Si parla di teorie del valore in economia per indicare l'insieme delle concezioni riguardanti la genesi e la determinazione del valore, come proprietà delle merci distinta dal costo e logicamente antecedente rispetto al prezzo, che ne costituisce in tale ottica la manifestazione fenomenica.

L'economia politica ha sempre cercato di dare risposte alla domanda: da dove deriva il valore? Le risposte sono state assai divergenti. Si va dalla scarsità dei beni disponibili, alla loro utilità, alla necessità di remunerare i fattori produttivi, includendovi il capitale e considerando la sua remunerazione;– il profitto – come la ricompensa per lastinenza del capitalista, il quale può permettersi di rinunciare al consumo per impiegare produttivamente la propria ricchezza, e così via.

Il valore negli economisti pre-classici William Petty William Petty (1623-1687) è considerato da molti il più grande esponente di quella corrente di pensiero nota sotto il nome di aritmetica politica. Nel suo primo lavoro, A Treatise of taxes and contribution (1662), distinse il valore corrente delle merci dal loro valore naturale: mentre il primo è il risultato di "cause contingenti", il secondo è determinato dai costi di produzione delle singole merci. Il prezzo di una merce dipende per Petty dalle quantità di terra e lavoro impiegate nella sua produzione, essendo questi gli unici fattori produttivi originari, cioè non prodotti. Egli riteneva inoltre che fosse rinvenibile tra questi fattori una sorta di valore di scambio naturale. Risultava pertanto possibile esprimere il prezzo di una qualsiasi merce utilizzando la quantità di uno solo di tali fattori, così come combinazioni dei due.

Richard Cantillon

Richard Cantillon (1697-1734) subì molto l'influenza di Petty. Nel suo Saggio sulla natura del Commercio in generale (Essai sur la nature du commerce en général), pubblicato postumo nel 1755, il valore intrinseco delle merci è interpretato come il valore cui tendono i prezzi di mercato. Questi ultimi possono deviare dal primo a causa di squilibri fra domanda e offerta; tale fenomeno è però causa di differenze nella convenienza dei diversi settori economici, differenze che spingono i produttori a riallocare il loro capitale supplendo così agli squilibri del mercato e riportando la coincidenza fra i due valori.

Diversamente da Petty, Cantillon era consapevole delle difficoltà che possono insorgere nel tentativo di rintracciare una parità naturale fra il lavoro e la terra, data l'eterogeneità di questi fattori produttivi; ciononostante egli sembra essere dell'opinione che vi possa essere un qualche modo di stabilire un comune ordine di grandezza, mediante l'utilizzo del grano o di qualche altra merce composita da usarsi per la misurazione.

Nonostante la sua opinione fosse nel senso che l'unica vera fonte di sovrappiù fosse la terra, in alcuni passi dell'''Essai sembra implicitamente aprirsi ad una diversa possibile origine: quella manifatturiera. In Cantillon è inoltre chiaramente espressa la dicotomia fra salari e profitti, e compare altresì, sebbene in una forma ancora embrionale, la nozione d'uniformità del saggio di profitto.

François Quesnay e i fisiocratici In Tableau économique, pubblicato nel 1758, François Quesnay (1694-1774) dà per la prima volta una rappresentazione del sistema della produzione e del consumo come processo circolare utilizzando un primordiale schema di flusso, considerando l'agricoltura come settore produttivo e l'artigianato ed il commercio come settore sterile.

Questo impianto lo porta all'analisi delle interdipendenze e delle condizioni di riproducibilità del sistema economico nel suo complesso.

Il valore negli economisti classici Adam Smith Adam Smith (1723-1790) pubblicò la sua Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni nel 1776. In questo lavoro sono rintracciabili tutti i concetti dell'economia politica classica: la distinzione fra prezzi di mercato e naturali, le nozioni di valore d'uso (l'utilità di un oggetto particolare) e di valore di scambio (il potere di acquistare altri beni che il possesso di quell'oggetto comporta), i concetti di lavoro incorporato e comandato, quelli di capitale fisso e variabile.

Smith libera il concetto di prodotto netto da quello d'eccedenza fisica e individua nel lavoro l'origine della ricchezza di ogni nazione.

A questo giunge attraverso una serie di passaggi logici, a volte soltanto impliciti, in cui ogni merce prodotta è collegata alla quantità di lavoro direttamente necessaria a produrla e ad un insieme di merci utilizzate nella sua produzione; queste ultime sono a loro volta ridotte a quantità di lavoro e ad un insieme di quantità fisiche di mezzi di produzione. L'operazione è ripetuta diminuendo a ciascun passaggio il residuo di mezzi di produzione prodotti. In questo modo il sistema economico è visto come un insieme di settori che collegano i fattori originari ai beni di consumo finali.Tale asserzione, da cui segue la tesi che il prezzo delle merci si risolve interamente in salari, profitti e rendite, senza lasciare alcun residuo di mezzi di produzione prodotti, venne aspramente criticata da Marx, poiché implica necessariamente l'esistenza di merci di "ultima analisi" prodotte da puro lavoro, senza altro mezzo di produzione che non sia la terra. La convinzione di poter ridurre qualsiasi mezzo di produzione in quantità di lavoro e terra è all'origine del mancato interesse di Smith per le relazioni interindustriali, su cui si focalizzerà invece l'attenzione degli autori successivi, tra i quali David Ricardo. L'asserzione in questione è inoltre incompatibile con l'esistenza di un limite fisso all'aumento del saggio di profitto; limite di cui Marx era invece convinto. L'idea del massimo saggio di profitto in corrispondenza di un salario nullo verrà poi successivamente ripresa e sviluppata da Piero Sraffa.

