Dopo cinquant'anni di pressoché completo oblio nelle ricostruzioni dei protagonisti e nella storiografia, a partire dalla metà degli anni novanta la sua sorte è stata oggetto di aspre polemiche nonché di alcuni procedimenti giudiziali, questi ultimi conclusisi in senso favorevole ai partigiani. Alcune di tali controversie hanno riguardato una fotografia che secondo alcuni autoriFra questi Pierangelo Maurizio, Francobaldo Chiocci, Gian Paolo Pelizzaro. ritrarrebbe i suoi resti, la quale è stata dichiarata falsa da una sentenza, a sua volta contestata da una successiva inchiesta giornalistica.
Biografia
Piero Zuccheretti nacque nel 1931 da Luigi e Angela Anello, insieme al fratello gemello Giovanni. La sua estrazione sociale era modesta; il padre era macellaioGiovanni Zuccheretti, intervista in .; il nonno materno Pietro Anello esercitò l'attività di fotografo, gestendo a partire dal 1929 un piccolo laboratorio fotografico nel centro di RomaGiovanni Zuccheretti, intervista in .. I due gemelli Giovanni e Piero furono divisi alla nascita: Piero fu subito affidato al nonno. Dall'età di undici anni fino alla morte, Piero lavorò come apprendista in un negozio di ottico in via degli AvignonesiGiovanni Zuccheretti, intervista in ., di cui suo nonno era uno dei proprietari.
Secondo Pierangelo Maurizio, che nel suo libro ha pubblicato varie fotografie del piccolo Piero, quest'ultimo «era un bellissimo bambino, capelli castano chiari, occhi vivi di brace».. I due gemelli erano affettivamente molto legati. Nei ricordi del fratello Giovanni, Piero «aveva un carattere molto forte, era molto svelto, per esempio se c'era qualcuno che me voleva menà, veniva lui, me difendeva da tutti».
La morte
La dinamica della morte di Piero Zuccheretti non è del tutto chiara. Al momento dell'attentato egli si recava al lavoro presso il negozio di ottica in via degli Avignonesi, strada parallela a via Rasella.
Zuccheretti venne investito in pieno dalla deflagrazione del congegno esplosivo innescato da Rosario Bentivegna in via Rasella (un carretto della nettezza urbana contenente diciotto chili di tritolo e schegge di metallo), rimanendo ucciso sul colpo. Il corpo del ragazzo fu dilaniato dalla violenza dell'esplosione. e il tronco proiettato per decine di metri Umberto Ferrante, tipografo rastrellato dai tedeschi subito dopo l'esplosione, ricorda: «Appena usciti dalla tipografia, con le mani alzate, ci trovammo davanti a una scena che non dimenticherò mai. Il tronco di quel bambino era stato scaraventato a metà della salita; venti-trenta metri più su di Palazzo Tittoni». Cfr. ..
In un'intervista raccolta da Pierangelo Maurizio, Giovanni Zuccheretti ha ipotizzato che Piero si fosse immesso in via Rasella perché attratto dai canti dei soldati tedeschi del Polizeiregiment "Bozen" che proprio in quel momento percorrevano la via. «È stato un vero appuntamento con la morte. Piero non voleva andare a lavorare. Poi a casa lo convinsero. E lui salì sull'autobus. Ma era pieno, zeppo, come sempre. Qualcuno – ci hanno raccontato – lo spinse, e Piero scivolò giù. Ma rincorse l'autobus e salì sul predellino: se solo avesse aspettato un'altra corsa, non sarebbe morto. Per una fatalità incomprensibile, poi, l'autobus sul quale si trovava Piero saltò la fermata a via del Tritone. Così mio fratello scese a Piazza Barberini, all'angolo di via delle Quattro Fontane. Le note di quella canzone allegra rotolavano sui sampietrini, arrivarono fino a lui. E invece di imboccare via degli Avignonesi, scese giù per via Rasella, ad aspettare i soldati davanti al carrettino»Giovanni Zuccheretti, intervista in .. Bentivegna, tuttavia, sostenne di non aver visto il bambino avvicinarsi alla bomba.
