La chiesa dei Santi Faustino e Giovita, nota anche come chiesa di San Faustino Maggiore, è una chiesa di Brescia, situata nell'omonima via San Faustino, lungo l'ultimo tratto a nord. È la chiesa patronale della città di Brescia e, per questo motivo, è il più importante edificio di culto cittadino dopo le cattedrali, il Duomo vecchio e il Duomo nuovo..

La chiesa, legata all'attiguo monastero fondato nel IX secolo dal vescovo Ramperto, affonda le proprie origini in un edificio risalente forse all'VIII secolo, che ha visto nel corso dei secoli numerosi ampliamenti e ricostruzioni, in particolare l'intervento seicentesco, che ha comportato un rinnovo radicale della struttura e delle decorazioni.

La chiesa conserva estesi affreschi barocchi, in particolare quello della navata maggiore di Tommaso Sandrino e quello del presbiterio, lApoteosi dei santi Faustino, Giovita, Benedetto e Scolastica di Giandomenico Tiepolo. Notevoli opere d'arte pittorica sono poi la Natività di Gesù di Lattanzio Gambara, la Deposizione di Cristo di Sante Cattaneo e lo stendardo del Santissimo Sacramento dipinto dal Romanino. Tra le altre opere artistiche spicca invece l'arca sepolcrale dei due santi titolari. Un tempo nella chiesa e ora al museo di Santa Giulia sono il trittico di sant'Onorio e il celebre gallo di Ramperto.

Dal punto di vista religioso, invece, vi sono appunto conservati i resti dei due patroni di Brescia, i santi Faustino e Giovita, più quelli di sant'Onorio e sant'Antigio, che fanno della chiesa un punto di riferimento per la devozione cittadina.

Storia Le origini La chiesa di Santa Maria in Silva

La chiesa di Santa Maria in Silva, il nucleo primitivo del santuario, viene costruita probabilmente nell'VIII secolo nel medesimo luogo occupato dall'edificio attuale, vicino al torrente Garza, nel popoloso quartiere di centro-nord della città murata. Il 9 maggio 806 avviene la traslazione delle reliquie dei santi Faustino e Giovita dalla chiesa di San Faustino ad Sanguinem (dal 1956 rinominata in chiesa di Sant'Angela Merici.) a Santa Maria in Silva, che assume quindi notevole importanza all'interno del panorama religioso cittadino. Fra l'altro, in un momento di sosta della processione vicino a Porta Bruciata (estremità ovest di via Musei, in angolo a piazza della Loggia) i resti avrebbero trasudato sangue: il duca Namo di Baviera, presente al momento del miracolo, si sarebbe convertito al cattolicesimo e avrebbe quindi donato alla città la reliquia della Vera Croce, da allora conservata nel Duomo vecchio come pezzo principale del tesoro delle Sante Croci. Sul luogo del miracolo, inoltre, verrà costruita la chiesa di San Faustino in Riposo. Non sono comunque noti i motivi che portarono a questa traslazione, che sicuramente ebbe una forte eco in città.

Ramperto e la fondazione del monastero Verso la metà del secolo, però, le condizioni fisiche della chiesa dovevano ormai vertere al peggio: il luogo non era più diligentemente officiato e il culto dei resti dei due martiri trascurato. Ramperto, eletto vescovo nell'815 e grande promotore del culto dei santi patroni, nell'841 sottoscrive donazioni a favore di un istituendo "cenobium monachorum"Tratto dal manoscritto di Ramperto giunto fino a noi, edito per la prima volta in . nei pressi della chiesetta, probabilmente incentivando una comunità religiosa già presente. Verosimilmente, Ramperto non si limita solamente a questo, ma pianifica un vero programma operativo: far rispettare e amministrare meglio i lasciti dei fedeli, portare a una migliore conservazione delle reliquie e avere dall'esemplarità di comportamento, che si imporrà sul monastero di nuova istituzione, stimolo per la popolazione a operare il bene. Di conseguenza, è anche verosimile che Ramperto abbia provveduto a una prima ricostruzione della chiesa e del campanileGià attorno all'820, comunque, Ramperto aveva agito nei confronti della chiesa, donandole il suo celebre galletto segnavento da sistemare in cima al campanile.. Nell'843 è nuovamente Ramperto a intervenire nella chiesa, dove sostituisce l'arca sepolcrale dei santi con una in marmo, entro la quale viene lasciata una tavoletta in piombo recante l'iscrizione dedicatoria. L'opera di Ramperto, in sostanza, si rivela essenziale: fondando o, come detto, più probabilmente ufficializzando un cenobio imperniato attorno al culto delle reliquie dei due martiri, pone solide basi alla successiva crescita della comunità monastica.

