A capo degli insorgenti ascolani operò con azioni di brigantaggio e guerriglia contro le truppe francesi di Napoleone I presenti nel territorio piceno.
Biografia Nacque nella piccola frazione di Santa Maria a CorteT. Galanti, op. cit., pag 26. Si ricorda che la frazione di Santa Maria a Corte aveva dato i natali anche a Guglielmo Divini da Lisciano, noto come fra Pacifico, nel XII secolo, e forse a papa Niccolò IV. dell'allora comune di Lisciano, in provincia di Ascoli Piceno, e visse tra il XVIII e il XIX secolo.
Di umili natali fu figlio di Anna Antonia e Costantino Costantini. Il padre era proprietario di diciassette terreni, che coltivava con l'aiuto della famiglia, e della casa nella frazione di Villa Santa Maria a Corte. Giuseppe Costantini sposò, nel 1799, Cecilia Pompa e si trasferì a vivere nella vicina contrada di Colle, paese della moglie. Dal suo matrimonio nacquero tre figli: Giacomo, (9 novembre 1780), Venanzio, (11 maggio 1782), e Matteo, (22 settembre 1786). Mantenne la sua famiglia coltivando un piccolo pezzo di terra di sua proprietàG. Marinelli, op. cit. pag. 306. e lavorando nel suo laboratorio di fabbro-ferraioT. Galanti, op. cit., pag 26. ed armaiolo dove fabbricava e riparava fucili.E. Calcagni, Sciabolone, art. cit. in Flash - mensile di vita picena, pag. 22.S. Balena, op. cit. pag. 450.G. Marinelli, op. cit. p. 307. Dei primi anni della sua vita non si hanno notizie di particolari avvenimenti, balzò agli onori delle cronache della storia ascolana come brigante per aver comandato i ribelli e gli insorgenti montanari che contrastarono i soldati napoleonici in difesa dell'unità nazionale.
Gli autori locali lo ricordano come un uomo di «giusta statura», semianalfabeta, dai capelli scuri portati lunghi fino alle spalle, sul volto rasato aveva un paio di grossi baffi ed occhi chiari che gli conferivano un certo fascino esprimendo al contempo forza e sicurezza. Luigi Pastori lo descrive dal temperamento taciturno, dal portamento altero, dal piglio risoluto e coraggioso fino alla temerarietà. Si distingueva per il suo spiccato senso strategico e per l'innato talento meccanico che lo appassionava alle armi da fuoco. Era un abile cacciatore e infallibile nel tiro. Per dimostrare la sua abilità riusciva a centrare anche una moneta tirata in aria. Un aneddoto racconta che, durante una festa paesana a Colle, sollecitato da un gendarme ad imitare Guglielmo Tell, pose una mela sul capo del figlio Matteo e la colpì da lunga distanza.
Il soprannome di Sciabolone, scrive Timoteo Galanti, lo avrebbe ereditato dal padre e lo trasmise anche ai figli. Emidio Calcagni, invece, sostiene che gli fu attribuito perché brandiva una grossa sciabola che si era costruito da sé.
Le cronache locali non tramandano di come riuscì a riunire, con tanta rapidità, la nutrita banda di circa trecento montanari pronti a combattere contro l'instaurato governo francese. Formò un primo nucleo di combattenti con l'aiuto dei suoi tre figli, degli amici più stretti e dei parenti, cui se ne aggiunsero altri: insieme dettero vita alla sua «Truppa in Massa». È da considerare che tra gli ascolani era largamente diffuso il desiderio di contrastare i napoleonici, i quali stavano depredando il territorio ed imponendo nuove tasse dopo il 1797, anno in cui avevano occupato le legazioni dello Stato Pontificio e della Marca. Non sono neppure noti i motivi che portarono Sciabolone a capeggiare i rivoltosi: si sa che al suo fianco militava anche don Donato De Donatis, un prete-brigante, parroco teramano, nativo del piccolo paese di Rocca Santa Maria. Il religioso dovette ricoprire inizialmente il ruolo di assistente spirituale della truppa di massa, ma in seguito divenne lui stesso uno dei capi, preso dall'impeto di combattere contro i giacobini.
