Angolagate è il nome attribuito a un caso politico-giudiziario riguardante fornitura di armi al governo dell'Angola durante la guerra civile angolana (1992-2002), in particolare negli anni novanta, quando il presidente José Eduardo dos Santos combatteva contro l'Unione Nazionale per l'Indipendenza Totale dell'Angola (UNITA). La vendita, per un valore di quasi 800 milioni di dollari, avvenne nonostante l'embargo dell'ONU.

Nell'ottobre del 2009 il tribunale di Parigi condannò diversi imputati, tra i quali Pierre Falcone, Arcadi Gaydamak, e l'ex ministro degli interni francese Charles Pasqua. Nel 2011, tuttavia, la corte d'appello di Parigi assolse Pasqua e prosciolse Falcone e Gaydamak dall'accusa di traffico illecito di armi. Falcone e Gaydamak furono tuttavia condannati per altri reati.

La storia Durante la guerra civile angolana, il governo del Movimento Popolare di Liberazione dell'Angola guidato dal presidente José Eduardo dos Santos combatté contro l'UNITA di Jonas Savimbi. Il conflitto si concluse nel 2002 dopo la morte di Savimbi nel febbraio di quell'anno e la firma di un cessate il fuoco nell'aprile successivo.

Il procedimento francese riguardò vendite di armamenti per circa 793 milioni di dollari, effettuate tra il 1993 e il 1997. Tra le forniture indicate nel processo figuravano armamenti di produzione sovietica, tra cui 420 carri armati, 12 elicotteri, 6 navi da guerra, 150.000 proiettili e 170.000 mine antiuomo. I principali intermediari coinvolti nella vicenda furono Pierre Falcone, uomo d'affari di nazionalità francese, angolana e brasiliana, e il suo socio Arcadi Gaydamak, uomo d'affari israelo-russo. Sebbene le armi non siano transitate dalla Francia, alcuni contratti e operazioni finanziarie ebbero legami con il territorio francese. Le indagini indicarono in particolare il ruolo della società Brenco, con sede a Parigi, della società slovacca ZTS-OSOS e di conti o finanziamenti collegati alla banca Paribas (poi confluita in BNP Paribas).

I due principali accusati negano che il materiale venduto comprendesse 170 000 mine antiuomo, che hanno causato nel paese 70 000 vittime costrette all'amputazione degli arti.

Il processo Il giudice istruttore ritenne che la giustizia francese fosse competente in ragione del coinvolgimento di Pierre Falcone, cittadino francese, e della sua impresa, la Brenco, con sede in Francia. Secondo l'accusa, le forniture di armi erano state effettuate senza l'autorizzazione del ministero della Difesa, richiesta dalla legislazione francese. Su questa base, il 25 gennaio del 2001, il ministro della Difesa dell'epoca, Alain Richard, presentò una denuncia per violazione della normativa francese sul commercio di armi. In primo grado, Falcone e Arcadi Gaydamak furono inoltre condannati per reati fiscali collegati ai proventi della vendita di armi.

L’accusa sostenne inoltre che le vendite fossero avvenute in violazione delle sanzioni delle Nazioni Unite legate alla guerra civile angolana. Complessivamente, il processo coinvolse 42 imputati, accusati a vario titolo di aver partecipato all’organizzazione delle forniture di armi o di aver beneficiato di pagamenti illeciti collegati alla vicenda.

Il 27 ottobre 2009 il tribunale di Parigi pronunciò la sentenza di primo grado. Pierre Falcone e Arkadi Gaydamak furono condannati ciascuno a sei anni di carcere; Gaydamak, non presente in aula, era latitante.

Il tribunale ha ignorato l'immunità reclamata dall'accusato in quanto in possesso di passaporto diplomatico come rappresentante dell'Angola presso l'UNESCO, l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura. Anche il socio di Falcone, Arcadi Gaydamak, è stato condannato alla stessa pena, ma è latitante, a differenza dell'amico, che è stato arrestato al termine dell'udienza. L'ex ministro degli interni, Charles Pasqua, 82 anni, è stato condannato a un anno di carcere, più due anni con il beneficio della condizionale. Al suo amico politico Jean-Charles Marchiani, ex prefetto del dipartimento del Var, è stata comminata una pena di tre anni di prigione, di cui 21 mesi con la condizionale. Il figlio del defunto presidente François Mitterrand, Jean-Christophe, che ha ricevuto 2,6 milioni di dollari di commissioni, si è visto infliggere una pena di due anni, con la condizionale, e un'ammenda di 375 000 euro. Infine, lo scrittore Paul-Loup Sullitzer è stato condannato a 15 mesi, con la condizionale, per un coinvolgimento nella vicenda. Jacques Attali, già consigliere di Mitterrand e oggi di Nicolas Sarkozy, è stato assolto.

