Con il nome di strage di San Giovanni in Fiore viene ricordato un episodio pluri-omicida commesso il 2 agosto del 1925 a San Giovanni in Fiore, paese in provincia di Cosenza. La strage fu effettuata da carabinieri e dalla milizia fascista, sotto il comando del capitano dei Carabinieri Bonetti e del vice commissario della Polizia di Stato Frassetti. Le forze dell'ordine aprirono il fuoco contro una folla che protestava pacificamente in una piazza del paese.
Antefatto
Le vicende nazionali seguite all'assassinio di Giacomo Matteotti, avvenuto l'anno precedente, e le difficoltà del governo Mussolini, rinfoltirono i fronti di protesta delle opposizioni locali nel territorio della Sila, che culminarono in uno scontro politico e di piazza tra fascisti da una parte e comunisti e socialisti dall'altra, avvenuto nel settembre del 1924.. A San Giovanni in Fiore, la città più importante della Sila, il Partito Fascista non era riuscito a radicarsi in maniera vigorosa quanto in altre parti d'Italia, l'attività delle opposizioni era favorita dalla debolezza locale dei fascisti, così che San Giovanni in Fiore era divenuto un punto di riferimento per i socialisti e i comunisti della provincia di Cosenza e del territorio di Crotone. Uno dei principali fattori di scarsa popolarità locale del Partito Fascista era l'antico problema della carenza di terreni agricoli disponibili per i contadini, dal momento che i proprietari terrieri e i latifondisti, alleati dei fascisti, controllavano gran parte delle terre coltivabili. I socialisti di Crotone, sotto la guida del deputato Enrico Mastracchi, si adoperavano per acquisire appezzamenti di terreni dai latifondisti da distribuire ai contadini. L'operazione era osteggiata dai fascisti.
Il Partito Fascista, attraverso la sezione provinciale, nel timore di vedere ricostruita la "roccaforte socialista", si apprestò ad operare opportune contromosse. Venne impedito l'acquisto degli appezzamenti dei terreni da assegnare ai contadini.
Figure di primo piano della sezione provinciale del Partito Fascista furono inviate nel febbraio del 1925 nella cittadina silana per affrontare l'annosa questione delle "cooperative contadine" che rischiavano di sciogliersi, con il rischio di gravi problemi di ordine pubblico..
La maggioranza si mostrò molto debole in seno al consiglio comunale. Il comune era in dissesto finanziario e i partiti politici erano incapaci di decidere sul da farsi, costringendo il sindaco Romei a dimettersi. In seguito alle dimissioni del sindaco, nella primavera 1925 venne nominato un commissario governativo, di nome Giovanni Rossi, il quale, data la difficile situazione finanziaria propose l'istituzione di nuove tariffe daziarie, in considerazione che sarebbero state
Per ripianare il dissesto finanziario propose di aumentare la tassa sui capi di bestiame. I proprietari terrieri si opposero alla proposta, che ledeva i loro interessi in quanto possedevano la grande maggioranza degli armenti. Il provvedimento fu quindi e sostituito con una seconda ordinanza, il 17 luglio 1925, con la quale si decideva di aumentare le tariffe daziarie sui beni di prima necessità: grano, macinati, uova, legna da ardere. Il carico fiscale veniva così spostato dal ceto proprietario alle classi popolari, pesando soprattutto sui contadini, in gran parte poveri. Vi erano tensioni all'ordine del giorno fra proprietari e contadini che tentavano di coltivare lotti di terreno. Negli anni precedenti, tra il 1919 ed il 1922 (ovvero in parziale concomitanza con il "biennio rosso"), i contadini organizzati guidati da Stano Carbone, Fausto Gullo e Pietro Mancini, avevano occupato terre nelle frazioni San Bernardo, Germano e Buonolegno, suscitando la forte preoccupazione del prefetto, che in un rapporto scriveva: “si è andato diffondendo nella coscienza dei contadini il motto la terra ai contadini. Tale motto trova grande considerazione e credito, perché affermano che questa era stata una promessa fatta al fronte. Ho disposto per ogni evenienza che quella stazione dei Carabinieri fosse rinforzata e perché in questo comune sia nuovamente istituita la delegazione di PS”.
