Le bandiere dello Stato italiano sono l’insieme dei vessilli ufficiali adottati dagli Stati italiani preunitari e, successivamente, dallo Stato italiano nelle diverse forme istituzionali assunte nel corso della sua storia.
L’attuale bandiera nazionale è il tricolore italiano, costituito da tre bande verticali di colore verde, bianco e rosso. Nato alla fine del XVIII seolo nell’ambito delle repubbliche giacobine sorte durante le campagne napoleoniche in Italia, il tricolore fu adottato per la prima volta come bandiera di Stato dalla Repubblica Cispadana il 7 gennaio 1797. Nel corso del Risorgimento divenne il principale simbolo del movimento nazionale italiano e, dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, fu mantenuto come bandiera nazionale con l’aggiunta dello stemma di Casa Savoia.
Il tricolore continuò a rappresentare lo Stato italiano anche durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana, sebbene in una variante differente, e fu successivamente confermato quale bandiera della Repubblica Italiana con il decreto legislativo luogotenenziale del 19 giugno 1946, che ne eliminò lo stemma sabaudo. Da allora esso costituisce il principale simbolo dell’unità e dell’identità nazionale italiana.
Storia
La storia del tricolore italiano affonda le proprie radici alla fine del XVIII secolo, nel contesto delle campagne napoleoniche in Italia e della diffusione degli ideali rivoluzionari francesi. La prima ad adottare ufficialmente una bandiera tricolore fu la Repubblica Cispadana, che il 7 gennaio 1797 approvò un vessillo composto da tre bande orizzontali di colore rosso, bianco e verde, al centro delle quali era collocato un emblema repubblicano raffigurante una faretra contenente quattro frecce, simbolo delle province che costituivano lo Stato.
Pochi mesi dopo, con la costituzione della Repubblica Cisalpina, il tricolore assunse una configurazione destinata a esercitare una profonda influenza sulla successiva simbologia nazionale italiana. Il nuovo vessillo era infatti formato da tre bande verticali verde, bianca e rossa, disposizione che sarebbe stata ripresa da gran parte delle successive bandiere italiane. Tra il 1802 e il 1805, la Repubblica Italiana adottò una diversa soluzione araldica, mantenendo gli stessi colori nazionali ma disponendoli in una composizione geometrica costituita da un quadrato rosso contenente un rombo bianco, al cui interno era inscritto un quadrato verde.
La caduta di Napoleone Bonaparte e il successivo Congresso di Vienna determinarono la scomparsa degli Stati napoleonici della penisola e la soppressione dei simboli ad essi associati. In molti Stati restaurati il tricolore fu vietato poiché identificato con le idee rivoluzionarie, liberali e nazionali che avevano caratterizzato l’esperienza francese in Italia. Nonostante il divieto, esso continuò a essere utilizzato clandestinamente dai patrioti e dalle società segrete, trasformandosi progressivamente nel principale simbolo del movimento risorgimentale.
Nel corso del Risorgimento il tricolore divenne infatti l’emblema delle aspirazioni all’indipendenza e all’unità nazionale. Con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861 esso fu adottato come bandiera nazionale, con l’aggiunta al centro dello stemma di Casa Savoia. Dopo la nascita della Repubblica Italiana nel 1946, lo stemma sabaudo venne rimosso e il tricolore nella sua forma semplice, costituita da tre bande verticali verde, bianca e rossa, fu confermato quale bandiera ufficiale dello Stato italiano.
Bandiere napoleoniche Con l’espressione bandiere napoleoniche si indicano i vessilli adottati dagli Stati sorti nella penisola italiana durante il periodo napoleonico. In questo contesto, segnato dalla riorganizzazione politica dell’Italia centro-settentrionale sotto l’influenza francese, il tricolore verde, bianco e rosso iniziò ad affermarsi come simbolo politico delle repubbliche giacobine italiane e, progressivamente, come emblema delle prime aspirazioni nazionali.
