La strage di Palazzo d'Accursio, avvenuta il 21 novembre 1920 a Bologna, fu un episodio di violenza squadrista che si scatenò in piazza Maggiore, quando un nutrito gruppo di squadristi fascisti attaccò la folla riunitasi in occasione dell'insediamento della nuova giunta comunale presieduta dal socialista massimalista Enio Gnudi. L'episodio di Palazzo d'Accursio – secondo lo storico Jonathan Dunnage – può essere considerato il momento della "comparsa" ufficiale dei fascisti nella provincia di Bologna., e un punto di svolta importante nella storia del capoluogo emiliano e successivamente d'Italia: all'egemonia politica dei socialisti succedette l'offensiva squadrista, innescando un processo politico che in un paio d'anni avrebbe portato il fascismo al potere..

Gli scontri, la cui dinamica non è mai stata interamente chiarita, portarono alla morte di dieci sostenitori socialisti e del consigliere comunale della Lista Pace Libertà Lavoro Giulio Giordani, oltre che al ferimento di circa sessanta persone. Una vasta memorialistica e contribuiti storiografici si sono misurati sulla responsabilità dei tragici avvenimenti e su chi avesse «per primo» aperto il fuoco. Secondo gli storici Dunnage e Fabio Fabbri però, la questione appare di secondaria importanza di fronte al nodo principale della faccenda, ossia l'atteggiamento passivo e compiacente della forza pubblica nei confronti dei fascisti, e soprattutto del questore di Bologna Luigi Poli.. Secondo lo storico Nazario Sauro Onofri il questore Poli, nonostante fosse perfettamente al corrente della situazione, non intervenne in tempo e quasi lasciò che le parti si scontrassero, cosciente che gli unici che avessero qualcosa da perdere in quel particolare momento storico erano i socialisti, divisi da questioni interne e sotto l'attacco politico delle organizzazioni liberali e di destra unite in funzione antisocialista. La strage di Palazzo d'Accursio si può considerare quindi un importante nodo storico-politico utile a dimostrare la connivenza della polizia con il movimento fascista prima del definitivo affermarsi di quest'ultimo a Bologna.

L'episodio costò caro al movimento socialista bolognese: il fascismo si appropriò della figura di Giordani innalzandolo a primo grande martire fascista e trovò legittimazione nell'azione paramilitare contro le amministrazioni di sinistra da parte dell'opinione pubblica moderata, la quale incolpò senza dubbio i socialisti quali colpevoli della strage. Il sindaco Enio Gnudi e la giunta si ritirarono senza nemmeno insediarsi e ad essi subentrò un commissario prefettizio che preparò il terreno alle successive giunte nazionaliste alla guida della città..

Antefatti Nei primissimi anni 1920 a Bologna il Partito Socialista con il suo largo seguito era visto come una seria minaccia da parte della borghesia, la quale non fu in grado di organizzarsi a livello politico e per questo si assicurò l'appoggio di gruppi nazionalisti e fascisti per difendere i propri interessi. Funzione di queste élite fu appunto cercare di convincere le classi medie e i possidenti terrieri emiliani che i fascisti rappresentavano il centro di resistenza necessario contro il "pericolo rosso". Dopo un periodo di mobilitazione fascista nella primavera del 1920, durante l'estate il movimento fascista bolognese guidato da Leandro ArpinatiFuturo podestà di Bologna dal 1926 al 1929, anno in cui lasciò la carica dopo essere stato chiamato a ricoprire l'incarico di Sottosegretario all'interno. perse di intensità, per poi riprendere vigore nell'autunno 1920.. In questo periodo il fascio di Bologna fu ricostituito grazie ad un accordo tra i capi del vecchio fascio (Arpinati su tutti) e numerose altre associazioni politiche e patriottiche cittadine. In una riunione del 20 ottobre fu deciso di «ricostituire su più larghe basi il fascio di combattimento», con lo scopo di creare un nucleo in grado di opporsi alle presunte violenze socialiste. Questa fusione tra il fascio e le associazioni patriottiche e nazionaliste fu la chiave dell'improvviso emergere del movimento fascista come forza politica di prima grandezza a Bologna..

