Vulci (in latino Volci o Vulci; in greco ) è stata una città etrusca e poi romana sorta su un pianoro tufaceo di 126 ettari sulla riva destra del Fiora, a una decina di chilometri dal Tirreno, nel territorio degli odierni comuni di Canino e Montalto di Castro, in provincia di Viterbo.. Fu uno dei maggiori centri dell'Etruria meridionale, con un'occupazione stabile del pianoro documentata dalla fine dell'età del bronzo e una fioritura che culminò fra l'età orientalizzante e l'età arcaica.. Conquistata da Roma nel 280 a.C., divenne municipio dopo la guerra sociale e fu progressivamente abbandonata nell'alto medioevo.. I suoi resti, insieme alle necropoli circostanti, sono compresi nel parco naturalistico archeologico omonimo..
Toponimo Il toponimo è restituito dalle fonti classiche nella forma latina Volci o Vulci, con etnico Volcentes e Volcentani, e nella forma greca , che Stefano di Bisanzio attribuisce a Polibio insieme agli etnici e . Plinio il Vecchio designa gli abitanti come Volcentani cognomine Etrusci, mentre la formula ordo et populus Vulcentium compare in un'epigrafe dell'area urbana posta in onore dell'imperatore Flavio Valerio Severo.
La forma etrusca del nome non è restituita direttamente dalla documentazione locale: il repertorio bibliografico di riferimento la registra come ricostruita, nelle varianti *Velc e *Velchi, e per il sito non sono note fonti numismatiche che possano confermarla attraverso una leggenda monetale.Nel lemma della Bibliografia topografica della colonizzazione greca le due forme etrusche compaiono precedute da asterisco, cioè come ricostruzioni, mentre le forme greche e latine sono date come attestate; la sezione dedicata alle fonti numismatiche registra l'assenza di emissioni riferibili al centro. Le grafie Velch e Velx, diffuse nella letteratura divulgativa, vanno intese in questo senso.
Fonti antiche
Le fonti letterarie ricordano il centro in elenchi geografici, da Tolomeo a Plinio, e in relazione ad alcuni episodi della storia romana arcaica. Velleio Patercolo ricorda che la colonia di Cosa fu dedotta dal popolo romano nel territorio dei Volcientes; Arnobio racconta di un Olo vulcente in relazione alle origini del tempio di Giove Capitolino, tradizione che presuppone contatti antichi fra la città e Roma; Festo menziona i [Volci]entes fratres Caeles et Vibenna. Alle stesse figure rimanda il celebre discorso dell'imperatore Claudio conservato nella tavola bronzea di Lione, nel quale i fratelli Aulo e Celio Vibenna compaiono accanto al compagno d'armi Mastarna, identificato dall'imperatore con il futuro re di Roma Servio Tullio..
La documentazione epigrafica, etrusca e latina, è cospicua e raccolta nei corpora. Per le vicende storiche della città il documento principale sono i Fasti trionfali, che registrano il trionfo del console Tiberio Coruncanio de Vulsiniensibus et Vulcentib(us); dopo la guerra sociale la città figura come municipio iscritto alla tribù Sabatina, con a capo quattuorviri iure dicundo. Sono inoltre attestati i culti di Uni, di Vei, di Fufluns Pacies, di Suri e di Thufltha, e forse di Menrva. Fra i personaggi noti per via epigrafica figurano Marcus Vinicius, probabile proprietario della domus del Criptoportico, e Publius Sulpicius Mundus, senatore il cui nome si legge sull'iscrizione di un arco che sorgeva lungo il decumano.
Storia delle ricerche Le prime ricerche si collocano nel tardo Settecento. All'interno di un programma esplorativo voluto dal Governo Pontificio, l'architetto camerale Francesco Prada condusse fra il novembre 1776 e il marzo 1778 tre campagne nell'area della città e nelle necropoli settentrionali, con risultati modesti nell'abitato e assai più consistenti nei sepolcreti; nel 1783 il cardinale Pallotta promosse scavi presso il Ponte della Badia..
