Biografia Nacque in una importante e ricca famiglia, figlia del conte Francesco Cenci e di Ersilia Santacroce, i quali, nei ventuno anni di matrimonio, ebbero dodici figliDizionario biografico degli italiani, voce «Cenci». Sette raggiunsero l'età adulta, cinque maschi e due femmine: Giacomo (nato nel 1568), Cristoforo (1572), Antonina (1573), Rocco (1576), Beatrice (1577), Bernardo (1581), Paolo (1583).. Il padre Francesco era un uomo violento e dissoluto, ma «legittimato», e quindi erede, di un monsignore (Cristoforo Cenci), tesoriere della Camera Apostolica. Nel giugno del 1584, dopo la morte della madre, insieme alla sorella maggiore Antonina fu affidata alle monache francescane del monastero di Santa Croce a Montecitorio. Beatrice aveva sette anni. Ritornata in famiglia all'età di quindici anni, vi trovò un ambiente quanto mai difficile e fu costretta a subire le angherie e le insidie del padre che, poco dopo, nel 1593, sposò in seconde nozze la vedova Lucrezia Petroni, dalla quale però non ebbe figli.
L'esilio a Petrella Salto Il padre era famoso a Roma per l’avarizia, la violenza e per i molti vizi, che piano piano prosciugavano l’eredità familiare. Mise al mondo dodici figli, anche se solo sette arrivarono a diventare grandi e la moglie morì nel 1584 mettendo al mondo l’ultimo bambino. Il figlio più grande, Giacomo, scappò dal padre, mentre altri due, Cristoforo e Rocco, morirono entrambi durante delle risse.
Beatrice, straziata dai continui maltrattamenti, scrisse una lettera a papa Clemente VIII, nella quale descrisse la difficile situazione in cui versava la famiglia e lo implorò di trovarle un marito o di farla entrare in convento. Il papa conosceva Francesco, visto che nel corso degli anni era stato più volte a processo, non solo per il suo carattere ma anche per «colpe nefandissime», ovvero per sodomia, per cui si rischiava la pena di morte. L’uomo fu ritenuto colpevole diverse volte ma, essendo nobile, se la cavò sempre con il pagamento di multe molto elevate, che contribuirono a prosciugare il suo patrimonio.
Clemente VIII combinò un matrimonio con un giovane nobile di bell’aspetto, ordinando al padre di provvedere a una doteSuo malgrado Francesco, per esplicito intervento papale, era già stato costretto a pagare una cospicua dote per l'altra figlia Antonina, sorella maggiore di Beatrice, sposata nel 1594, grazie ai buoni uffici di papa Clemente VIII], con Carlo Gabrielli, un nobile di Gubbio. piuttosto alta. Francesco, oberato dai debiti, incarcerato e processato,Processato nel 1594 per sodomia nei confronti di un ragazzo, fu condannato al pagamento di centomila scudi. La rilevanza della somma può essere meglio apprezzata considerando che, dopo l'esecuzione capitale dei Cenci, il patrimonio familiare fu venduto all'asta per una cifra inferiore. pur di non pagare la dote di Beatrice volle impedirle di sposarsi. Egli, intanto, si era risposato con un’avvenente vedova, Lucrezia Petroni. Così, nel 1595, la diciottenne Beatrice e la matrigna Lucrezia si trovarono segregate a Petrella Salto, in un piccolo castello del Cicolano, chiamato la Rocca, nel territorio del Regno di Napoli, di proprietà della famiglia Colonna. In quella forzata prigionia nel castello, dove ebbero praticamente contatti solo con l’amministratore Olimpio Calvetti e con un paio di servitori, crebbe il risentimento di Beatrice verso il padre.
Francesco Cenci alternava periodi a Roma con altri alla Rocca ma le sue malefatte continuarono; addirittura, durante una battuta di caccia a Petrella Salto, tentò di abusare del figliastro: in quell’occasione la moglie ebbe un impeto di ribellione nei confronti del marito, ma finì con il viso sfregiato.