La Repubblica Cispadana fu il primo Stato italiano ad adottare ufficialmente il tricolore come propria bandiera. Il vessillo, approvato il 7 gennaio 1797, era composto da tre bande orizzontali verde, bianca e rossa, con al centro un emblema repubblicano. Con la successiva Repubblica Cisalpina, il tricolore assunse invece una disposizione a bande verticali, più vicina alla configurazione dell’attuale bandiera italiana.
Le principali bandiere adottate nel periodo napoleonico furono quelle dei seguenti Stati:
Repubblica Cispadana; Repubblica Transpadana; Prima Repubblica Cisalpina; Seconda Repubblica Lucchese; Seconda Repubblica Cisalpina; Repubblica Italiana; Regno d’Italia.
Restaurazione Con la caduta del Regno d’Italia napoleonico e la rioccupazione austriaca dell’Italia settentrionale, completata nel 1814 dalle truppe guidate da Heinrich Bellegarde, il tricolore venne progressivamente abbandonato dalle istituzioni ufficiali, poiché identificato con l’esperienza politica napoleonica e con le repubbliche nate sotto l’influenza francese.
Uno dei primi provvedimenti simbolici adottati dalle autorità austriache fu il divieto, emanato da Bellegarde il 13 giugno 1814, di indossare coccarde tricolori. La misura testimonia come quei colori fossero ancora diffusi tra la popolazione e tra gli ambienti legati alla precedente amministrazione del Regno d’Italia. Agli occhi dell’Impero austriaco, il verde, il bianco e il rosso rimanevano infatti associati al regime napoleonico e, più in generale, alle istanze politiche rivoluzionarie e nazionali.
Durante la Restaurazione, il tricolore scomparve quindi dall’uso pubblico ufficiale, ma non cessò di conservare un valore politico. Pur represso dalle autorità degli Stati restaurati, esso rimase presente negli ambienti patriottici e nelle società segrete, fino a riapparire, sebbene ancora in forme episodiche, durante i moti del 1831 in Emilia e in Romagna.
Risorgimento Bandiere dei moti del 1830-1831
Di seguito la bandiera di: Stato delle Province Unite Italiane.
Bandiere quarantottine
Dopo essere stato relegato per oltre trent’anni agli ambienti patriottici e alle società segrete, il tricolore tornò a comparire pubblicamente nella penisola italiana tra il 1847 e il 1848, divenendo rapidamente il principale simbolo del movimento nazionale. La sua diffusione precedette le rivoluzioni del 1848 e accompagnò il progressivo consolidarsi dell’idea di una comune identità italiana al di sopra delle divisioni politiche e territoriali esistenti.
Tra le prime manifestazioni pubbliche si ricordano quelle avvenute nel Ducato di Lucca, dove il tricolore comparve all’inizio di settembre 1847 durante le dimostrazioni che chiedevano al duca Carlo Lodovico di Borbone l’istituzione della Guardia Civica. Nello stesso periodo il vessillo fece la sua comparsa anche nel Granducato di Toscana, dapprima a Livorno, dove venne esibito da gruppi di giovani appartenenti alla comunità ebraica cittadina, e successivamente a Firenze, dove il 12 settembre sventolò accanto alla bandiera granducale.
In questi anni il tricolore veniva ormai percepito come la «bandiera nazionale italiana», indipendentemente dalla forma concreta assunta nei diversi Stati della penisola. I suoi colori erano associati alle aspirazioni di libertà, indipendenza e unità nazionale, come dimostrano numerose testimonianze dell’epoca, tra cui una petizione presentata il 17 aprile 1848 dalla Guardia Civica di Livorno in procinto di partire per il fronte della battaglia di Curtatone e Montanara.
Con lo scoppio delle rivoluzioni del 1848 e della Prima guerra di indipendenza italiana, il tricolore conobbe una diffusione senza precedenti. Esso venne adottato, con varianti e stemmi differenti, da numerosi governi rivoluzionari e Stati italiani: durante le cinque giornate di Milano, nella Repubblica di San Marco, nel Granducato di Toscana, nel Regno delle Due Sicilie, nei governi provvisori emiliani e in molte altre realtà politiche della penisola.