Dalla fondazione al Quattrocento La decadenza Il monastero, ormai divenuto realtà, sembra trascorrere indisturbato quasi trecento anni, fino alla prima metà del XII secolo. Primi segnali di incertezza emergono appunto in documenti di questi anni, quando nel 1123 e nel 1133 gli abati richiedono prima a papa Callisto IIBolla trascritta in e poi a papa Innocenzo IIBolla trascritta in la conferma di proprietà e di privilegi per il proprio monastero. Le richieste risulterebbero necessitate da una situazione di instabilità causata da sommosse di carattere politico e sociale, derivate soprattutto dalla predicazione di Arnaldo da Brescia contro il potere del clero. In questo periodo la chiesa viene ricostruita o riedificata, probabilmente ampliata: la consacrazione avviene nel 1142. Al momento, la chiesa è un grande edificio di linee romaniche, a tre navate. È presente anche una grande cripta sotto il presbiterio arricchita da alcuni altari, fra cui quello dedicato ai santi titolari e quello di sant'Onorio. L'ambiente, poco interrato, elevava considerevolmente il presbiterio soprastante, tanto che per raggiungerlo era necessario percorrere una scalinata.

Il monastero e le sue finanze, nel frattempo, entrano in una lenta ma costante discesa. Nel 1314, la situazione del cenobio è ormai disastrosa: le proprietà, comunque molto vaste, sono mal gestite e, dopo decenni di incuria e cattiva amministrazione, sono ormai in mano a rapaci affittuari, fornendo scarso o addirittura nullo reddito.. La situazione finisce per precipitare: nel 1341, la gestione del monastero viene data in commenda ad abati esterni..

La situazione rimane invariata per almeno un secolo. L'unico fattore che avrebbe dovuto comunque mantenere ben disposto l'interesse della popolazione verso le sorti del cenobio era, a quanto traspare dai documenti pervenutici, la grande fedeltà ai santi patroni, ai quali la chiesa era intitolata.. Nel 1422, ad esempio, è il Comune cittadino a chiedere alla Santa Sede di porre il monastero sotto il controllo dei frati minori, causa la cattiva condotta degli abati commendatari, i quali spesso si traducevano in meri speculatori. La proposta non avrà però seguito. Si registrano inoltre, fra la seconda metà del Trecento e l'inizio del Quattrocento, diverse donazioni e lasciti testamentari. La comunità sembra trascorrere indenne i primi due tumultuosi decenni del Quattrocento, quando Brescia passa dalle mani dei Visconti a quelle di Pandolfo III Malatesta, e pochi anni dopo ai domini della Repubblica di Venezia..

Il miracolo del 1438 e la rinascita

Nel 1437, però, le ostilità tra Venezia e Milano riprendono e coinvolgono direttamente la città: i visconti tentano una prima riconquista di Brescia nel 1438 e inviano all'assedio le loro truppe, capitanate da Niccolò Piccinino. Secondo le cronache dell'epoca, gli assedianti, ormai da alcuni mesi appostati all'esterno della città, stavano per avere la meglio quando, il 13 dicembre, durante un esteso attacco agli spalti del Roverotto, sulla cortina muraria est della città, apparirono in cima alle mura le figure lucenti dei due santi, che misero in fuga l'esercito del Piccinino salvando Brescia dalla conquista. Il miracolo, reale o presunto, finisce per cambiare radicalmente la devozione cittadina, concentrandola sulla figura dei due santi martiri. Una vera e propria ondata di lasciti e donazioni investe la chiesa e il monastero, che entrano in un capitolo di ritrovata prosperità..