La giovane Beatrice cercò l’aiuto di uno dei servi del padre, Marzio da Fioran detto il Catalano, al quale chiese un aiuto per tentare la fuga; l’uomo però non acconsentì sapendo a cosa sarebbe andato incontro, ma accettò di portare a Roma e consegnare ai fratelli e a uno zio materno delle lettere, nelle quali la ragazza chiese nuovamente di trovarle un marito o un convento dove rifugiarsi. Uno di quei messaggi finì sfortunatamente nelle mani del padre, che nonostante la neve e il difficile viaggio da Roma, si precipitò a Petrella, picchiò con la consueta violenza la figlia e fece trasferire le due donne dal piano nobile della Rocca a quello più alto, dove erano completamente isolate. Le violenze subite e la reclusione sempre più rigida contribuirono a ingigantire in Beatrice l’odio verso il padre e probabilmente la spinsero fra le braccia dell’amministratore, Olimpio Calvetti, che condivise i piani della ragazza: l’unico modo per uscire da quella situazione era l’assassinio di Francesco.
A Roma, intanto, Francesco era in continua lotta con il figlio Cristoforo che intendeva sottrarre alla sua influenza i fratelli minori, Bernardo e Paolo; Francesco rinchiuse anche loro alla Rocca.
Nel 1597 Francesco, malato di rogna e di gotta, anche per fuggire alle richieste pressanti dei creditori, si ritirò a Petrella e, con la sua presenza, le condizioni di vita delle due donne divennero ancora peggiori.
Il parricidio Esasperata dalle violenze e dagli abusi sessuali paterni, si dice che Beatrice giunse alla decisione di organizzare l'omicidio del padre con la complicità della matrigna Lucrezia, dei fratelli Giacomo e Bernardo, del castellano Olimpio CalvettiOlimpio Calvetti, sposato con Plautilla Gasparini e padre di Prospero e Vittoria, era l'uomo di fiducia della famiglia Colonna per i feudi della Valle del Salto. Alto e prestante, divenne confidente e probabilmente amante di Beatrice. e del maniscalco Marzio da Fioran, detto il Catalano. L’assassinio ebbe luogo nella Rocca di Petrella Salto il 9 settembre 1598.
Per due volte il tentativo fallì: la prima volta si cercò di sopprimere Francesco con il veleno ma l’uomo, assai diffidente, fece assaggiare cibo e bevande alla figlia prima di consumarle così questa proposta fu scartata; la seconda con un'imboscata di briganti locali che però, scoperte le possibili conseguenze, si rifiutarono. Solo al terzo tentativo si riuscì nell’intento: Francesco, stordito dall'oppio fornito da Giacomo e mescolato a una bevanda, fu assalito nel sonno; Marzio gli spezzò le gambe con un matterello, mentre Olimpio lo finì colpendolo al cranio e alla gola con un chiodo e un martello.
Per mascherare l’omicidio, Olimpio cercò di rompere il pavimento di un balcone per far precipitare il cadavere al suolo, ma non ci riuscì. Così demolì il ballatoio per tentare quindi d'infilarci il cadavere ma la cosa era impossibile: il foro era troppo piccolo. Decise allora di gettare il corpo dalla balaustra della Rocca, sperando che tutti credessero al cedimento della struttura. Il corpo di Francesco fu trovato in un orto ai piedi della Rocca qualche ora dopo. Dopo le esequie il conte fu sepolto in fretta nella locale chiesa di Santa Maria. I familiari, che non parteciparono alle cerimonie funebri, lasciarono il castello e tornarono a Roma nella dimora di famiglia, palazzo Cenci, nei pressi del Ghetto.
Le indagini Inizialmente non furono svolte indagini, ma voci e sospetti, alimentati dalla fama sinistra del conte e dagli odi che aveva suscitato nei suoi congiunti, indussero le autorità a indagare sul reale svolgimento dei fatti. Dopo le prime due inchieste, la prima voluta dal feudatario di Petrella, duca Marzio Colonna, e la seconda ordinata dal viceré del Regno di Napoli don Enrico di Gusman, conte di Olivares, lo stesso pontefice Clemente VIII volle intervenire nella vicenda.