Le esplorazioni ottocentesche furono di ben altra scala. Luciano Bonaparte, principe di Canino, aprì i propri cantieri alla Doganella del Ponte nell'ottobre 1828, mentre nello stesso anno Vincenzo Campanari, Melchiade Fossati e i fratelli Candelori scavavano nella tenuta di Camposcala e nel 1829 Agostino Feoli a Campomorto.. Le finalità antiquarie di queste ricerche penalizzarono irrimediabilmente i dati di scavo, con la perdita delle associazioni di corredo e la dispersione di innumerevoli materiali, in parte confluiti nel Museo gregoriano etrusco, in gran parte usciti dall'Italia anche illecitamente.. Nell'attività dei Bonaparte ebbe un ruolo di primo piano la moglie di Luciano, Alexandrine de Bleschamps, indicata dalle fonti d'archivio come reale promotrice delle ricerche.. I Campanari, associati dal dicembre del 1834 al Governo Pontificio, allestirono a Londra nel gennaio 1837 una mostra rimasta celebre, con tombe ricostruite, e la aprirono a ridosso dell'inaugurazione del Museo Gregoriano.
La proposta di identificare il sito con l'antica Vulci era stata avanzata da Francesco Antonio Turriozzi nelle Memorie istoriche su Tuscania, edite a Roma nel 1778.. Proprio agli scavi condotti nell'abitato fra il 1835 e il 1837 si deve però la fine della lunga disputa, portata avanti anche dal Bonaparte: fra i materiali di reimpiego riaffiorò infatti l'epigrafe per Flavio Valerio Severo, con la menzione dell'ordo et populus Vulcentium.. Nel 1839 fu scoperta alla Polledrara la tomba di Iside, il cui corredo resta una testimonianza di primo piano dell'orizzonte orientalizzante vulcente..
Verso la metà del secolo compare a Vulci Alessandro François, che, in società con Adolphe Noël des Vergers, intervenne dal 1856 sul tumulo della Cuccumella e nel marzo del 1857 si spostò nella necropoli di Ponte Rotto, dove scoprì la tomba dei Saties, subito celebre per il suo ciclo pittorico.. Fra il 1875 e il 1876 Alessandro Torlonia fece scavare sotto la Cuccumella un'intricata serie di gallerie, il cosiddetto labirinto, alla ricerca di un ipogeo mai esistito; dal 1879 al 1884 diresse gli scavi per suo conto Francesco Marcelliani.. Le prime ricerche condotte con criteri scientifici sono quelle di Stéphane Gsell, inviato nel 1889 dall'École française de Rome, che misero in luce centotrentasei tombe e sfociarono nella monografia del 1891, ancora fondamentale..
Nel Novecento si succedettero gli scavi di Goffredo Bendinelli, avviati fra il 1918 e il 1919 in seguito alle distruzioni provocate dalla realizzazione di un canale idroelettrico, e le campagne finanziate da Ugo Ferraguti e dirette da Raniero Mengarelli fra il 1928 e il 1934.. All'inizio degli anni Cinquanta i lavori di bonifica dell'Ente Maremma trasformarono l'assetto del territorio e furono accompagnati da un enorme incremento degli scavi abusivi, che per decenni condizionarono ogni attività di ricerca sistematica.. Fra il 1955 e il 1957 la Fondazione Lerici condusse prospezioni geofisiche, e dal 1956 presero avvio gli scavi estensivi nell'area urbana diretti da Renato Bartoccini, ai quali subentrò Sergio Paglieri: ad essi si devono la scoperta del decumano, delle porte Est, Nord e Ovest, del sacello di Ercole, della domus del Criptoportico e del Tempio Grande.. Accanto alle ricerche istituzionali proseguirono a lungo gli scavi in concessione: fra il dicembre del 1961 e il settembre del 1963 la società Hercle indagò tre appezzamenti di proprietà dell'Ente Maremma nell'area centrale della necropoli dell'Osteria, recuperando centottantuno corredi, e nel 1962 Francesco Paolo Bongiovì ne ricavò altri cinquantatré da terreni verosimilmente contigui, senza lasciare alcuna documentazione.. Gli atti d'archivio registrano per gli stessi anni una sequenza pressoché ininterrotta di interventi d'urgenza dovuti agli scavi clandestini.. Nel giugno del 1975 l'apertura al pubblico del museo nel Castello della Badia segnò una tappa fondamentale, offrendo alla ricerca una base operativa adeguata all'importanza del sito.. Le campagne più recenti hanno riguardato soprattutto la necropoli dell'Osteria, dove fra il dicembre del 2011 e il giugno del 2012 uno scavo esteso, diretto da Anna Maria Moretti Sgubini e Laura Ricciardi, ha indagato tre distinti settori del sepolcreto centrale, indicati come aree A, B e C; le indagini sono proseguite nel 2013.. Ne sono usciti due monumenti di primo piano, il tumulo C1 e la tomba B14, oltre a un quadro assai più preciso delle tipologie funerarie in uso fra gli inizi del VII e gli inizi del V secolo a.C.. Contemporaneamente l'archeologia preventiva ha portato alla scoperta, nel 2009, di un piccolo sepolcreto in località Mezzagnone, a sud-ovest della città.. Dalla prima metà degli anni Novanta le indagini si inseriscono nel progetto di realizzazione del parco archeologico, con un programma di verifica delle fonti d'archivio, ricognizioni di superficie e analisi della documentazione aerofotografica..