Quest'approccio permette a Smith di capovolgere il punto di vista di numerosi economisti precedenti riguardo alla spiegazione del valore di scambio; questo non è più esaminato a partire dalla relazione fra domanda e offerta, bensì a partire dall'idea che, in un sistema di produzione basato sulla divisione del lavoro, la questione centrale è la determinazione dei rapporti di scambio fra lavoro e merci (valore come lavoro comandato).

Smith ritiene che tale rapporto, se "nello stadio primitivo e rozzo della società" potesse essere determinato solo dalla quantità di lavoro necessaria alla produzione (valore come lavoro incorporato), nel periodo successivo all'accumulazione dei fondi e all'appropriazione della terra sia la risultante di salari, profitti e rendite.

David Ricardo David Ricardo (1772-1823) è sicuramente uno degli esponenti più importanti della cosiddetta scuola classica.

Sebbene Ricardo si trovi su molti punti in perfetto accordo con Smith, vi sono alcune profonde differenze d'approccio. Quella smithiana è una visione dell'economia come un insieme di settori verticalmente integrati, in cui non rimane alcuno spazio per la considerazione delle relazioni interindustriali e dei mezzi di produzione prodotti. In Ricardo al contrario l'attenzione si focalizza soprattutto sull'apparato di produzione: la visione ricardiana del sistema economico è basata sulla considerazione di "industrie", cioè di settori formati mediante l'aggregazione dei processi produttivi che producono merci simili. Lo stesso lavoro, che in Smith è il fondo ultimo da cui deriva la ricchezza di una nazione, in Ricardo retrocede a fattore di produzione, alla stessa stregua delle macchine e della terra. Quest'approccio è alla base dell'accoglimento da parte di Ricardo della cosiddetta legge di Say, così come dei risultati cui Ricardo giunse nell'analisi del valore e della distribuzione del reddito.

Proprio allo studio della distribuzione del reddito, problema che considerò sempre di capitale importanza nell'economia politica, furono dedicati i maggiori sforzi di Ricardo. Tutta l'opera ricardiana può essere anzi vista come il tentativo di chiarire e semplificare le relazioni fra le variabili distributive e il prezzo.

Ricardo affrontò in maniera esplicita il problema del valore nella sua opera maggiore, On the principles of political economy and taxation, che fu pubblicata nel 1817 ed ebbe diverse edizioni. Per Smith era stato essenziale a questo proposito determinare la ragione di scambio fra merci e lavoro. Nella spiegazione del prezzo naturale egli aveva quindi trascurato le relazioni interindustriali. L'approccio per industrie seguito da Ricardo pone invece al centro dell'analisi le condizioni relative di produzione delle diverse merci. L'ottica diversa è la causa delle forti divergenze che i due autori mostrano d'avere riguardo alle conseguenze che l'aumento di una variabile distributiva (saggi di salario, rendita o profitto) dovrebbe avere sul prezzo reale delle merci. Per Smith "l'aumento dei salari fa aumentare di necessità il prezzo di molte merci aumentandone la parte che si risolve in salari"; al contrario Ricardo, che parte dalla considerazione dei rapporti di scambio intersettoriali e delle proporzioni fra lavoro e mezzi di produzione in ciascun processo produttivo, giunge alla conclusione esattamente opposta: le merci continuerebbero ad essere vendute al medesimo prezzo di prima; l'aumento dei salari comporterebbe solo una diversa ripartizione dei proventi, con conseguente diminuzione dei profitti del capitale.

Per Ricardo è solo la quantità di lavoro direttamente o indirettamente impiegata nella produzione di una merce a determinarne il prezzo relativo (teoria del valore-lavoro). Così il lavoro incorporato, che per Smith era la regola solo nello stadio precedente all'accumulazione del capitale e all'appropriazione delle terre, diventa con Ricardo la legge del valore anche nello stadio capitalistico. Accettata la teoria del valore-lavoro scompare la dipendenza fra distribuzione del reddito e valori.

Tuttavia Ricardo si accorse presto che la validità della sua teoria era strettamente dipendente dall'ipotesi di costanza, nei diversi settori economici, dell’intensità di capitale (la quantità di capitale impiegata per lavoratore) e del tempo di durata delle macchine utilizzate. Infatti, data una certa distribuzione del reddito, laddove si considerino due industrie che impieghino differenti proporzioni di capitale (o capitali fissi con un diverso "saggio di logoramento"), un cambiamento in una delle variabili distributive (ad esempio il saggio di salario) comporterà sì una variazione in direzione opposta dell'altra componente (il saggio di profitto), ma questa compensazione avrà un peso diverso nelle due industrie. La conseguenza sarà una variazione della struttura dei prezzi senza che sia intervenuta alcuna variazione nelle quantità di lavoro. Chiarendo quanto appena detto, una diminuzione del saggio di profitto, conseguenza di un aumento dei salari, farà diminuire tra le due merci il prezzo di quella, in termini dell'altra, che utilizza una maggiore proporzione di capitale; allo stesso modo, all'aumentare del saggio di salario, diminuirà il prezzo di quella merce, in termini dell'altra, che è prodotta con macchinari di maggiore durata (maggiore è la differenza nei tempi di durata, maggiore sarà la diminuzione del prezzo).