Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti () è un film del 2010 scritto, diretto e co-prodotto da Apichatpong Weerasethakul.
Basato sul libro del 1983 A Man Who Can Recall His Past Lives del monaco buddista Phra Sripariyattiweti e concepito come ultimo segmento del progetto artistico del regista Primitive, tratta il tema della reincarnazione attraverso il racconto degli ultimi giorni della vita di Boonmee, interpretato da Thanapat Saisaymar. Insieme ai suoi cari, inclusi gli spiriti della sua defunta moglie, Huay, e di suo figlio, Boonsong (che è tornato in una forma non umana), egli esplora le sue vite passate mentre contempla le ragioni della sua malattia. L'opera fu la prima del cinema thailandese – nonché la prima prodotta nella regione del Sud-est asiatico – a vincere la Palma d'oro al Festival di Cannes.
Trama Boonmee è un piccolo proprietario terriero che, seppur malato di insufficienza renale, continua a portare avanti le sue coltivazioni degli alberi di tamarindo. Passa gli ultimi giorni di vita nella casa di campagna con Jaai, un immigrato laotiano suo dipendente che si prende cura di lui facendogli le dialisi, a cui si uniscono, appena tornati dalla città, anche la cognata di Boonmee, Jen, e il figlio di quest'ultima, Thong. Boonmee è convinto che la sua ora sia quasi giunta a causa del karma negativo che ha accumulato negli anni, uccidendo i comunisti durante la guerra e milioni di insetti che infestavano le sue piantagioni.
Una sera, mentre cenano nella veranda della casa all'interno del podere, i quattro vedono comparire alla loro tavola i fantasmi di Huay, moglie di Boonmee morta quasi vent'anni prima, e del loro figlio Boonsong, svanito nel nulla tempo prima. Quest'ultimo si presenta sotto forma di una grande scimmia semi-umana dagli occhi rossi e fosforescenti e rivela la sua trasformazione. Inseguendo infatti la passione del padre per la fotografia, aveva cominciato a inoltrarsi nella foresta per fare alcuni scatti. In uno di questi, era riuscito a catturare la visione fugace di una scimmia-fantasma che saltava da un albero all'altro. Sei anni dopo la morte della madre, aveva dunque deciso di seguire un gruppo di queste creature e di accoppiarsi con una di loro. Boonmee, Thong, Jaai e Jen non sono affatto terrorizzati da queste apparizioni: anzi, vi parlano con malinconica serenità, ponendo loro alcune domande riguardo alla vita e alla reincarnazione. Boonsong risponde affermando che la vita non cessa con la morte, ma che essa si trasforma in un infinito ciclo di forme umane, animali e vegetali. Secondo Huay, invece, il paradiso è sopravvalutato e vuoto e gli spettri esistono perché legati non ai luoghi, ma alle persone a loro care ancora in vita.
Il giorno successivo, Boonmee si reca per l'ultima volta in mezzo alle sue piantagioni, aiutando i lavoratori e presentandoli a Jen, che spera possa rilevare la sua attività. La vicenda a questo punto si concentra su una principessa dal volto sfigurato, che durante una passeggiata notturna insieme ai suoi schiavi si ferma presso una cascata con un piccolo lago sottostante. Sullo specchio d'acqua ella vede il suo riflesso cambiare e diventare quello di una bellissima donna, fatto che la getta nella disperazione. In quel frangente respinge anche un suo schiavo che tenta di baciarla e di accarezzarla, asserendo che lui non la ama sul serio e che si comporta in quel modo solo perché lei è la sua padrona. Completamente sola, decide di intonare un triste canto, fino a quando viene sorpresa da un pesce gatto che le parla e le rivela di essere ammaliato dalla sua bellezza. La principessa inizialmente non gli crede, ma poi si spoglia ed entra in acqua, dando in dono allo spirito i suoi gioielli e il suo corpo.
Durante la notte, Boonmee, in compagnia di Jen e Thong, viene condotto dallo spettro di Huay in una grotta. Durante il tragitto, è osservato da alcune scimmie-fantasma nascoste tra gli alberi. Una volta giunto nella caverna egli si stende, preparandosi a morire, con Huay che gli apre il tubicino della dialisi, lasciando che il liquido fluisca sulla terra. Al mattino, Jen e Thong si svegliano vicino al corpo senza vita dell'uomo, senza trovare alcuna traccia di Huay.
