Il termine neuroetica (ing. neuroethics) può riferire a due diversi campi di studio; con esso si può intendere ‘etica della neuroscienza’ oppure ‘neuroscienza dell'etica'.Roskies, A. (2002). Neuroethics for the New Millennium. Neuron. 35, 21-23.
L'etica della neuroscienza è una disciplina che si occupa essenzialmente di discutere da un punto di vista etico progettazione ed esecuzione di uno studio neuroscientifico, e di valutare l'impatto etico e sociale dei risultati degli studi neuroscientifici; la neuroscienza dell'etica si occupa invece di investigare dalla prospettiva del cervello (attraverso studi scientifici e neuroscientifici) alcune nozioni e alcuni problemi tradizionali dell'etica e della psicologia morale.
Il termine ‘neuroetica’ è stato usato per la prima volta all'interno della conferenza ‘Neuroethics: Mapping the Field’ del 2002, lanciato dal giornalista del New York Times William Safire.
La presente voce enciclopedica tratta della neuroetica come ‘neuroscienza dell'etica'.
Radici storiche La neuroetica può essere considerata l'erede recentissima della psicologia morale; quest'ultima infatti studia l'evoluzione della morale e la morale stessa nella sua dimensione psicologica.Wallace, R. Jay. (2007). Moral Psychology. Ch. 4 of Jackson & Smith (2007), pp. 86-113. Più sobriamente, la neuroetica può esser considerata come un campo di studio particolare all'interno della psicologia morale: di fatto, il campo della psicologia morale che si occupa di studiare la morale con le nuove tecnologie di studio neuroscientifico.
Diversi autori (es. Greene, Jonathan Haidt) riferiscono i loro studi di neuroetica a una tradizione di psicologia morale recente, che ha le sue origini nella psicologia morale degli anni sessanta. Tuttavia, nel tentativo di rintracciare le origini dei problemi propri della neuroetica, possiamo andare indietro quanto ci pare, fino a Platone.Haidt, J. (2001). The Emotional Dog and Its Rational Tail: A Social Intuitionist Approach to Moral Judgment. Psychological Review. 108, 814-834. La neuroetica infatti si propone di comprendere il ruolo relativo di ragione ed emozione nel processo di presa di decisione morale; e anche la filosofia ha discusso a lungo sul ruolo relativo di ragione ed emozione nella presa di decisione. Haidt, ad esempio, ritrova sostenitori del ruolo predominante della ragione e detrattori del ruolo dell'emozione in Platone, negli stoici, nei filosofi medievali cristiani, nei razionalisti continentali del XVII sec. (es. Leibniz e Cartesio), e in Kant, mentre vede in Hume il filosofo che ha più vivacemente difeso il ruolo dell'emozione nel comportamento morale.
La storia del pensiero occidentale mostra come questo sia stato generalmente sbilanciato in favore della ragione, contro l'emozione; non così però all'inizio del Novecento, quando Freud e la psicologia comportamentista suggerirono che il giudizio morale fosse prodotto da fattori emotivi non-razionali. Con la rivoluzione cognitiva e i lavori di Lawrence Kohlberg (che riprende quelli di Jean Piaget), il giudizio morale torna ad essere prodotto del ragionamento e della cognizione superiore. Tuttavia, negli anni ottanta, a seguito della cosiddetta ‘rivoluzione emotiva’, rinforzata negli anni novanta dall'attenzione crescente ai processi mentali automatici, si assiste al ritorno della considerazione del ruolo dell'emozione nel processo di presa di decisione morale; e qui s'inserisce lo sviluppo degli studi neuroetici.
Parallelo al dibattito sul ruolo dell'emozione e dei processi automatici nella presa di decisione morale, il dibattito sul cosiddetto modello UMG (Grammatica Morale Universale), il quale (modello) si sviluppa in analogia con i modelli e i concetti propri della linguistica chomskiana.Mikhail, J. (2007). Universal moral grammar: theory, evidence and the future. Trends Cogn. Sci. 111, 143-152.
