Appartenne alla cerchia che faceva capo a Pierfrancesco Riccio, maggiordomo ducale e allora delegato dal duca ad occuparsi della politica artistica, insieme a Battista del Tasso, Piloto orefice e in posizione più defilata il Tribolo e Baccio Bandinelli. Quest'appartenenza spiega l'ostilità del Vasari, infatti quest'ultimo e i suoi amici vennero sempre esclusi dalle maggiori commesse fiorentine, finché ad assegnarle fu il Riccio.

Biografia Nato a Firenze nel 1495 entrò ragazzo nella bottega di Andrea del Sarto, restandovi fino alla morte del maestro, nel settembre 1530, godendo di sempre maggiore autonomia creativa, da lui riprende il gusto per l'esasperazione formale ed espressiva. Il primo biografo di Jacone fu il suo coetaneo Giorgio Vasari (1511-1574) che lo conosceva molto bene, tracciandone uno stravagante profilo, morso solo per invidia, essendo più giovane, per i soprusi che aveva dovuto subire da lui nella bottega di Andrea del Sarto. Vasari ci informa che Jacone nella sua gioventù, fece in Firenze molti quadri di “Nostre Donne”, e molte di queste, furono spedite in Francia da mercanti fiorentini. Era entrato nella bottega di Andrea del Sarto, probabilmente intorno al 1512 e ci rimase fino al 1530, anno della sua morte. Quando Andrea nel 1518 dovette partire da Firenze per recarsi alla corte di Francia chiamato da Francesco I, il Vasari specifica che lasciò la bottega agli allievi più anziani; quindi al Puligo (1492-1527), a Rosso Fiorentino (1495-1540), e considerato che Pontormo (1494-1557) essendo stato cacciato tre anni prima, Jacone risultava tra quelli rimasti. Rimane abbastanza strano che la prima comparsa ufficiale nel mondo dell'arte di Jacone, risalga quando questi aveva già compiuto ventotto anni, un'età per allora piuttosto avanzata, per svolgere autonomamente il proprio lavoro. Gli viene data da eseguire nel 1523 dalla famiglia Mori, una Trinità, con la Vergine e i Santi Nicola da Tolentino, Margherita da Cortona, Mariano diacono e un Evangelista, in Santa Lucia dei Magnoli a Firenze, dove tuttora si trova, citata dal Vasari. La composizione di questa tavola prende spunto da alcune opere realizzate precedentemente da Fra' Bartolomeo (1472-1517) e dal Sogliani (1492-1544), ma sviluppata verso una iconologia più antica, documentata in alcuni dipinti trecenteschi e quattrocenteschi. Successivamente fu a Cortona dove dipinse due pale per la chiesa di Santa Maria delle Grazie al Calcinaio: della seconda, distrutta nel corso dell'Ottocento, restano due tavolette ora al Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona. Una pala viene realizzata per una chiesa di Città di Castello, ora conservata nella Pinacoteca comunale.

Diversamente da come la pensava Vasari, la grande passione di Jacone e il suo interesse per le novità lo condusse nel 1524 insieme al Bachiacca (1494-1557), ad andare a Roma per studiare le numerose facciate affrescate da Maturino e Polidoro da Caravaggio (1450 ca. –1543 ca.). Sempre a Roma incontra il suo vecchio amico Perin del Vaga (1501-1547) e forse conosce il Parmigianino (1503-1540). Al suo ritorno a Firenze ebbe un incarico prestigioso: l'ordinazione degli affreschi con Le imprese dei Buondelmonte e di Filippo Scolari Fiorentino (e non di Alessandro Magno come scriveva Vasari), da realizzarsi sulla facciata del Palazzo Buontelmonti, prospiciente Piazza Santa Trinita a Firenze, che lo stesso Vasari considerò il suo vero capolavoro, opere andate perdute, ma delle quali rimangono alcuni disegni, in cui risulta determinante nella descrizione di testimonianze storiche, l'influenza di Maturino e Polidoro, oltre naturalmente quella di Andrea del Sarto. A Firenze stringe amicizia con Aristotile da Sangallo (1481-1551), col Tribolo (1500-1550) e sempre con il Bachiacca realizza nel 1525 l'Arco Trionfale, ordinato dalla Compagnia dell'Orciuolo, in San Felice in Piazza, in occasione della festa della Santissima Annunziata, che si teneva ogni anno il 25 di marzo. In seguito alla peste che infuriava a Firenze nel 1527, Jacone scappò da Firenze per trasferirsi a Cortona accompagnato da un suo parente frate scopetino e in Santa Maria del Calcinaio, luogo in cui avevano la loro sede, vi dipinse due pale d'altare, delle quali è rimasta soltanto la Madonna col Bambino in trono e i santi Rocco, Giovanni Evangelista, Tommaso di Canterbury e Giovanni Battista.