Territorio
Il pianoro urbano misura 126 ettari, si eleva a una settantina di metri sul livello del mare ed è chiuso fra due incisioni, il fosso Fontanile sul lato settentrionale e quello di Pian di Voce su quello meridionale...Le misure del pianoro divergono nella letteratura: Zifferero e la tabella di Redhouse e Stoddart indicano 126 ettari, Madonna e altri circa 100. Anche sulla distanza dal mare le sintesi non concordano: undici chilometri per Zifferero e per Madonna e altri, tredici per Camporeale. Il quadro geologico rende conto della scelta insediativa: i pianori piroclastici offrivano suoli fertili, tufi e pozzolane da costruzione e una roccia facile da scavare per tombe e ambienti sotterranei, mentre le lave affioranti nell'alveo del Fiora fornivano il materiale per i basolati stradali, i travertini di Canino blocchi e alabastro calcareo e le argille plioceniche a ovest della città la materia prima per la ceramica.. Quanto ai metalli, sui quali si fondava una parte della fama vulcente, essi non venivano estratti in loco ma lavorati in città: i giacimenti più prossimi sono quelli dei Monti di Castro, dei Monti Romani e delle rocce metamorfiche affioranti più a nord lungo il Fiora, con mineralizzazioni di rame, di zinco e di piombo.. Il controllo del territorio è uno degli elementi costitutivi della fortuna di Vulci. Già sul finire dell'VIII secolo a.C. si registra una rapida fioritura di insediamenti nell'immediato entroterra, come Monte Aùto, e sulla linea di costa, come Pescia Romana: il secondo caso, in particolare, mostra quanto premesse alle aristocrazie vulcenti tenere in mano il tratto di costa lungo cui passavano le navi greche dirette a nord.. Nella seconda metà dello stesso secolo l'espansione vulcente raggiunge il suo limite settentrionale nella valle dell'Albegna, fra il promontorio di Talamone e le pendici meridionali dell'Amiata; fra il tardo orientalizzante e l'arcaismo la città dispone di un sistema articolato di approdi, che comprende Pescia Romana, Orbetello e i margini della laguna di Talamone..
La rete viaria che fa capo alla città è nota nelle sue linee principali. Una direttrice di lunga percorrenza, battuta già in età protostorica, scendeva da nord-ovest, entrava in città a Porta Ovest, dentro le mura si identificava con il decumano e, usciti i varchi orientali, portava agli abitati di sud-est e fino a Regisvilla.. Dalla Porta Nord altri due percorsi si dirigevano verso i centri di nord-ovest e di nord-est del comprensorio, attraversando la necropoli dell'Osteria.
Sul piano comparativo, l'analisi delle estensioni dei centri etruschi condotta con il modello XTENT assegna a Vulci centoventisei ettari e la colloca subito dopo Veio, Caere, Tarquinia e Populonia. Applicando il modello, David Redhouse e Simon Stoddart riconoscono a Vulci, come a Veio e a Volsinii, una traiettoria espansiva che supera la soglia dei 1500 chilometri quadrati, in contrasto con Caere, l'unico fra i grandi centri a non raggiungerla perché frenata dalle entità confinanti..