La vicenda La popolazione rispose 9 giorni dopo (il 26 luglio) con una protesta di piazza contro il commissario Rossi. La sollevazione fu talmente veemente che il commissario, a tutela delle propria sicurezza, fu costretto a lasciare il paese, rifugiandosi a Cosenza a bordo di un mezzo dei carabinieri.
Dopo la prima manifestazione, il prefetto di Cosenza, Agostino Guerresi, inviò un rinforzo composto da Carabinieri e funzionari della Polizia di Stato. Inviò un dispaccio al Ministero in cui dichiarava di aver "ripristinato l'ordine pubblico" (Telegramma N. 1113 del 27/7/1925 e successiva integrazione). La pattuglia dei carabinieri era comandata dal capitano Bonetti e dal vice commissario di polizia Frassetti, un ufficiale giovane con poca esperienza di ordine pubblico. Il fermento fra popolazione tuttavia continuava, silenziosamente, durante la settimana successiva, mentre circolava la voce del possibile ritorno del commissario Rossi.
Il 2 agosto la città era pesantemente pattugliata da varie squadre di forze dell'ordine. La tensione salì alle 9,30 del mattino, al momento del termine della messa domenicale: i cittadini all'uscita della chiesa principale cominciarono a formare una grande manifestazione spontanea, che percorse la strada in discesa e si radunò nella vicina piazza antistante l'Abbazia Florense, su cui all'epoca si affacciavano anche gli uffici del municipio. La protesta crebbe rapidamente in dimensioni, fino a raggiungere verosimilmente circa 2.000 partecipanti. I cittadini protestavano contro il dazio sul grano e i generi di prima necessità, accusando gli stessi impiegati del comune di appropriarsi delle risorse delle casse comunali. I Carabinieri, la Polizia di Stato e la milizia fascista presenti, non controllando la situazione aprirono il fuoco sulla folla ad altezza uomo uccidendo cinque persone, fra cui una donna incinta all'ottavo-nono mese (il cui feto è da considerare come sesta vittima). Altre 18 persone vennero ferite, alcune molto gravemente (a cui si aggiungono altri 10 feriti lievi, che furono curati clandestinamente e non registrati). Una persona ferita perse la vista.
La strage ottenne comunque l'effetto d'impedire l'entrata in vigore delle tariffe daziarie.
Le vittime
Le vittime della strage furono.: Saverio Basile (33 anni) Marianna Mascaro (73 anni) Barbara Veltri (23 anni) Filomena Marra (27 anni, incinta al nono mese) Antonia Silletta (68 anni)
Il processo
Purtroppo come per tante stragi avvenute in Italia, anche per la strage di San Giovanni in Fiore il processo non condannò alcun responsabile. Il governo fascista ricevette la relazione fatta dell'ispettore Valente che scagionava i carabinieri e le forze dell'ordine, ritenendo responsabile del malcontento in paese il commissario Rossi e attribuendo le cause della strage all'inesperienza dei comandanti delle forze di pubblica sicurezza. Indicava inoltre, come presunto responsabile di avere sobillato malcontento in paese, l'avvocato Nicoletti, un liberale vicino ai gruppi di opposizione ed ostile al governo fascista. L'avvocato Nicoletti venne scagionato dalla magistratura pochi giorni dopo, per insussistenza di indizi.
L'ispettore Valente cercò anche di attenuare le colpe dei militari che spararono alla folla, sostenendo che i militari spararono per terra e i contadini furono colpiti solo da proiettili di rimbalzo.
Curiosità
La strage di San Giovanni in Fiore fa parte del periodo dei "Conflitti sociali" che avvennero di frequente nei paesi della Sila. Su questo fatto storico è imperniato il romanzo-storico di Salvatore Belcastro Il Silenzio dei Lupi Salvatore Belcastro ha documentato la strage con il saggio storico-documentale "Sotto il selciato- storia di una strage dimenticata", Città del Sole Edizioni, 2013, 2025
Note
Bibliografia
Salvatore Belcastro, Sotto il selciato, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2013, ISBN 978-88-7351-648-4.
Voci correlate
Squadrismo Storia di San Giovanni in Fiore
Collegamenti esterni
Categoria:Storia di San Giovanni in Fiore San Giovann