Il 31 ottobre 1920 il Partito Socialista Italiano vinse con largo margine le elezioni amministrative, ottenendo una maggioranza del 58,2% dei voti dopo una campagna elettorale accesa e animata, ma sostanzialmente corretta e ordinata nonostante le minacce fasciste. Minacce divenute aggressione aperta nella giornata del voto, quando alcuni fascisti avevano sparato dei colpi di rivoltella contro un gruppo di operai nel quartiere della Beverara..

Ancor prima di apprendere il risultato delle votazioni, ad inizio novembre 1920 cominciò l'offensiva del fascio bolognese, e in breve tempo un movimento "di difesa" divenne una forza di offesa, alimentata dai fondi di agrari e industriali interessati a restaurare l'ordine e fermare gli scioperi contadini. Ma l'ascesa del fascismo bolognese e più in generale in Emilia-Romagna non fu semplicemente dovuto all'appoggio degli agrari e degli industriali, il quale benché fosse l'aspetto dominante, venne affiancato anche dal fenomeno del reducismo esacerbato dai disagi economici, il che aiutò la mobilitazione delle classi medie a fianco del fascismo.. Oltre a ciò, «dall'ottobre in poi il fascismo ebbe nella polizia bolognese l'alleata più evidente, [...] godendo della protezione del questore e [...] del prefetto» scrisse Luigi Fabbri nel 1922. La ricerca archivistica svolta a Bologna dallo storico Jonathan Dunnage mostra che l'antisocialismo diffuso nei ranghi delle forze di polizia, assieme alla presenza di ex-commilitoni in entrambe le parti e ad un atteggiamento generalmente refrattario assunto dal governo liberale nel reprimere la violenza fascista, risultarono fattori determinanti nella collaborazione tra le forze di polizia e gli squadristi..

Il 1º novembre il questore Luigi Poli comunicò al prefetto che un gruppo di fascisti si era recato presso l'ingresso del restaurant della Borsa, noto ritrovo dei socialisti bolognesi, tentando di provocare con urla e insulti i commensali. La porta del ristorante venne chiusa e la faccenda si chiuse lì, ma nell'occasione la polizia aveva favorito i fascisti, lasciandoli fare, come lamentò lo stesso Poli..

I fascisti bolognesi scelsero il 4 novembre, secondo anniversario dalla fine della prima guerra mondiale, per sferrare la loro offensiva contro il PSI, per destabilizzare l'equilibrio politico per arrivare all'insediamento del consiglio comunale in un clima deteriorato. Per questo, i fascisti dovevano attaccare in varie direzioni, provocare il caos e, possibilmente, la reazione dei socialisti. Quel giorno fascisti assieme a nazionalisti ed ex-combattenti invitarono il questore a onorare la ricorrenza (che sarà dichiarata festa nazionale nel 1922) ordinando la chiusura dei negozi, l'esposizione di vessilli tricolore in tutta la città e richiesero che il conteggio delle schede elettorali si svolgesse in giornata, inoltre chiesero di impedire ai socialisti di esporre il loro vessillo a Palazzo d'Accursio. Il questore rispose loro che le prime tre richieste erano illegali poiché il 4 novembre non era festa nazionale e il conteggio dei voti doveva essere quanto più possibile accurato, mentre la quarta richiesta trovò la collaborazione dei socialisti se questo atto avesse impedito incidenti.. Non avendo ottenuto il beneplacito sulle prime richieste, i fascisti imposero la loro volontà ai commercianti e nel pomeriggio un gruppo di fascisti assieme «ad un gruppo di ufficiali in divisa e decorati» riuscì a salire sulla torre del Palazzo del Podestà e a suonare il campanone malgrado l'ingresso fosse presidiato da militari dell'Arma. In serata infine i fascisti fermarono e imbandierarono con il tricolore le vetture pubbliche, incontrando le proteste dei tranvieri e costringendo il prefetto ad interrompere la fornitura di energia elettrica che alimentava i tram per garantire l'ordine pubblico. Quel giorno la condotta dei poliziotti e dei tutori dell'ordine pubblico fu esemplificativa della disponibilità della forza pubblica nell'accettare le imposizioni fasciste: «L'incidente del suono del campanone [...] è l'indice dello stato d'animo degli agenti della forza pubblica, i quali provenendo per la maggior parte dagli ex-combattenti vedono con simpatia siffatte manifestazioni», scrisse il prefetto Giuseppe Visconti in un rapporto inviato la notte stessa a Roma..