In primo grado, Falcone e Gaydamak furono condannati a sei anni di reclusione. Nel giudizio d’appello del 2011 furono prosciolti dall’accusa di commercio illecito di armi, ma condannati per altri reati: Falcone per abusi di beni sociali, Gaydamak per frode fiscale e riciclaggio. Le pene furono ridotte rispettivamente a trenta e trentasei mesi di reclusione, con 375.000 euro di ammenda per ciascuno.

Controversie Queste condanne non chiudono necessariamente l'affaire: Charles Pasqua ha affermato che altre personalità dovevano assumersi le loro responsabilità. Il giorno della condanna, mentre annunciava che sarebbe ricorso in appello, Pasqua ha spiegato che erano al corrente del traffico d'armi gli ex presidenti François Mitterrand e Jacques Chirac, l'ex primo ministro Edouard Balladur e l'ex ministro degli esteri Alain Juppé. Da parte sua, Jean-Christophe Mitterrand ha dichiarato che non avrebbe fatto appello, apparentemente sollevato dal fatto che il tribunale lo abbia condannato per ricettazione di beni sociali (ha incassato denaro per aver indirizzato gli intermediari in favore di Pierre Falcone) e non per traffico d'armi.

Nel corso dei mesi che hanno preceduto il processo, il presidente Sarkozy e il suo ministro della Difesa, Hervé Morin, hanno tentato di convincere la giustizia a mantenere sotto traccia l'intera vicenda. Nel luglio 2008, Hervé Morin ha dichiarato che, dal suo punto di vista, l'esistenza di un traffico non era reale sul piano giuridico, poiché le armi in questione non erano transitate sul territorio francese. La società d'intermediazione, la Zts Osos, ha la sua sede in Slovacchia. Anche lo Stato angolano difende questo punto di vista.

Charles Pasqua reclama a sua volta che all'intera vicenda sia tolto il segreto, introdotto per ragioni di difesa e di sicurezza nazionale. In questa sua richiesta è sostenuto dall'opposizione socialista e dal leader centrista François Bayrou. Nella sua logica, Pasqua ritiene di aver servito lo Stato francese. Quando, all'epoca dei fatti, il presidente angolano, José Eduardo dos Santos, aveva chiesto a Parigi di aiutarlo ad acquistare armi, la Francia avrebbe ufficialmente rifiutato, ma, in pratica, avrebbe lasciato fare.. Ma togliere il segreto darebbe l'avallo a un percorso che potrebbe dimostrare l'implicazione dei vertici dello Stato nella violazione dell'embargo ONU.

Il governo angolano, in una dichiarazione ufficiale, si è detto «stupefatto» dalla sentenza del tribunale le di Parigi, che condanna «dei cittadini francesi che, opportunamente, aiutarono il paese a garantire la difesa dello stato e del processo democratico di fronte a una sovversione armata, condannata dalla comunità internazionale». Inoltre, Luanda smentisce di essere stata oggetto di un embargo internazionale che vietava al «governo legittimo» di acquistare armi. D'altra parte, i firmatari del contratto non sono stati perseguiti. La dichiarazione parla anche di un processo «squilibrato e ingiusto», che è sembrato quasi un regolamento di conti, perché «certi angolani, che furono appoggiati dai servizi speciali francesi, avevano fallito nel loro desiderio di conquistare il potere con le armi». Il processo - secondo l'avvocato Françis Teitgen, che difende gli interessi di Luanda - avrebbe quindi compiuto un'ingerenza in questioni rilevanti della «sovranità nazionale angolana».

I contratti dellAngolagate potrebbero essere all'origine di 54 milioni di dollari di transazioni di cui avrebbero beneficiato numerose alte personalità angolane.

Il quotidiano portoghese Publico, in un articolo dell'ottobre 2008, afferma di essere in possesso di una lista di bonifici bancari in favore del capo dello Stato Eduardo Dos Santos, dell'ambasciatore dell'Angola a Parigi, Elisio de Figueiredo, e di numerosi responsabili militari, tra cui l'ex capo dell'informazione, il generale Fernando Miala, oggi in disgrazia, uno di quei «certi angolani» indicati nel comunicato. Secondo lo stesso quotidiano, ci sarebbero banche portoghesi implicate in 50 dei 70 bonifici dell'Angolagate. Il giornale cita il Banco Comercial Português, la Caixa Geral de Depósitos e anche le filiali portoghesi dello spagnolo Banco Bilbao Vizcaya e della britannica Barclays.

Note

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