Dopo la morte di Andrea del Sarto, avvenuta il 29 settembre 1530, essendogli venuto a mancare la sicurezza del lavoro e l'appoggio economico, Jacone , decise di entrare nella bottega del Pontormo, che divenne in seguito la sua nuova guida e l'importante fonte d'ispirazione che potesse dargli oltre ad una risorsa economica, anche l'indipendenza di uomo scapolo, che durò, per sua scelta, fino alla fine della sua vita. La Pala Pucci, che aveva dipinto il Pontormo nel 1518 per San Michele Visdomini a Firenze, venne profondamente studiata e analizzata da Jacone che ne conservò a lungo il ricordo, riproducendo alcuni suoi particolari nelle sue opere anche a distanza di molti anni.

Tornato da Cortona si avvicinò al Pontormo, infatti lavorò a Firenze e nel contado per i Capponi, abituali committenti del Pontormo. I suoi disegni di quelperiodo, dispersi in vari musei del mondo, mostrano un avvicinamento ai modi sia del Pontormo, che del Rosso Fiorentino e di Baccio Bandinelli, con la resa di figure stravolte e in posizioni bizzarre. Nel 1525, la Compagnia dell'Orciuolo, commissionò all'artista la decorazione con nove Scene dell'Antico Testamento di un arco trionfale, per la festa di San Felice in Piazza, opera poi in parte eseguita dal Bachiacca. A Firenze, scomparsi tutti i protagonisti della “maniera moderna”, Pontormo diventa l'artista più apprezzato “forse, l'unico artista fiorentino capace di non subire soltanto l'ascendente di Michelangelo, ma di misurarsi con lui sul tormentoso problema dell'espressività della forma” (A.Pinelli, 1988), nonostante le sue precedenti simpatie repubblicane, viene ingaggiato dalla nuova potente famiglia dei Medici e benvoluto dal nuovo autorevole segretario di Cosimo I, Pier Francesco Riccio, quindi il più adatto per Jacone a stargli vicino, per poter ricevere qualche importante commissione, che non tardò a venire. Ludovico Capponi, il committente della Deposizione del Pontormo di Santa Felicita del 1528, ritratto dal Bronzino (New York, Frick Collection), fu uno dei primi personaggi, insieme a suo fratello Bongianni, che si rivolsero a Jacone per ordinargli alcune opere, nel ventunesimo secolo disperse.

Sono di questo periodo una serie di quadri da stanza che abilmente Jacone realizza, imitando o quasi copiando con qualche variante gli stessi soggetti che il Pontormo eseguiva, , opere che a prima vista danno l'impressione di essere di fronte ad un originale del Pontormo, ma osservandole attentamente, notiamo in esse delle asprezze e delle legnosità nelle figure e nei panneggi, caratteristiche tipiche delle poche opere certe di Jacone, diversamente da quelle di Jacopo, dove le sue linee morbide e vellutate, lo sfumato delle carni e dei colori che immette nelle vesti dei suoi personaggi, acquistano un'altra magia. Alcune di queste opere sono sicuramente fatte insieme. Copiando i dipinti del Pontormo, Jacone utilizza lo stesso sistema, che aveva svolto nella bottega di Andrea del Sarto, la veloce esecuzione e la vendita a quei mercanti fiorentini poco scrupolosi della qualità dell'opera, ad un prezzo certamente inferiore di quello che avrebbe preteso lo stesso maestro.

Un altro motivo per cui Jacone si rivolse ai dipinti elaborati dal Pontormo nel terzo decennio, può essere giustificato dalla difficoltà che ebbe a formulare e stabilire un proprio stile svincolandosi da quelle che erano le tendenze guida tradizionali adottate pedissequamente dalla maggior parte dei pittori .