Nel 1444 l'amministrazione del monastero passa sotto il controllo dell'abate Bernardo Marcello il quale, forse ispirato anche dalla nuova, fortissima venerazione cittadina, mantiene una vivace condotta amministrativa e promuove importanti lavori di restauro all'interno della cripta. La sorte gli è favorevole e, alla già fervida devozione dovuta al miracolo del 1438, un altro avvenimento scuote l'attenzione dei cittadini verso il monastero: l'11 dicembre 1455 viene ritrovata, dietro l'altare maggiore della cripta, l'arca sepolcrale dei due santi fatta realizzare a suo tempo da Ramperto. Il sepolcro viene aperto durante una solenne cerimonia e all'interno vi si trovano e riconoscono i resti dei due patroni.. Anche l'iscrizione lasciata da Ramperto viene trovata al suo posto.. Il giovane "magistro" Tonino da Lumezzane assume l'incarico di rinnovare la sede dell'arca, che viene collocata al posto dell'altare maggiore della cripta sopra sei colonnine di marmo.

L'annessione alla Congregazione di Santa Giustina Il monastero, ormai di importanza saldamente confermata, si trova però ancora sotto commenda, senza alcuna comunità fissa che lo gestisca. La situazione, ormai intollerabile e probabilmente anche poco pratica dopo gli ultimi avvenimenti che avevano dirottato la fede della popolazione verso la chiesa, trova finalmente soluzione definitiva il 24 marzo 1490 quando, tramite bolla di papa Innocenzo VIII, il monastero viene unito alla Congregazione di Santa Giustina da Padova. È la fine di un lungo periodo di decadenza: un mese dopo, i frati dell'Ordine benedettino prendono pieno possesso delle strutture, avviando immediatamente una grande campagna di risanamento e ammodernamento, con numerosi interventi per ottenere una migliore fruizione del complesso. Un documento del 1501Il documento è reso noto per la prima volta in . parla addirittura, riferendosi alla costruzione di un nuovo chiostro, di "de fundamentis cenobii San Faustini Maioris Brixiae", lasciando intendere che le "fondamenta del cenobio" di cui si parla non siano solo quelle del chiostro, ma l'avvio di un progetto più esteso, un vero rinnovo totale del monastero., cosa che in effetti avrà luogo nei successivi decenni.

Il grande progetto subisce però quasi subito un forte freno, causato dai tragici eventi della riconquista di Brescia da parte di Milano per mano dei francesi, che si concluderà con il sanguinoso saccheggio del 1512.. Il risveglio edilizio del monastero, verosimilmente, non dovette avvenire negli anni immediatamente successivi, mentre Venezia riprendeva nuovamente possesso della città: dal 1520 in poi, però, i lavori conoscono un'intensa attività.. Nel 1532 viene installato l'organo di Gian Giacomo Antegnati, mentre le strutture del monastero, in particolare i chiostri e il nuovo dormitorio, vengono sostanzialmente ultimati. Nella seconda metà del secolo, invece, Lattanzio Gambara affresca l'intera area presbiterale: la sua opera sarà ammirata pochi anni dopo, nel 1566, da Giorgio Vasari, in visita a Brescia... Nel frattempo, il capomastro Geronimo Tobanello, che già lavorava in altri ambienti del monastero, cura i primi adattamenti di architettura rinascimentale all'interno della chiesa, apponendo sui muri delle navate laterali, attorno alle cappelle, una successione ritmica di lesene in marmo, il tutto progettato da Giovanni Maria Piantavigna. Anche la prima cappella a destra viene rinnovata, costruendo un nuovo altare riutilizzando parti di quello vecchio e dedicando il tutto a san Michele Arcangelo. L'opera viene rilevata durante la visita di san Carlo Borromeo, nell'ottobre del 1580., il quale prende atto sia delle lesene di abbellimento sia della nuova cappella e ordina di sfondare il muro nord della chiesa, fino a quel tempo rimasto intatto, per la creazione di tre nuove cappelle speculari.

Il Seicento I primi interventi