Passata la mezzanotte di quello stesso 4 novembre, un centinaio di squadristi si diressero verso la Camera del Lavoro per farvi irruzione, mentre le Guardie regie che perlustravano le adiacenze «scomparvero d'incanto». Dopo aver sparato alcuni colpi gli aggressori furono respinti e messi in fuga dai sindacalisti presenti, tuttavia di lì a poco sopraggiunse un gruppo di carabinieri inviati dal Questore filo-fascista Luigi Poli, che perquisirono i locali della Camera e l'abitazione del deputato socialista Bucco. Qui requisirono un'ottantina di rivoltelle e una decina di fucili che lo stesso Bucco aveva ordinato alle guardie rosse smobilitate di portare in casa sua, e arrestarono novantasei tra sindacalisti e Guardie rosse, compreso lo stesso Bucco. All'alba i fascisti entrarono nella Camera del Lavoro ormai deserta, saccheggiando e devastando i locali, senza incontrare alcuna resistenza da parte della forza pubblica, e nessuno di questi squadristi fu fermato o arrestato...

Il 5 novembre per protesta i socialisti bolognesi addetti alle officine, ai postelegrafonici, i tranvieri e gli addetti alle ferrovie secondarie incrociarono le braccia, e anche il personale del pubblico impiego non lavorò, solo i ferrovieri non furono capaci di organizzare alcuna forma di lotta in difesa del segretario della Ccdl. Ma l'incertezza all'interno del sindacato, l'atteggiamento rinunciatario di alcuni massimalisti e la mancata adesione dei ferrovieri portarono in breve tempo ad uno sgretolamento del fronte socialista e del fallimento dello sciopero. Difatti nel pomeriggio del 6 cominciarono a riaprire i negozi e la sera tornarono a lavorare i postelegrafonici. In serata i fascisti forzarono la porta di Palazzo Re Enzo e suonarono il campanone in segno di vittoria..

Che a trionfare in quell'occasione fossero stati i fascisti, non ci sono dubbi. Questi, forti del vantaggio morale e psicologico per avere mandato in carcere Bucco e le guardie rosse, non lasciarono nulla di intentato per trarre il massimo vantaggio dalla situazione, dando inizio a nuove violenze politiche in vista dell'insediamento della giunta socialista.. Un nutrito gruppo di fascisti aggredì gli onorevoli Nicola Bombacci e Antonio Graziani in un ristorante nel centro di Bologna; il giorno dopo due legionari fiumani, davanti agli occhi della polizia, portarono di forza il massimalista Edoardo Magnelli nella sede del fascio e lo malmenarono., Magnelli fu il primo di numerosi socialisti ad avere il triste privilegio di essere bastonato nella famigerata "cantina di Arpinati".. Il 13 i fascisti tentarono di incendiare ancora la sede della Camera del Lavoro e il 16 bastonarono il consigliere provinciale Di Maggi..

In questo clima di tensione, la destra borghese risultava compatta in funzione antisocialista, mentre la sinistra socialista risultava disomogenea e scombussolata da conflitti interni tra riformisti e massimalisti nonostante si avviasse ad insediarsi al consiglio comunale. Proprio in quei giorni, mentre i fascisti sferravano i colpi più duri, a Bologna e Imola si tennero le riunioni decisive della frazione comunista – diretta da Bucco, Bombacci, Graziadei, Marabini e Quarantini – per preparare la scissione e la nascita del Partito Comunista d'Italia..