Un passaggio decisivo si verificò il 23 marzo 1848, quando Carlo Alberto di Savoia dispose che le truppe del Regno di Sardegna portassero lo stemma sabaudo sovrapposto al tricolore italiano. La decisione fu annunciata nel celebre proclama rivolto alle popolazioni della Lombardia e della Venezia, nel quale il sovrano dichiarò la volontà di associare il Regno di Sardegna alla causa dell’indipendenza italiana. Da quel momento il tricolore assunse definitivamente il ruolo di simbolo nazionale condiviso, destinato a identificare il movimento risorgimentale e, successivamente, lo Stato unitario.
L’adozione della nuova bandiera richiese anche un rapido sforzo organizzativo. Due tappezzieri furono incaricati di realizzare settanta vessilli regolamentari destinati ai reparti dell’esercito sabaudo. Le unità che non ricevettero tempestivamente le nuove insegne iniziarono la campagna militare del 1848 utilizzando le tradizionali bandiere azzurre sabaude, alle quali vennero applicati nastri tricolori come segno di adesione alla causa nazionale.
Tra i principali Stati e governi che adottarono bandiere tricolori durante il periodo risorgimentale figurano:
Regno di Sardegna; Governo Centrale Provvisorio di Lombardia; Repubblica di San Marco; Granducato di Toscana; Governo Provvisorio di Parma; Governo Provvisorio di Modena; Repubblica Romana; Regno delle Due Sicilie; Regno di Sicilia; Città libere di Mentone e Roccabruna.
Bandiere dei governi provvisori della seconda guerra d'indipendenza e della spedizione dei Mille
Di seguito le bandiere di: Governo Provvisorio Toscano; Regno delle Due Sicilie.
Italia unita Regno d'Italia
Dopo la proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, il nuovo Stato continuò a utilizzare, in continuità con il Regno di Sardegna, il Tricolore caricato dello stemma sabaudo, benché in assenza di una disciplina organica che ne definisse ufficialmente forma, uso e varianti.
Una regolamentazione sistematica della materia fu introdotta soltanto con il Regio Decreto n. 2072 del 24 settembre 1923 di re Vittorio Emanuele III, successivamente convertito, con modificazioni, nella legge n. 2264 del 24 dicembre 1925. La normativa distingueva due modelli: la bandiera «nazionale», costituita dal Tricolore con lo stemma di Casa Savoia bordato d’azzurro, destinata agli enti pubblici locali e corrispondente alla rappresentazione già presente nello stemma del Regno del 1870; e la bandiera «di Stato», analoga alla precedente ma con lo stemma sormontato dalla corona reale, riservata alle residenze del sovrano e della famiglia reale, alle sedi del Parlamento, alle rappresentanze diplomatiche e consolari all’estero e agli uffici governativi.
La corona reale era stata già oggetto di codificazione araldica con il Regio Decreto di re Umberto I del 1º gennaio 1890, che ne aveva fissato la blasonatura ufficiale. Tuttavia, nonostante tale definizione normativa, le raffigurazioni materialmente applicate alle bandiere presentano, nelle attestazioni grafiche successive, frequenti oscillazioni stilistiche nella resa della corona.
Repubblica Sociale Italiana
Bandiera di combattimento Le bandiere di combattimento delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana furono ufficializzate da tre atti pubblici:
Resistenza partigiana
Repubblica Italiana
Dopo la fine della seconda guerra mondiale e la proclamazione della Repubblica Italiana, avvenuta in seguito al referendum istituzionale del 1946, la bandiera italiana perse lo stemma di Casa Savoia e assunse la foggia attuale. L’importanza simbolica e istituzionale di tale passaggio è testimoniata dall’inserimento nella Costituzione dell’articolo 12, compreso tra i principi fondamentali, secondo cui: «La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni».
Altre bandiere Insegne del Capo dello Stato Insegne reali Il re di Sardegna, e poi re d'Italia aveva un suo proprio stendardo reale: