La gens Cecina (in etrusco Keikna, Kaikna o Ceicna; in latino Caecina) era una famiglia etrusca originaria di Volterra (Velaθri in etrusco, Volaterrae in latino), una delle antiche città dell'Etruria. Documentata a partire dalla seconda metà del V secolo a.C. e attestata in più centri dell'Etruria settentrionale, padana e meridionale, si integrò progressivamente nella società romana, dove alcuni suoi membri raggiunsero le più alte cariche dello Stato. Il nome sopravvisse nel toponimo e idronimo Cecina, nel territorio volterrano, oltre che in una serie di località della Toscana.
Il nome
Il gentilizio è attestato in una successione di forme che ne documentano l'evoluzione grafica e fonetica: la variante più antica, con dittongo ai (Kaikna, Caicna), compare a Felsina in Etruria padana; segue la forma Ceicna (con la sua variante volsiniese Ceicnei al femminile) e, in epoca più recente, Cecna. Con la latinizzazione si giunge alla forma Caecina, in cui fra le due consonanti interne è inserita graficamente una vocale anaptittica. La sequenza evolutiva Kaikna > Ceicna > Cecna è stata ricostruita da Carlo De Simone.Gérard Capdeville, I Cecina e Volterra, in Aspetti della cultura di Volterra etrusca fra l'età del Ferro e l'età ellenistica. Atti del XIX Convegno di Studi Etruschi ed Italici (Volterra 1995), Firenze, Olschki, 1997, pp. 253-311: in particolare pp. 264-265 e 270.
Sul piano etimologico, Vittore Pisani e Carlo De Simone hanno ricondotto Caecina / Kaikna / Ceicna alla radice *kaik-, la stessa che è all'origine del latino caecus, ma con un significato originario non di «cieco» bensì di «monoftalmo», come in Cocles e nel greco κύκλωψ. Il membro morfologicamente più trasparente della stessa famiglia onomastica sarebbe Caeculus, nome del mitico fondatore di Preneste.Capdeville 1997, pp. 310-311.
Quanto al rapporto fra il gentilizio e il nome del fiume, gli studiosi hanno formulato ipotesi diverse. Karl Otfried Müller e Wilhelm Deecke, rilevata l'omonimia, non presero posizione su quale dei due nomi derivasse dall'altro; per Wilhelm Schulze fu invece la famiglia a battezzare il fiume, dato che il nome presenta la tipica formazione dei gentilizi, conclusione verso cui orienta anche l'etimologia da *kaik-.Capdeville 1997, pp. 310-311, nota 400. Una diversa spiegazione è stata avanzata a proposito del toponimo e idronimo Cecina del territorio volterrano: al pari di altri toponimi etruschi in -na, esso esprimerebbe in origine la dipendenza del luogo da una gens particolarmente prestigiosa che vi avrebbe esercitato il proprio potere, secondo una lettura storico-sociologica proposta da De Simone e ripresa da Giovanni Colonna.Massimo Morandi Tarabella, Prosopographia Etrusca. I. Corpus. 1. Etruria meridionale, Roma, L'Erma di Bretschneider, 2004, p. 117, nota 230.
Attestazioni etrusche Volterra
Le testimonianze più numerose provengono da Volterra, dove si concentrano le sepolture della famiglia e da cui proviene la parte di gran lunga più cospicua di urne e iscrizioni: segno che qui era il radicamento principale della gens.Capdeville 1997, pp. 265-266, 268.
Il nome dei Ceicna ricorre tre volte sulla maggiore delle lamine di piombo di III secolo a.C. rinvenute nel dicembre 1755 in un ipogeo della necropoli dell'Ulimeto: il documento elenca su due colonne ventisei persone, verosimilmente gli appartenenti a una confraternita funeraria.Capdeville 1997, pp. 266-267. Più significative sono le grandi sepolture familiari della necropoli del Portone, sul fianco settentrionale del colle: la prima, la cosiddetta tomba Franceschini, il più vasto ipogeo conosciuto della gens, fu scoperta nel novembre 1739 e conteneva epitaffi in etrusco e in latino; la seconda, la tomba Pagnini, fu individuata nel 1785 più a monte, sullo stesso versante, e recava iscrizioni esclusivamente etrusche, ragione per cui è ritenuta la più antica delle due. Delle fasi iniziali dei due ipogei non si sa nulla: i disegni eseguiti al momento della scoperta mostrano urne e coperchi ormai completamente sconvolti sul pavimento, per opera di violatori o per danni naturali.Capdeville 1997, pp. 268-270; Cateni-Bonamici-Rosselli 2012, p. 1025; Marjatta Nielsen, The Last Etruscans: Family Tombs in Northern Etruria, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, London-New York, Routledge, 2013, pp. 180-193: p. 182.