La salma fu riesumata e le ferite furono attentamente esaminate da un medico e due chirurghi che esclusero la caduta come possibile causa delle lesioni. Fu anche interrogata una lavandaia alla quale Beatrice aveva chiesto di lavare lenzuola intrise di sangue dicendole che le macchie erano dovute alle sue mestruazioni ma la giustificazione, dichiarò la donna, non le sembrò verosimile. Gli inquirenti furono insospettiti, inoltre, dall'assenza di sangue nel luogo ove il cadavere era stato rinvenuto.
I congiurati furono scoperti e imprigionati. Calvetti, minacciato di tormenti, rivelò il complotto. Riuscito a fuggire, fu poi fatto uccidere per impedirne ulteriori testimonianze. Anche Marzio da Fioran, sottoposto a tortura, confessò ma, messo a confronto con Beatrice, ritrattò e morì poco dopo per le ferite subite. Giacomo e Bernardo confessarono anch'essi. Beatrice inizialmente negò ostinatamente ogni coinvolgimento indicando Olimpio come unico colpevole, ma la torturaI nobili non erano di regola sottoposti a tortura. Clemente VIII volle privare i Cenci di tale privilegio e dispose, con il motu proprio "Quemadmodum paterna clementia" del 15 agosto 1599, che anch'essi fossero torturati al pari degli altri accusati. della cordaLa tortura della corda consisteva nel sollevare l'imputato per le mani, precedentemente legate dietro la schiena, con una fune fatta passare per una carrucola appesa al soffitto (vedi Grazia Ambrosio: L'acqua e il fuoco prove della verità in Storia Illustrata, numero 232, marzo 1977, pagina 28, Editore Arnoldo Mondadori). L'infelice rimaneva sospeso a mezz'aria per il tempo necessario a recitare un'orazione. Il dolore era pressoché insostenibile e tale da indurre a rapide confessioni anche i più ostinati. ne vinse ogni resistenza ed ella finì per ammettere il delitto.
Acquisite le prove, i colpevoli furono condotti in prigione: Bernardo e Giacomo furono rinchiusi nel carcere di Tordinona,Il carcere di Tordinona (toponimo derivato dalla corruzione di Torre d'Annona), di cui non rimangono tracce, si trovava nei pressi di Ponte Sant'Angelo, Rione V - Ponte. L'edificio fu trasformato nell'omonimo teatro, nel 1669, con il permesso di papa Clemente IX (vedi Sergio Delli, Le strade di Roma, Newton Compton Editori, III edizione, 1988, pag. 910 e seguenti). Beatrice e Lucrezia in quello di Corte Savella.Del carcere di Corte Savella, ormai demolito, rimane qualche manufatto, incorporato in un edificio del XVIII secolo, in via di Monserrato, allo sbocco con piazza di Santa Caterina della Rota, Rione VII - Regola (vedi Touring Club Italiano, Guida di Roma, VIII edizione, 1993, pag 368). Sull'altro lato della medesima via, sulle mura del Venerabile Collegio Inglese, una lapide posta dal Comune nel 1999, quarto centenario della morte, ricorda che in quel luogo si ergeva Corte Savella onde fu prelevata per l'esecuzione Beatrice, definita "vittima esemplare di una giustizia ingiusta". Altri resti, alcune finestrelle con inferriate, si troverebbero anche nell'adiacente via dei Cappellari, all'interno di un cortiletto, peraltro di difficile accesso (vedi Georgina Masson, Guida di Roma, edizione Oscar Mondadori, 1973, pag. 148). È necessario ricordare che ambedue gli edifici, Tordinona e Corte Savella, vennero sostituiti dalle Carceri nuove di via Giulia, volute da papa Innocenzo X e terminate di costruire nel 1655.
Il processo Il processo fu affidato al giudice Ulisse Moscati ed ebbe un grande seguito pubblico. Nel dibattimento si affrontarono due tra i più grandi avvocati dell'epoca: l'alatrense Pompeo Molella per l'accusa e il romano Prospero Farinacci per la difesa. Farinacci, nel tentativo di alleggerire la posizione della giovane, accusò Francesco di aver stuprato la figlia, ma Beatrice, nelle sue deposizioni, non volle mai confermare l'affermazione del difensore. Alla fine prevalsero le tesi accusatorie di Molella e gli imputati superstiti vennero tutti giudicati colpevoli e condannati a morte.