Modelli e teorie principali Si possono distinguere generalmente quattro modelli della mente morale:Huebner, B. et. al. (2008). The role of emotion in moral psychology. Trends Cogn. Sci. 13, 1-6. Modello kantiano: il giudizio morale è un processo cosciente di riflessione deliberativa e razionale, la risposta emotiva dipende dalla valutazione razionale.Kohlberg, L. (1969). Stage and sequence: The cognitive-developmental approach to socialization. In Handbook of Socialization Theory and Research, D.A. Goslin, ed. (Chicago: Rand McNally) Modello humeano: la psicologia morale è essenzialmente emotiva e i processi deliberativi sono richiesti solo per fornire delle razionalizzazioni post-hoc del giudizio morale dato.Prinz, J. (2006) The emotional basis of moral judgment. Philos. Exp. 9, 29–43. Modello ibrido: per il giudizio morale sono richiesti sia meccanismi emotivi sia deliberativi. Alcuni autori (come António Damásio) affermano che il giudizio morale richiede sempre emozione e ragione, altri (come Greene)Greene, J.D. et al. (2001) An fMRI investigation of emotional engagement in moral judgment. Science 293, 2105–2108.Greene, J.D. et al. (2004) The neural bases of cognitive conflict and control in moral judgment. Neuron 44, 389–400.Greene, J.D. and Haidt, J. (2002) How (and where) does moral judgment work? Trends Cogn. Sci. 6, 517–523. affermano che l'emozione gioca un ruolo decisivo solo nella valutazione di certe situazioni morali. Modello rawlsiano: esiste una facoltà morale, che opera indipendentemente dai processi deliberativi e emotivi; i meccanismi emotivi entrano in gioco dopo la presa di decisione morale, per tradurre questa in comportamento.Hauser, M. (2006) Moral Minds, Harper Collins.Dwyer, S. (1999) Moral competence. In Philosophy and Linguistics (Murasugi, K. and Stainton, R., eds), pp. 169–190, Westvew Press.
Il primo modello è quello sostenuto dai cognitivisti degli anni sessanta (Kohlberg, Turiel), e oggi è criticato dalla maggior parte dei neuroscienziati; è il modello di un paradigma ormai superato.
Di fatto, il modello razionalista del Kohlberg, per il quale conoscenza morale e giudizio morale sono raggiunti primariamente grazie a un processo riflessivoKohlberg, L. (1969). Stage and sequence: The cognitive-developmental approach to socialization. In Handbook of Socialization Theory and Research, D.A. Goslin, ed. (Chicago: Rand McNally), pp. 347-480, afferma che l'emozione morale non è causa diretta del giudizio morale, e che al più può fungere da input al processo di ragionamento morale.
Ora, l'approccio di Kohlberg dominò la psicologia morale per tutti gli anni settanta e ottanta insistendo sul ragionamento verbale cosciente; per questo non riuscì a fondere con la biologia e la neuroscienza, quando queste, negli anni novanta, insistettero piuttosto – nello studio della moralità – sullo studio dell'emozione e dei ‘centri emotivi’ del cervello - le ricerche degli anni ottanta e novanta su moralità e emozione crebbero moltissimo; fu la ‘rivoluzione emotiva’, che supportò (ad es. con gli studi di Robert Zajonc, che riprende il principio del primato dell'affettività formulato già da Wilhelm Wundt)Zajonc, R. (1980) Feeling and thinking: preferences need no inferences. Am. Psychol. 35:151-175. l'idea che l'attività cognitiva superiore è preceduta, permeata e influenzata dalla reazione affettiva (i.e. dall'emozione).Haidt, J. (2007). The New Synthesis in Moral Psychology. Science vol 316, 998-1001 A supporto di quest'idea (demolitoria dei modelli alla Kohlberg) moltissimi studi (vedi). Inoltre, è importante notare come gli studi di neuroetica mostrano che al processo di formazione del giudizio morale lavora primariamente l'intuizione (e non la ragione, come vorrebbe Kohlberg), ma come questo non sia che una declinazione particolare del dato neuroscientifico recente più generale per cui il giudizio è primariamente costruito da processi automatici intuitivi e inconsci.
