I campi per l'internamento civile in Italia furono dei campi di prigionia istituiti in Italia, nelle sue colonie e nei territori occupati in Jugoslavia. Il primo fu il campo di concentramento di Nocra, in Eritrea, nel 1887.

Un notevole incremento dei campi avvenne sotto il regime fascista, che ne face erigere più del 90%. Essi operarono come luoghi di concentramento e lavoro coatto ai fini di sottomettere i popoli nelle colonie (libici, somali, eritrei ed etiopi), per "purificare la razza italiana" (internando ebrei, sloveni, croati, serbi, bosniaci, albanesi, cinesi, rom e greci) e come misura alternativa al confino per i dissidenti politici antifascisti. Dopo l'Armistizio dell'8 settembre 1943, l'amministrazione dei campi passò dal Regno d'Italia alla Repubblica Sociale Italiana che li convertì in campi di raccolta finalizzati specificamente alla deportazione verso i campi di sterminio della Germania nazista, in primo luogo verso Auschwitz.

Dopo la fine della guerra, il Governo italiano non ripristinò mai i campi d'internamento civile e la Costituzione della Repubblica italiana del 1948 li escluse espressamente dal sistema penitenziario. Nel tempo vennero perciò demoliti; l'ultimo in ordine di tempo ad essere ufficialmente smantellato fu il campo di Danane in Somalia, per ordine dell'Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia, nel 1954.

Storia

Nelle colonie Con l'acquisto da parte del governo italiano della baia di Assab, in Eritrea, nel 1882 ebbe ufficialmente inizio il colonialismo italiano. Fin da subito la presenza italiana fu fortemente osteggiata dalle popolazioni locali e il processo di espansione nel Corno d'Africa fu molto più lungo e faticoso del previsto. Per stroncare le rivolte e sottomettere le popolazioni africane non bastarono i sanguinosi saccheggi e rastrellamenti ad opera delle truppe italiane; si optò dunque per l'istituzione di un grande campo di concentramento punitivo, rivolto agli africani avversi all'imperialismo. Venne individuato come luogo ottimale l'isola di Nocra, al largo dell'Eritrea, per via delle pesanti condizioni climatiche. Nell'isola infatti le temperature possono raggiungere i 50 °C, e il tasso di umidità può arrivare al 90%. Ciò, unito alla scarsissima distribuzione di cibo e acqua (la razione era di 300 grammi di farina, 10 di tè e 20 di zucchero, razione non garantita quotidianamente), comportava frequentissimi ribellioni e tentativi di fuga, terminati sempre con l'esecuzione dei fuggitivi. La più memorabile fu la fuga di massa tentata nel 1893.

Il tasso di mortalità a Nocra superava il 58% e i superstiti erano soliti perdere l'uso delle gambe a causa dello strazio fisico disumano.

A Nocra seguirono numerosi altri campi, presenti in tutte le colonie. I più grandi furono, nella Libia italiana, nelle città di Agedabia, El Algheila, Brega, El Maghrun e Soluch e, nella Somalia italiana, nella città di Danane.

Nella prima guerra mondiale In Italia i prigionieri degli imperi centrali durante la prima guerra mondiale furono detenuti in campi di internamento situati principalmente in Sardegna e, nel centro-nord Italia, nelle città di Alessandria, Avezzano, Asti, Cuneo, Voghera, Bracciano, Servigliano. Circa ungheresi furono raccolti a Vittoria in Sicilia.

Nei Balcani

Le politiche di repressione adottate dal regime nei territori occupati della Jugoslavia si inserirono in un solco retorico già tracciato da tempo: già nel 1920 Benito Mussolini, in un discorso pubblico, aveva sostenuto la necessità di un atteggiamento duro nei confronti delle popolazioni slave dei territori di confine, arrivando a ipotizzare radicali politiche demografiche a vantaggio della componente italiana.

Il modello adottato (anche per gli ebrei) fu piuttosto quello dei campi di confino; agli internati era concessa una certa libertà di movimento e autonomia organizzativa e la possibilità di ricevere aiuti e assistenza dall'esterno. Il trattamento fu simile a quello di una prigionia e non fu affiancato da violenze antisemite fisiche o morali aggiuntive. Gli internati familiarizzarono con le popolazioni locali. Soprattutto gli ebrei non furono consegnati ai tedeschi e non furono soggetti a deportazione nei campi di sterminio.

Le comunità ebraiche italiane si mobilitarono a sostegno dei loro correligionari internati attraverso l'istituzione della DELASEM (Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei), una società di assistenza per i profughi creata dall'Unione delle comunità israelitiche in Italia il 1º dicembre 1939 con l'assenso del regime. Durante tutto il primo periodo bellico e fino all'8 settembre del 1943 la DELASEM poté svolgere legalmente un'opera fondamentale nell'assistenza dei profughi ebrei, rendendo meno dure le condizioni di vita nei campi, favorendo l'emigrazione di migliaia di internati e quindi sottraendoli di fatto allo sterminio. Poiché nei campi erano presenti anche molti cristiani cattolici ed ortodossi, anche la Chiesa attivò le proprie organizzazioni caritative a favore degli internati. La rete di rapporti che così si stabilì tra la DELASEM e alcuni vescovi e sacerdoti sarà decisiva per la continuazione delle attività dell'organizzazione in una condizione di clandestinità dopo l'8 settembre 1943.

Per gli slavi invece la situazione fu molto diversa, in quanto essi furono sottoposti ad una vera e propria azione di pulizia etnica nei territori occupati dall'Italia. In alcuni campi la popolazione civile slava fu soggetta a condizioni di vita inumane che portarono alla morte per stenti di migliaia di prigionieri (inclusi donne e bambini). Di particolare rilievo fra i campi riservati agli slavi furono il Campo di concentramento di Arbe e quello di Gonars, entrambi oggetto di approfondimento nelle tabelle sottostanti.

Dopo la caduta di Benito Mussolini il 25 luglio 1943, molti dei campi furono aperti e i prigionieri li poterono abbandonare. Molti prigionieri però rimasero nei campi, non avendo semplicemente altro luogo in cui andare. Dopo l'8 settembre 1943 i campi situati nell'Italia meridionale (tra cui Ferramonti e Campagna) furono liberati dagli Alleati e i prigionieri rimastivi (inclusi molti ebrei) trovarono la libertà. Nel Centro-Nord la Repubblica Sociale Italiana trasformò alcuni dei campi in campi di raccolta e concentramento per gli ebrei (italiani e "stranieri"), ora soggetti a deportazione verso i campi di sterminio della Germania. Nuovi campi (Borgo San Dalmazzo, Fossoli, Bolzano, la Risiera di San Sabba) furono specificamente allestiti per le finalità dell'Olocausto.;

Campi in Italia

Lo storico Luciano Casali conta 259 campi d'internamento operanti sul suolo italiano. Su circa 40 campi istituiti inizialmente, il numero salì progressivamente fino ai 259 censiti da Casali, di cui 113 sul suolo italiano e 22 nei territori occupati. I campi non furono, salvo il caso della Risiera di San Sabba, campi di sterminio in senso proprio, ma soprattutto nell'Italia centro-settentrionale, dove gli Alleati giunsero più tardi, molti deportati furono prelevati dai nazifascisti e inviati in Germania per la soluzione finale.

In questa tabella sono riportati i dati riguardanti alcuni dei principali campi di internamento operanti in Italia, per i quali sono disponibili informazioni storiche, anche parziali, inclusi — ove noti — i numeri degli internati. Dove le fonti riportano stime discordanti, sono indicate entrambe con la relativa fonte.