La sera dopo il funerale di Boonmee, Thong, diventato un monaco buddhista, non riesce a prendere sonno al suo tempio e raggiunge in una camera d'albergo la madre e la sorella Roong, che stanno intanto contando i soldi ricevuti durante la funzione religiosa. Thong e Jen decidono di andare fuori a mangiare; una volta pronto per uscire, il ragazzo nota però che insieme a Roong, sul letto a guardare la televisione, è presente una versione sdoppiata di lui e la madre.
Produzione
Regia Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti venne concepito da Weerasethakul come l'ultima parte di un suo progetto artistico multimediale chiamato Primitive, riguardante la regione nordest della Thailandia (detta Isan) e in particolare il villaggio di Nabua (Nakhon Phanom), situato vicino al confine con il Laos. Le opere precedenti erano un'installazione di sette video, «un ponderoso volume pubblicato in Italia dal periodico Cujo» e due cortometraggi, Phantoms of Nabua e A Letter to Uncle Boonmee, quest'ultimo premiato al Festival internazionale del cortometraggio di Oberhausen del 2009.
Il lungometraggio esplora le tematiche del ricordo, della trasformazione e dell'estinzione, intesa come fine dell'umanità e del cinema stesso, toccando anche la vicenda della violenta repressione del 1965 effettuata sui simpatizzanti comunisti di Nabua da parte dell'esercito thailandese,. citata da uno dei protagonisti. Il regista disse che «fa eco agli altri lavori di Primitive, che parla di questa terra Isan con una storia brutale. Non sto tuttavia facendo un film politico, è più come un diario personale» che riguarda principalmente «oggetti e persone che si trasformano o si ibridano».
Il film venne realizzato tramite una coproduzione internazionale tra vari studi cinematografici: in primis quello di Weerasethakul Kick the Machine, seguito dal britannico Illuminations Films, dal francese Anna Sanders Films, dai tedeschi The Match Factory e Geissendörfer Film- und Fernsehproduktion e dallo spagnolo Eddie Saeta. In più, vennero stanziati 3,5 milioni di baht dal ministero thailandese della cultura..
Sceneggiatura
Un uomo di nome Boonmee si avvicinò a Phra Sripariyattiweti, monaco di un tempio buddista, sostenendo di poter ricordare chiaramente le sue vite precedenti tramite la meditazione. Il monaco restò impressionato dalla sua abilità e scrisse un libro su di lui intitolato A Man Who Can Recall His Past Lives nel 1983, che Weerasethakul conobbe.
Il progetto originale era quello di adattare il romanzo in un film biografico sul protagonista, idea che però venne abbandonata per fare spazio a una storia più personale, pur utilizzando la struttura e il contenuto dell'opera originale come ispirazione. Per immedesimarsi meglio nella vicenda, il regista organizzò un viaggio lungo il fiume Mekong per raccogliere le testimonianze dei tre figli di Boonmee e delle persone che lo incontrarono durante la sua vita. Fu durante questo periodo che si concretizzò l'idea di realizzare un lungometraggio più sulle vite passate e sulla reincarnazione. Nella sceneggiatura vennero inserite poi varie storie che, così come le scenografie, si ispiravano a vecchi programmi televisivi e fumetti thailandesi, che spesso utilizzavano trame semplici e ricche di elementi soprannaturali.