Nell'anno 1799, Costantini, sconfiggendo i francesi, riuscì a conquistare la città di Ascoli e a mantenervi per un brevissimo periodo di tempo un suo presidio. Combatté i francesi con la sua truppa nelle zone montane del comprensorio ascolano, che ben conosceva per avervi praticato la caccia.
In seguito divenne colonnello dell'esercito napoletano e partecipò nel 1806, agli ordini del generale irlandese Matteo Wade, alla difesa della fortezza di Civitella del Tronto, assediata da Giuseppe Bonaparte. Ferdinando IV di Napoli, coalizzatosi contro i francesi, aveva riorganizzato le truppe di massa e pose Sciabolone al comando di un reparto. Nel maggio dello stesso anno la fortezza cadde, ma Costantini sfuggì alla cattura.
Dopo il suo intervento a Civitella, Sciabolone tornò alla macchia cercando protezione e rifugio tra i monti della Laga. In questo periodo le sue imprese divennero sempre più confuse e non lasciavano comprendere da che parte stesse veramente. Balena ipotizza che, probabilmente, viste le condizioni politiche del tempo, un uomo della sua tempra, abituato al comando e al combattimento, non voleva tornare a coltivare la terra nel suo piccolo paese vicino a Lisciano e decise di cambiare bandiera. Nel marzo del 1808, dopo aver catturato a Monte Pagano (l'attuale Roseto degli Abruzzi) dei gendarmi repubblicani, aveva segretamente trattato la sua resa al nuovo governo francese, a patto che gli fossero garantiti la salvezza della vita ed un vitalizio. Passò, così, chiarire|all'esercito napoleonico che lo accolse con gli onori delle armi, affidò a lui e ai suoi figli una compagnia e gli conferì il grado di capitano. Nell'aprile del 1807 fu mandato a Capua con i suoi uomini ed inquadrato nei reparti regolari dell'esercito. Qui morì nel marzo del 1808 e i militari francesi lo onorarono con esequie idonee al suo rango.
Nel paese di Villa Santa Maria a Corte, un comitato locale, il 3 maggio 1981, ha collocato una lapideTesto dell'iscrizione della lapide: «IN QUESTA CASA NACQUE E VISSE / Giuseppe Costantini 1758-1808 / detto / "SCIABOLONE" / Animatore e capo degli "Insorgenti" combatté contro / i francesi che avevano invaso il Piceno. / Affrontò le truppe napoleoniche e le attaccò / con audaci azioni di guerriglia infliggendo loro / notevoli perdite. / I SUOI NEMICI LO CHIAMARONO "BRIGANTE" / IL POPOLO LO ESALTÒ COME PATRIOTA / LA STORIA NE RICORDA LE IMPRESE ED IL CORAGGIO / Santa Maria Corte –3 maggio 1981.» commemorativa sulla facciata della sua abitazione e il paese di Mozzano gli ha intitolato una strada: Via di Sciabolone.
La banda di Sciabolone La banda dei guerriglieri della truppa di massa di Giuseppe Costantini divenne, in breve tempo, la più nota e temuta della montagna. L'orda era composta di uomini che non erano dei veri e propri soldati. Lo storico ascolano Balena li descrive come «spaventosi e pittoreschi» allo stesso tempo. Si distinguevano per il loro abbigliamento malconcio costituito da vestiario lacerato dall'uso, per avere al posto delle scarpe pelli di capra legate, per indossare strani copricapo e portare fucili, tromboni, falci e quasi tutti i tipi di coltellacci.
Dai loro avversari francesi erano definiti briganti, ma erano insorgenti che si sollevavano e combattevano per la difesa dell'indipendenza. Perseguirono lo scopo di abbattere il regime francese e di liberare il loro territorio dallo straniero che lo occupava. Sviluppavano la loro guerriglia con imboscate e attacchi di sorpresa che spesso avvenivano tra le zone montane, impervie e boscose, più favorevoli per nascondersi.