Nella stessa intervista Giovanni Zuccheretti si dice sicuro che, al momento dell'esplosione, Piero fosse «appoggiato» o «addirittura [...] seduto» sul bidone della spazzatura contenente la bomba, e conclude: «Loro, i gappisti, prima di fuggire non possono non averlo visto. Ma non hanno fatto nulla per salvarlo»Giovanni Zuccheretti, intervista in .. Tuttavia Maurizio, menzionando al riguardo il parere di un medico legale, definisce «un'ipotesi coltivata solo dal dolore» la supposizione di Giovanni Zuccheretti che Piero fosse a contatto con la bomba, in quanto «non c'era bisogno che Piero Zuccheretti fosse appoggiato o seduto sul carretto per essere ridotto a brandelli». Secondo i calcoli del medico interpellato da Maurizio «in base al potenziale dell'ordigno», tutti coloro che si trovavano al momento dell'esplosione «in un raggio di 37 metri hanno fatto la stessa fine»..
Bentivegna e De Simone, in un libro pubblicato nel 1996, scrivono: «Quel giorno Piero andava al lavoro, ma chissà per quale motivo saltò la fermata del bus davanti al "Messaggero", dove scendeva sempre, e scese invece a quella successiva, in piazza Barberini angolo con via Quattro Fontane. E chissà per quale altro motivo, invece di girare subito per via degli Avignonesi si spinse fino a via Rasella, la strada successiva. Vi giunse proprio nell'istante in cui gli ultimi centimetri della miccia stavano bruciando, i due gappisti Paolo [Rosario Bentivegna] ed Elena [Carla Capponi] si erano già defilati dietro l'angolo, il fronte della colonna tedesca stava avanzando verso di lui cantando e nulla esisteva più, tra lui e il carrettino bomba, che potesse fermarlo. Forse fu proprio il rombo del passo cadenzato dei soldati del Bozen, e la loro canzone di guerra ad attirare il ragazzino verso via Rasella»..
Scrive Alessandro Portelli: «Il 23 marzo 1944, Piero Zuccheretti girava l'angolo fra via del Boccaccio e via Rasella per andare a lavorare e veniva dilaniato dall'esplosione»..
Secondo il gappista Pasquale Balsamo, che partecipò all'attacco, un gruppo di bambini seguiva la colonna di militari che stava cantando, ma egli stesso e il partigiano Fernando Vitagliano li cacciarono via calciando lontano il loro pallone.. Diversa e più particolareggiata la versione resa dallo stesso Balsamo nel 1954: «una frotta di bambini si era accodata alla colonna nazista per giocare ai soldati. Fu un attimo terribile per tutti. Era troppo tardi per procrastinare di un solo secondo l'azione; il segnale, ormai, era stato dato. I due gappisti fecero appena in tempo a "rapire" uno di quegli ignari bambini e trascinarsi piangenti per il gioco guastato, tutti gli altri».
Liana Gigliozzi (nata nel 1941), in un'intervista raccolta nel 1997, ricorda: «Vedemmo due uomini risalire la strada, erano vestiti da spazzini. Uno dei due, ho poi saputo, era Rosario Bentivegna. "Andate via, bambini" ci dissero. Sentii una spinta, qualcuno ci scaraventò, a me e mio fratello, nel negozio del calzolaio» che si trovava all'angolo con via delle Quattro Fontane. Dopo aver riportato la testimonianza di Pasquale Balsamo, Portelli scrive: «A metà di via Rasella, un altro bambino è meno fortunato. Forse mentre Bentivegna si allontanava verso via Quattro Fontane, Piero Zuccheretti sbucava alle sue spalle dall'angolo di via del Boccaccio vicino al carretto» (via del Boccaccio è la strada che unisce via degli Avignonesi a via Rasella).
Secondo Giovanni Zuccheretti, il riconoscimento del bambino avvenne da parte del padre e dello zio in due luoghi diversi: a via Rasella e all'obitorio; il padre riuscì agevolmente a operare il riconoscimento del bambino in quanto, nonostante lo smembramento del corpo provocato dall'esplosione, la testa era rimasta intatta e il volto completamente indenne.