Riprese Le riprese si svolsero tra la capitale Bangkok e il nord-est della Thailandia, ovvero la regione Isan, dall'ottobre 2009 al febbraio 2010, un periodo favorevole per le condizioni meteorologiche. Il film venne girato con una pellicola 16 mm, sia per ragioni di budget che per dare al lavoro un aspetto simile al cinema classico thailandese. Il girato risultante occupava sei bobine, ciascuna con scene realizzate con uno stile cinematografico diverso: ad esempio nella prima esse sono simili a un documentario naturalistico, in cui vengono presentati i personaggi e l'ambientazione; Weerasethakul predilesse il piano sequenza, in modo da creare un'atmosfera particolare e far immergere lo spettatore in uno stato onirico. La seconda bobina è ispirata all'estetica delle vecchie fiction thailandesi; nella terza – contenente la scena ambientata nella coltivazione di tamarindo – v'è di nuovo lo stile documentaristico, con la differenza che vengono usata un'illuminazione con alto contrasto «alla francese». La quarta, con la sequenza in cui viene presentata la principessa, ricorda i film del folclore autoctono, mentre la quinta venne descritta dal cineasta come una combinazione delle due precedenti. L'ultima bobina si riunisce allo stile della prima, in concomitanza col ritorno nel mondo contemporaneo, con riprese lunghe e una luce realistica.
Weerasethakul spiegò inoltre in un'intervista con il Bangkok Post: «quando realizzi un film sul ricordo e sulla morte, ti rendi conto che anche il cinema la sta affrontando. Lo zio Boonmee è una delle ultime opere girate su pellicola – ora tutti girano in digitale. È il mio piccolo lamento, questa cosa di dividere le sei scene in sei stili».
Effetti speciali Per rappresentare il fantasma della moglie di Boonmee, Weerasethakul sfruttò una tecnica rudimentale, impiegata sin dagli inizi del cinema, basata sull'utilizzo di un grande specchio per sovrapporre due piani nella stessa immagine. L'uso delle luci venne invece modellato su quello de Il bacio della pantera di Jacques Tourneur, del 1942: secondo il critico cinematografico Vincent Malausa «come per Shyamalan, la questione dell'apparizione dei fantasmi è posta in totale frontalità (potremmo anche dire: nella sua materialità più arcaica)».
Colonna sonora La colonna sonora venne curata da Akritchalerm Kalayanmitr e Koichi Shimizu, che la composero impiegando dei suoni notturni della foresta, della pioggia e di alcuni animali selvatici come uccelli, insetti e bovini. Un estratto, Dawn of Boonmee, venne per la prima volta pubblicato con l'antologia curata da Sub Rosa nel 2010 Metaphors: Selected Soundworks From The Cinema Of Apichatpong Weerasethakul: essa raccoglie alcune composizioni presenti nelle opere di Weerasethakul. Come traccia di chiusura v'è l'unica canzone presente all'interno del lungometraggio, Acrophobia di Penguin Villa, una one-man band costituita dal musicista e produttore Jettamont Malayoda, che curò il missaggio e il mastering con Vannareut Pongprayoon. Il pezzo era stato utilizzato anche nel precedente film del regista, Saeng satawat (del 2006), che viene indicato come origine nelle note di provenienza della tracklist.
Promozione Il trailer ufficiale del film venne caricato sul canale YouTube Concrete Clouds l'11 maggio 2010; mentre quello italiano su BiM Distribuzione il 5 ottobre. La première avvenne il 21 maggio in occasione del Festival di Cannes.
Distribuzione La distribuzione nel territorio thailandese era incerta; in un'intervista, Weerasethakul disse: «ogni volta che distribuisco un film, perdo dei soldi a causa della pubblicità e della promozione, quindi non sono sicuro ne valga la pena, anche se mi piacerebbe mostrarlo a casa». Tuttavia, il 25 giugno Kick the Machine lo mise in programmazione esclusiva per un mese in una sala di Bangkok, ugualmente a quanto fatto con i lungometraggi precedenti del regista. I diritti per la distribuzione statunitense vennero acquistati dalla Strand Releasing e la pellicola uscì in America il 2 marzo 2011, con una locandina realizzata dal fumettista Chris Ware. In Italia, PCM Audio si occupò del doppiaggio, curato da Giorgio Tausani e diretto da Rodolfo Bianchi.
Data di uscita
Le date di uscita nelle sale internazionali nel corso del 2010 e del 2011 furono:
25 giugno 2010 in Thailandia (ลุงบุญมีระลึกชาติ) 1º settembre in Francia e Belgio (Oncle Boonmee, celui qui se souvient de ses vies antérieures) 16 settembre in Corea del Sud (엉클 분미)