Biografia Le origini e la formazione Nacque a Sessano del Molise. Nel 1944, appena sedicenne, in piena seconda guerra mondiale si arruolò nel Corpo polacco in quel periodo attivo nella sua zona, per rintracciare la madre, separata dai figli dallo sbarco di Anzio. Combatté in prima linea nella battaglia di Montecassino, e poi a Pesaro, Urbino ed Ancona. Venne decorato direttamente dal generale Władysław Anders con l'onorificenza polacca della Croce al merito con le spade di bronzo, per aver partecipato alla cattura di un gruppo di soldati tedeschi a Montecassino.
Dopo la fine del conflitto si diplomò a Roma; successivamente si trasferì a Palermo, dove si laureò in giurisprudenza all'Università di Palermo. Tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta lavorò nella capitale come avvocato specializzato in diritto fallimentare e divenne assistente di Egidio Carenini, vice segretario amministrativo della Democrazia Cristiana che risulterà poi essere iscritto alla loggia P2 e che lo accompagnerà fino al momento della morte. Successivamente fu nominato capo ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo (sempre della DC), iniziando così ad entrare nell'ambiente del giornalismo.
La carriera giornalistica e le inchieste
Nella primavera del 1967, all'età di 39 anni, Pecorelli decise di dedicarsi al giornalismo a tempo pieno. Lavorò al periodico Nuovo Mondo d'Oggi (prima mensile poi settimanale di “politica, attualità e cronaca”)Il giornale era edito dalla società “Grandi Maestri”; direttore era Paolo Senise., una rivista caratterizzata dalla ricerca e pubblicazione di scoop negli ambienti politici. Pecorelli divenne socio dell'editore Leone Cancrini. L'esperienza del settimanale fu, per lui, un trampolino di lancio. Strinse molte amicizie: alcune durarono poco, altre segnarono un passo importante nel suo curriculum. Sul numero del 19 novembre 1967 Pecorelli, che era in rapporti con i servizi segreti italiani, rivelò l'esistenza di un progetto per uccidere Aldo Moro nell'estate del 1964 in caso di attuazione del Piano Solo.
Nel 1964 il leader DC era a capo del suo primo governo, un esecutivo di coalizione con PSI, PSDI e PLI. Nell'articolo, intitolato Dovevo uccidere Moro, Pecorelli racconta che in quell'anno il tenente colonnello Roberto Podestà sarebbe stato prescelto, dopo un colloquio con un ex ministro della Difesa che agiva d'accordo con altre personalità politiche, per comandare un reparto di che avrebbe dovuto mettere fuori combattimento la guardia del corpo di Moro; che il presidente del Consiglio sarebbe stato fatto prigioniero e trasferito in una località segreta; che il piano prevedeva la sua eliminazione e una manovra per far sì che la colpa ricadesse sulla sinistra. L'ultimo scoop, però, non fu mai pubblicato, perché intervenne l'Ufficio affari riservati del Ministero dell'Interno che trovò un accordo per far chiudere la rivista il 2 ottobre 1968.
Pecorelli decise così di proseguire da solo l'attività e fondò una propria agenzia di stampaSecondo alcune fonti, il giornalista chiese ai propri referenti all'interno dei servizi segreti italiani il denaro necessario.: il 22 ottobre 1968 registrò presso il Tribunale di Roma la testata Osservatore Politico, con sede in via Tacito 90. OP (come fu subito chiamata) trattava di politica, in particolare di scandali e retroscena, e comunque di chi - in qualche modo - avesse qualche potere in Italia. Diffusa solo su abbonamento (come tutte le agenzie), forniva ai giornali notizie in anteprima raccolte dallo stesso Pecorelli grazie alle sue numerosissime aderenze in molti ambienti dello Stato; i lanci erano accompagnati da analisi firmate dal giornalista. La testata (il cui nome coincideva anche con le lettere iniziali di "ordine pubblico"), divenne presto molto nota ed ebbe anche una certa centralità in ambiti politici, militari e dei servizi segreti, costituendo una sorta di elitaria fonte di informazione specializzata. OP era letta dalle alte sfere militari, dai politici, dagli uomini dei servizi, dai boss della criminalità che avevano messo le mani su Roma, e non solo.
A dimostrazione del fatto che Pecorelli fosse un giornalista ben documentato e che pubblicava tutto, intervenne sui casi più disparati: abuso edilizio; frode fiscale, i comportamenti pubblici e privati dei politici, compresi quelli della famiglia di Giovanni Leone (presidente della Repubblica dal 1971 al 1978) e di sua moglie, Vittoria Michitto. Altri scandali degni di nota regolarmente pubblicati su OP furono quello dell'Italpetroli, il Lockheed, il caso Sindona, il dossier "Mi.Fo.Biali" (che coinvolgeva l'ex direttore del SISDE Vito Miceli, Mario Foligni del Nuovo partito popolare e la Libia), oltre allo scoop riguardante la presenza di una loggia massonica in Vaticano pubblicato all'indomani dell'elezione di Albino Luciani al soglio pontificio.
Nel marzo del 1978 Pecorelli decise di trasformare l'agenzia in un periodico regolarmente in vendita nelle edicole. Non disponendo del denaro necessario per una simile avventura editoriale, chiese più volte a personaggi di spicco finanziamenti sotto forma di acquisto di spazi pubblicitari. L'operazione editoriale stupì per il tempismo tra il primo numero del settimanale OP e la strage di via Fani a Roma, con cui iniziò il periodo dei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro.