Il 26 marzo, l'Agenzia Stefani attribuì all'azione dei partigiani la morte di sette italiani, indicandoli come «quasi tutti donne e bambini». L'autore aggiunge: «Questa versione viene abitualmente rilanciata nelle polemiche della stampa di destra ancora oggi»., mentre quattro giorni dopo l'Unità clandestina riportò che «donne e bambini» erano stati uccisi dai colpi esplosi dai tedeschi in seguito all'attentato.
I funerali del bambino furono celebrati il 28 marzo presso la Chiesa Nuova.
I processi Il processo Kappler (1948-1952)
Nel 1948 fu celebrato il processo di primo grado all'esecutore dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, Herbert Kappler. Il 3 giugno, durante l'esame dell'imputato, Kappler dichiarò che quando era giunto in via Rasella in seguito all'attentato era rimasto «commosso nel vedere la strage della quale era stato vittima anche un bambino». Affermò fra l'altro Kappler durante il processo: «Dell'esame delle macerie pensai di occuparmene io ma quando vidi una coscia e un braccio di bimba passai ad altri l'incarico. Sentivo lo stesso risentimento avuto in altre occasioni in seguito a bombardamenti aerei»Interrogatorio di Kappler citato in ..
Il 12 giugno fu chiamato a deporre come testimone Rosario Bentivegna. Il presidente del tribunale, tra l'altro, gli domandò: «Perché fu scelta proprio via Rasella, posto poco opportuno per la presenza di italiani che furono anch'essi colpiti, tra cui un bambino?». Bentivegna replicò: «Il mio caposquadra Carlo Salinari ricevette l'ordine e noi lo eseguimmo. Ripeto, l'ordine fu dato da Amendola».
Il dirigente comunista Giorgio Amendola, il quale in qualità di comandante dei GAP romani aveva ideato e ordinato l'attentato, depose il 18 giugno. Alla domanda del presidente del tribunale «Ma nel compiere questi attentati vi preoccupavate che non venissero colpiti anche dei civili?», Amendola rispose:
Alcuni testimoni affermarono l'esistenza di vittime civili: Umberto Presti, generale della PAI e comandante della polizia della «città aperta», all'udienza del 15 giugno parlò di tre morti italiani, due uomini e un bambino (essendo presumibilmente i due uomini l'altra vittima dell'esplosione, Antonio Chiaretti, e uno dei civili uccisi dalla reazione tedesca).; il 18 giugno Filippo Mancini riferì invece di due vittime italiane dell'esplosione, indicandole come «un bambino e un vecchio».
La sentenza di primo grado, emessa il 20 luglio 1948, contiene in narrativa un accenno a Zuccheretti: «Sul luogo rimanevano uccisi, oltre ai militari tedeschi, due civili, dei quali per uno (un bambino) si è accertato, dato il particolare laceramento del corpo, che la morte avvenne a seguito dello scoppio della bomba».
Il processo civile per l'attentato (1949-1957)
Nel 1949, un gruppo di feriti dell'attentato e parenti delle vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine agì in sede civile avverso i tre membri di sinistra della giunta militare del CLN centrale – Giorgio Amendola, Riccardo Bauer e Sandro Pertini – e i gappisti Carlo Salinari, Franco Calamandrei, Rosario Bentivegna e Carla Capponi, al fine di ottenere il risarcimento dei danni. La sussistenza del diritto al risarcimento fu esclusa in tutti e tre i gradi di giudizio (1950, 1954, 1957), in quanto l'attentato fu giudicato un atto di guerra attribuibile allo Stato italiano e dunque legittimo per l'ordinamento giuridico italiano.. I genitori di Piero Zuccheretti non parteciparono al processo, non essendone stati informati.
Il processo Priebke (1996) Nel corso del processo all'ex capitano delle SS Erich Priebke, celebrato presso il Tribunale militare di Roma nel 1996, il difensore dell'imputato inserì Giovanni Zuccheretti in una lista di quattro persone da escutere quali testimoni a discarico. Tuttavia alla fine la difesa rinunciò a tali testimonianze..
Il procedimento penale per l'attentato (1997-1999)