Lo scontro di Ponte d'Arli Il primo scontroT. Galanti, op. cit. pag. 26. Lo storico Galanti, nel suo testo, riporta anche la tradizione popolare che narra che il primo scontro tra i soldati francesi e Sciabolone sarebbe avvenuto a breve distanza da Ascoli, nei pressi del torrente Gran Caso, affluente del fiume Tronto. tra i briganti papalini di Sciabolone e i soldati francesi avvenne nei pressi della località di Ponte d'Arli, nell'acqauasantano, il 5 o il 6 gennaio 1799. Le cronache locali lo descrivono avvenuto in una giornata tipicamente invernale in cui vi fu una copiosa nevicata. Costantini e i suoi uomini, nascosti tra le rupi che sovrastano il paese, ordirono l'imboscata ai danni del generale Sebastiano Planta. Questi, con il suo reparto composto di circa cento soldati, si dirigeva, attraverso le montagne dell'alta valle del Tronto, da Ascoli Piceno alla volta del paese di Talvacchia con l'intento di saccheggiare il borgo e incendiarlo poiché nel villaggio avevano trovato ricovero alcuni insorgenti.
I francesi furono avvistati dalla pattuglia di guardia della banda appostata sul piccolo altipiano di Campodanù, che fronteggia il vecchio ponte sulla via Salaria. Attaccati dai rivoltosi dopo aver tentato una timorosa difesa si precipitarono a fuggire. Lo scontro terminò a favore degli insorgenti che contarono una sola perdita contro i tanti morti e feriti della colonna francese.
Sciabolone ad Ascoli Dopo la prima vittoria di Ponte d'Arli sui francesi, Sciabolone, unitosi agli abruzzesi di Donato de Donatis e agli uomini comandati da Giovan Battista Ciucci della Rocca di Montecalvo, scese ad Ascoli Piceno sapendo che in città era rimasta la presenza di un modesto presidio di soldati francesi. Costantini vi entrò da Porta Vescovo, varco che aprì a colpi di ascia. Era il 23 gennaio 1799 quando conquistò la città senza colpo ferire e acclamato dagli abitanti. Il luogotenente francese della piazza di Ascoli, visti gli insorgenti, non si avventurò nella difesa e si ritirò a porta Maggiore proseguendo poi verso di Porto d'Ascoli, trascinandosi dietro due cannoni. Le truppe papaline dei briganti lo raggiunsero sul ponte di San Filippo e Giacomo e, sebbene il comandante napoleonico tentò di contrastarli sparando colpi di arteglieria, rinunciò a combatterli subendo la perdita di quattordici gendarmi.
Sciabolone, intanto, era rimasto a presidiare la città. I guerriglieri insorgenti catturarono alcuni giacobini segnalati dagli ascolani, saccheggiarono le abitazioni dei repubblicani ed uccisero con un colpo di archibugio il conte Orazio Saladini, affacciato ad una finestra del suo palazzo. In seguito il biografo della nobile famiglia, Corrado Saladini, spiegò che gli insorgenti spararono al conte Orazio non avendolo riconosciuto ed avendolo scambiato per il figlio Antonio, uomo di fede giacobina. Liberarono molti detenuti che arricchirono le file delle truppe in massa ed incendiarono atti e documenti di processi custoditi nell'ufficio Criminale della Censura, nonché l'albero della libertà piantato a piazza del Popolo. La Municipalità cittadina fu costretta ad elargire un forte somma di danaro per il mantenimento delle truppe dei briganti.
Lo storico Balena ricorda che le truppe dei ribelli si recarono anche nel duomo di Sant'Emidio gridando “viva Maria” e, una volta all'interno della chiesa, costrinsero laici e religiosi ad intonare i canti delle litanie che, forse, nelle loro intenzioni avrebbero dovuto essere una sorta di Te Deum.