L'onomastica volterrana consente di riconoscere l'articolazione della famiglia in più rami, ciascuno individuato da un cognomen affiancato al gentilizio comune e derivato verosimilmente da alleanze matrimoniali con altre famiglie: i Ceicna Fetiu (titolari della tomba Pagnini, con un capostipite probabilmente originario di Perugia), i Ceicna Selcia, i Ceicna Caspu e i Ceicna Tlapuni. Altri rami, non documentati negli ipogei rinvenuti, sono postulati sulla base di cognomina latini che si spiegano come trascrizioni di nomi etruschi (*Ceicna Larce > Caecina Largus; *Ceicna Peiθe > Caecina Paetus).Capdeville 1997, pp. 274-281. Sulla base dello studio prosopografico delle tombe gentilizie, Mario Torelli, riprendendo Adriano Maggiani, ha proposto di collegare i rami etruschi con le famiglie romane di età repubblicana e imperiale: l'ipogeo dei Ceicna Fetiu, i cui ultimi rappresentanti recano il prenome Avle e le cui urne portano iscrizioni esclusivamente etrusche, indizio di una romanizzazione precoce, sarebbe da riferire ai Caecinae Largi; la grande tomba dei Ceicna Selcia / Caspu andrebbe invece messa in relazione con i Caecinae Paeti. Si tratta comunque di corrispondenze ipotetiche.Mario Torelli, Senatori etruschi della tarda repubblica e dell'impero: qualche addendum, in «Archeologia Classica», 28, 1977, pp. 284-286; cfr. A. Maggiani, Contributo alla cronologia delle urne volterrane: i coperchi, in «Memorie dell'Accademia Nazionale dei Lincei», s. 8, 19/1, 1976. Le urne funerarie in alabastro provenienti da queste sepolture recano rappresentazioni convenzionali e temi per lo più mitologici. La produzione volterrana di urne fra III e I secolo a.C. rispondeva del resto a una duplice committenza, e i Ceicna sono stati indicati come esempio tipico della cerchia ristretta di famiglie aristocratiche colte che sceglievano il repertorio del mito greco per affermare il proprio rango, in contrasto con i ceti medi di artigiani e piccoli possidenti, rimasti legati a temi di tradizione locale.Cateni-Bonamici-Rosselli 2012, p. 1029. Alcuni pezzi, dispersi in età moderna, si trovano oggi in vari musei.
Al Musée du Louvre di Parigi il coperchio dell'urna MA 2356 reca inciso sul bordo l'epitaffio di una donna della famiglia, Larthi Ceicnei, morta a venticinque anni secondo la restituzione corrente del testo (CIE, 156); due altre urne parigine documentano invece famiglie legate ai Ceicna: MA 2353 (CIE, 164) proviene dall'ipogeo dei Flave, imparentati con i Ceicna per via matrimoniale, e MA 2357 (CIE, 161) reca il gentilizio Prenθre, lo stesso da cui deriva il cognomen abbreviato Pr. della defunta del coperchio MA 2356.Capdeville 1997, note 112, 114 e 117 (pp. 271-273). L'urna MA 2356, la più notevole del lotto di cinque urne volterrane vendute nel 1827 da Giuseppe Micali ai Musées Royaux, che ne fecero il primo nucleo della collezione etrusca del Louvre, è stata oggetto di uno studio monografico di Marie-Françoise Briguet: il coperchio, con la defunta semidistesa riccamente adorna, su cui si conservavano tracce di doratura, non è pertinente alla cassa su cui poggia, un'unione realizzata verosimilmente già all'epoca della scoperta secondo la prassi antiquaria settecentesca; la cassa, con la morte di Enomao, attribuita da Françoise-Hélène Pairault-Massa alla stessa mano dell'urna 93484 di Firenze (il cosiddetto Maestro di Myrtilos) e datata da Briguet, con prudenza, poco dopo la metà del II secolo a.C., è considerata fra i vertici della produzione volterrana per la qualità dell'esecuzione e per gli echi della scultura pergamena che vi si riconoscono.Marie-Françoise Briguet, L'urne cinéraire étrusque MA 2356 du Musée du Louvre, in «Studi Etruschi», LXII, 1996, pp. 211-248: pp. 212-215 (acquisto Micali e non pertinenza di cassa e coperchio), 233-235 e 240-241 (attribuzione e datazione), 241-247 (il coperchio di Larthi Ceicnei).