Il periodico si occupò a più riprese del caso Moro arrivando a fare rivelazioni come ad esempio sulla falsità del Comunicato n. 7 delle Brigate Rosse, redatto da Antonio Chichiarelli, sull'inizio delle trattative da parte del Vaticano, e sulla lettera di Moro alla moglie riguardo all'impegno di Cossiga e Zaccagnini, nonché sul fatto che Cossiga avesse saputo da Carlo Alberto dalla Chiesa dov'era tenuto il politico e che lo si volesse morto. Pecorelli si occupò di Moro fin dalle prime minacce americane per la sua politica di apertura verso il Partito Comunista, al tempo in cui era Ministro degli Esteri. Il 1º ottobre 1978, a quasi cinque mesi dall'uccisione dello statista Aldo Moro, i reparti speciali dell'antiterrorismo dei Carabinieri, coordinati dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, effettuarono un'irruzione nella base brigatista di via Montenevoso a Milano. L'operazione fu condotta operativamente dal tenente colonnello Nicolò Bozzo. Successivamente, rese testimonianza dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, fornendo elementi interpretativi relativi al contesto investigativo dell’epoca e alle modalità di gestione del materiale rinvenuto in via Montenevoso. Tali dichiarazioni sono state successivamente richiamate nel dibattito storiografico e giornalistico sulle cosiddette zone d’ombra del caso Moro e sui rapporti tra apparati dello Stato, terrorismo e informazione. OP alluse però alla falsità del memoriale, documento censurato preventivamente con riferimenti al premier Giulio Andreotti che sarebbero stati occultati. Dodici anni più tardi nella stessa base verrà trovata una seconda copia del memoriale di Moro con riferimenti inediti a finanziamenti della CIA alla DC, alla struttura paramilitare Gladio e appunto ad Andreotti, con l'attacco che Moro gli rivolse per il suo ruolo nella vicenda Arcaini-Caltagirone-Italcasse.
Andreotti in quel periodo fu un bersaglio privilegiato di Pecorelli ed in particolare l'ambiente (fatto di politici, industriali e faccendieri) che alimentava la sua corrente: esemplare l'episodio di una cena in cui il braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti, cercò di convincere Pecorelli, con un assegno di 30 milioni di lire, prestati dai fratelli Caltagirone, a non pubblicare un reportage sugli assegni milionari che Andreotti avrebbe girato all'imprenditore Nino Rovelli o a Guido Giannettini del SID.Massimo Franco, Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un'epoca, Mondadori, Milano, 2010, p. 134. Pecorelli continuerà ad occuparsi delle malefatte di Andreotti, tanto che la sera in cui venne ucciso aveva già pronto un numero di OP con in copertina la sua foto con il titolo Tutti gli assegni del presidente ma dell'articolo non sono mai stati rinvenuti né il dattiloscritto né la bozza di stampa.
Inoltre alla fine del mese di settembre 1978, come raccontato da sua sorella Rosita, Pecorelli consegnò un dossier con nomi di diversi prelati "infedeli" a Papa Luciani poche ore prima della sua misteriosa morte. Secondo Rosita Pecorelli, il Papa aveva intenzione di prendere provvedimenti nei confronti dei nominativi forniti. (16:49) La lista era stata pubblicata su OP del 12 settembre 1978.
Nel 1981 il nome di Pecorelli comparve (tessera n. 1750) tra i membri della loggia massonica deviata Propaganda 2 di Licio Gelli, che venne sciolta per iniziativa parlamentare l'anno seguente.
L'agguato e l'omicidio
La sera del 20 marzo 1979, a poche ore dall’uscita di un altro numero di OP, il giornalista fu assassinato da un sicario che gli esplose quattro colpi di pistola - uno in faccia e tre alla schiena - in via Orazio a Roma, nelle vicinanze della redazione del periodico che si trovava in via Tacito sulla sua Citroën CX Pallas. I proiettili, calibro 7,65, trovati nel suo corpo sono molto particolari, della marca Gevelot, assai rari sul mercato (anche su quello clandestino), ma dello stesso tipo di quelli che sarebbero poi stati trovati nell'arsenale della Banda della Magliana, rinvenuto nei sotterranei del Ministero della Sanità nel 1981. La morte del giornalista segnò anche la fine di OP: l'agenzia prima e la rivista poi erano alimentate esclusivamente dalle notizie che Pecorelli raccoglieva in prima persona dalle sue fonti, allocate nel mondo politico, nella loggia P2 (cui risultò affiliato egli stesso) ed all'interno dell'Arma dei Carabinieri e dei servizi segreti italiani. «Pecorelli vanta numerose ed importanti amicizie in svariati settori, tra cui in quello dell'Arma dei Carabinieri della Capitale. Egli, infatti, per ottenere sia il rilascio che il rinnovo del proprio passaporto e di quelli dei familiari, nonché della donna con la quale convive more uxorio, della propria segretaria e degli altri collaboratori, si è sempre avvalso delle sue amicizie nell'Arma dei Carabinieri, che hanno sempre provveduto in merito presso l'Ufficio Passaporti della Questura di Roma, opponendo a tergo delle relative domande i timbri dei rispettivi Comandi dell'Arma, tra i quali figurano, prevalentemente, la Segreteria Particolare del Comandante Generale dell'Arma; la Legione Carabinieri di Roma - Gruppo Roma I - Nucleo Informativo; il Capitano dell'Arma dei Carabinieri Mario Mori, il Ministero della Difesa ed il Raggruppamento Unità Speciali - Distaccamento di Roma».
L'indagine e il processo sul delitto