Lo stretto rapporto che Jacone ebbe con il Pontormo è confermato dalla sua collaborazione agli affreschi eseguiti nella loggia esterna della Villa di Careggi, per ordine del Duca Alessandro de' Medici nel 1536, insieme al Bronzino (1503-1572) e a Pier Francesco Foschi (1502-1567), opere andate perdute.

La terza e ultima grande pala che conosciamo eseguita da Jacone nella sua fase matura, è quella di Città di Castello, proveniente dalla locale chiesa di San Francesco. Si tratta di una recente attribuzione dovuta a Luciano Berti (1956-1957) e confermata in seguito da Antonio Pinelli (1988) . Il dipinto fu realizzato intorno agli anni Quaranta, quando il suo linguaggio stilistico, pur avvicinandosi al Pontormo, raggiunge un'impressionante originalità. “In questo quadro notiamo il passaggio da una costruzione rigida e spigolosa, tipica delle opere degli anni trenta, ad una pennellata più distesa ed addolcita, in cui la duttilità del disegno conferisce alle immagini una certa rotondità. Persino le stoffe dei panneggi subiscono un cambiamento passando dalle elaborate frammentazioni delle pieghe precedenti ad una sintesi, che pur conservando una certa linearità distende e gonfia le superfici.” (E.Castellani 1999-2000, pp. 92–93).

L'ultima sua importante impresa che conosciamo è la Madonna col Bambino e santa Maria Maddalena del Museo di Sarasota, segnalata da Philippe Costamagna , dove maggiormente si avverte l'influenza esercita su di lui dal Pontormo. In questo dipinto, notiamo l'armonia della composizione, l'intenso realismo espressivo dei personaggi, l'atmosfera chiaroscurale, realizzata con sbattimenti violenti di luce e ombre, quasi un preannuncio al caravaggismo, dove Jacone raggiunge un suo vertice pittorico.

Egli non era certo un conformista, amava la sua libertà di parola, d'azione e di pensiero, non sottomettendosi sia al potere di certa nobiltà fiorentina, che a quello religioso. Aveva preso da Andrea del Sarto, uno stile di vita esemplare, il quale per la propria libertà e indipendenza, aveva rinunciato ad onori e gloria sotto il re di Francia, contando solo sulle proprie capacità artistiche. Questo può essere forse uno dei motivi, per il quale il nostro artista si unì al Pontormo, che più si confaceva al suo modo di vivere; differenziandosi da lui soltanto per il carattere: burbero, taciturno e introverso del Pontormo; allegro, burlone, maligno, cialtrone e per un certo verso stravagante quello di Jacone, che Vasari chiamava “vivere alla filosofica e alla carlona”, per il fatto che si era unito ad una compagnia eccentrica di artisti tra cui il Tribolo, il Tasso legnaiolo e l'orefice Piloto, definiti per invidia dal Vasari “quella masnada di perditempo”, che amavano stare “in cene e feste a godere” e a giocare alle piastrelle lungo le mura.

Determinante è stata la scoperta fatta da Ugo Procacci (1979) , nel trovare molti documenti della vita di Jacone, sul quale vengono confermate alcune parole del Vasari: morì il 24 maggio 1544, nella casa di sua proprietà di Firenze, in Via Coda rimessa, nel popolo di San Paolo e fu seppellito in Ognissanti. Non è vero però che morì povero. Dai sopracitati documenti, risulta perfino che in casa teneva un famiglio e una serva. Nell'atto di morte fu registrato come cimatore, quindi già da molti anni aveva smesso la professione di pittore. L'ultimo suo dipinto per ora conosciuto, è datato dopo il 1540 .

Notevole è il corpus di disegni che ha realizzato, di una elevata bellezza. Ultimamente un suo disegno certamente sicuro, già catalogato come opera di Jacone da Emanuele Castellani , apparso da Sotheby's Londra nel 1979, è stato addirittura attribuito a Michelangelo da Charles Davis (2002) . Il Vasari ricorda che sapeva disegnare “benissimo e con fierezza e fu molto bizzarro e fantastico nella positura delle sue figure, stravolgendole e cercando di farle variare e differenziate dagli altri”.