperato enfaticamente nel Sofista.Platone, Sofista, 241-d. Egli infatti concepisce l'Essere non più staticamente contrapposto al non-essere, ma ipotizza una loro parziale convivenza. L'Essere, secondo Platone, è strutturato in forma gerarchica: a un massimo di Essere corrisponde un massimo di valore morale, rappresentato dall'idea del Bene. A mano a mano che ci si allontana dal Bene, però, si giunge a contatto col non-essere.

L'uomo, secondo Platone, si trova a metà strada tra Essere e non-essere. Per spiegare la situazione paradossale in cui si trova l'uomo, egli introduce una differenza tra essere ed esistere. Mentre l'Essere è qualcosa di assoluto che è in sé e per sé, l'esistenza non ha l'essere in proprio: l'essere le viene "donato". Così l'uomo non sussiste autonomamente, ma esiste in quanto ha ricevuto l'essere da qualcos'altro. Utilizzando una metafora, Platone concepisce l'esistenza come un ponte sospeso tra essere e non-essere.

Per Platone, dunque, le caratteristiche dell'Essere parmenideo permangono intatte finché si resta all'interno del mondo iperuranio delle idee: esse sono eterne, immutabili, e incorruttibili. Anche il non-essere però in un certo senso esiste, sebbene la sua natura consista unicamente in una privazione, in una mancanza di essere, una corruzione che diventa sempre più accentuata man mano che l'uomo precipita lontano delle idee, cadendo nella temporalità, nella contingenza, e nel divenire. Questa concezione sarà fatta propria anche dai successivi filosofi neoplatonici e cristiani: l'Essere è la luce di Dio, che si disperde a poco a poco nell'oscurità in cui risiede la possibilità del male. Platone si vide costretto a supporre questa gerarchia per conciliare le divergenze tra la staticità dell'essere parmenideo, e il divenire di Eraclito.

Da sottolineare comunque che in Platone (come già in Parmenide) l'Essere non è qualcosa che si ricava dai sensi, né è dimostrabile tramite un ragionamento: esso si trova al di sopra del percorso logico-dialettico, ed è accessibile unicamente per via di intuizione.

Aristotele

Mentre Platone aveva trattato il problema dell'essere da un punto di vista mitologico e ideale, Aristotele fu il primo filosofo a trattarlo in maniera sistematica e razionale, andando alla ricerca di una cogenza logica tale da conferire all'essere una proprietà definitiva.