A Volterra la sostituzione dell'etrusco con il latino fu particolarmente tarda: le iscrizioni in latino non compaiono prima del 50 a.C. circa e per lungo tempo affiancano quelle etrusche. I membri della famiglia passarono direttamente al latino, senza una fase bilingue, adottando la forma Caecina.Capdeville 1997, pp. 268-270. La città fu del resto l'ultimo baluardo delle tradizioni funerarie etrusche, che vi sopravvissero fino all'età augustea e oltre, caso unico in Etruria; Marjatta Nielsen ha rilevato il paradosso di questa tenacia culturale in una comunità che, negli scontri politici del I secolo a.C., si era trovata sistematicamente dalla parte dei vinti.Nielsen 2013, pp. 182 e 187-188.
Felsina
Le più antiche testimonianze della famiglia non provengono da Volterra ma da Felsina, l'antica Bologna. Fra le stele funerarie caratteristiche delle necropoli felsinee, due, rinvenute nel sepolcreto dei Giardini Margherita, recano il gentilizio Kaikna e sono databili al terzo quarto del V secolo a.C.Andrea Gaucci, Elisabetta Govi, Giuseppe Sassatelli, Le stele iscritte di Bologna, in «Studi Etruschi», LXXXIII, 2021, pp. 163-207.
La prima (stele Ducati 15 = SIB 4) porta, inciso sul listello superiore, il nome del defunto: veluś kaiknaś arnθrusla («di Vel Kaikna figlio di Arnθ»). La seconda (stele Ducati 10 = SIB 2), nota come «stele della nave», è uno dei monumenti più imponenti dell'intero corpus felsineo e presenta, caso unico, l'iscrizione scolpita a rilievo; secondo l'edizione più recente il testo va trascritto [?] s.uθi veluś kaiknaś, senza integrare con sicurezza il pronome mi all'inizio, come proponevano invece le letture precedenti («io [sono] la tomba di Vel Kaikna»). I due personaggi, che condividono prenome e gentilizio, dovevano appartenere allo stesso nucleo familiare.Giuseppe Sassatelli, Riflessioni sulla «stele della nave» di Bologna, in Etruria e Italia preromana. Studi in onore di Giovannangelo Camporeale, a cura di S. Bruni, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2009, vol. II, pp. 833-840: p. 835.
Le stele collocano i Kaikna nel gruppo più ristretto ed elevato dell'aristocrazia felsinea;Capdeville 1997, p. 258, nota 32. per il settore del sepolcreto dei Giardini Margherita da cui provengono i due monumenti si è pensato a un «recinto dei Kaikna».Sassatelli 2009, p. 835. La famiglia era così parte del nucleo dirigente della città che aveva guidato l'espansione etrusca a nord dell'Appennino, avviata nel terzo quarto del VI secolo a.C.Capdeville 1997, pp. 257-259. Dopo queste attestazioni la famiglia non compare più nella documentazione bolognese: il silenzio è stato spiegato con il trasferimento di parte dei discendenti nell'Etruria tirrenica sotto la pressione dei Galli, nella prima metà del IV secolo a.C., in coincidenza con un rapido sviluppo delle città dell'Etruria settentrionale, e in particolare di Volterra, che in quel periodo si dota di una nuova e più ampia cinta muraria.Capdeville 1997, pp. 259-260.
L'immagine della nave scolpita sulla stele Ducati 10 è stata a lungo interpretata in chiave biografica, come allusione al ruolo di navarca svolto in vita dal defunto nell'ambito delle attività marittime condotte dagli Etruschi padani sull'Adriatico, forse dalla base di Spina.Sassatelli 2009, pp. 834-835. Questa lettura è stata successivamente riconsiderata dallo stesso Sassatelli, che ha proposto di riconoscere nella scena non un dato realistico ma il pericoloso viaggio per mare verso l'isola dei Beati, in coerenza con il carattere funerario ed escatologico dell'insieme; Luca Cerchiai aveva a sua volta ipotizzato un riferimento al mito di Teseo.Sassatelli 2009, pp. 836-840.
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