Il modello di Kolhberg, in particolare la sua teoria degli stadi di sviluppo morale del bambino, è stato criticato anche da Carol Gilligan nel suo In a different voice del 1982.Gilligan, C. (1982). In a Different Voice, Harvard University Press Gilligan apre allo studio delle differenze di genere riguardo alla moralità; oggi, di fatto, la neuroetica si occupa della questione, ad es. Harenski et. al 2008Harenski C. et. al (2008). Gender differences in neural mechanisms underlying moral sensitivity. Soc Cogn Affect Neurosci 3 (4): 313-321. supporta la separazione proposta da Gilligan tra le attitudini morali nei due generi (i.e. una differenza nel processo di valutazione morale, 'care-based' nel caso delle femmine, 'justice-based' nel caso dei maschi).
Il secondo e il terzo modello enfatizzano il ruolo dell'emozione nel processo di presa di decisione morale.
Haidt propone – contro i modelli razionalisti alla Kohlberg, che enfatizzano il ruolo del ragionamento astratto nel giudizio morale – il ‘modello intuizionista’ basato su tre principi: le intuizioni precedono il ragionamento strategico, il giudizio morale è guidato da risposte intuitive, rapide ed emotive, e il ragionamento morale deliberato non è altro che una giustificazione razionale a posteriori. la morale è molto più di una questione di danno e correttezza. la moralità unisce e acceca.Haidt J., Menti tribali: perché le brave persone si dividono su politica e religione, 2013, trad Ciro Castiello, Marco Capellaro, Paola Marangon, Marina Rullo, Codice edizioni, Torino, ISBN 978 887578 392 1
Greene propone la dual-process theory, in grado di spiegare la differenza comportamentale delle persone davanti a due situazioni di dilemma morale apparentemente simili (il trolley dilemma e il footbridge dilemma): i giudizi morali utilitaristi sono guidati da processi cognitivi controllati, mentre i giudizi morali non-utilitaristi (i.e. deontologici) sono guidati da risposte emotive automatiche. Dunque, sia i processi emotivi automatici che quelli cognitivi (nel senso di superiori, realizzati dalla parte anteriore del cervello) deliberativi sono coinvolti nel giudizio morale.Greene, J. Et. Al. (2008). Cognitive load selectively interferes with utilitarian moral judgment. Cognition. 107, 1144-1154. Il modello di Greene, come quello di Haidt, insistendo sulla rilevanza dei processi emotivi (dedotta dai risultati di studi di neuroimaging) nella presa di decisione morale, è avvicinabile alla concezione della morale humiana. Per Greene, in sostanza, non esiste un modulo o centro morale, piuttosto una continua interazione (e lotta) tra processi emotivi e cognitivi realizzati da sistemi cerebrali dissociabili.Greene, J. (2009). The cognitive neuro science of moral judgment. In Cognitive Neuroscience IV.
In generale, l'importanza dell'emozione nella psicologia morale sembra sostenuta da una serie di studi (ma non tutti gli studiosi concordano in merito): tra i principali, studi di pazienti con lesione prefrontale ventromediale (VMPFC)Mendez MF, Anderson E, Shapira JS (2005) An investigation of moral judgement in frontotemporal dementia. Cogn Behav Neurol 18:193-197.Koenigs M, Young L, Adolphs R, Tranel D, Cushman F, Hauser M, Damásio A (2007) Damage to the prefrontal cortex increases utilitarian moral judgements. Nature 446:908-911., pazienti APDBlair RJ (2001) Neurocognitive models of aggression, the antisocial personality disorders, and psychopathy. J Neurol Neurosurg Psychiatry 71:727-731., e psicopaticiBlair RJ (1995) A cognitive developmental approach to mortality: investigating the psychopath. Cognition 57:1-29., studi di neuroimaging condotti su soggetti sottoposti a dilemmi morali, studi neuroeconomici sull'iniquitàSanfey AG, Rilling JK, Aronson JA, Nystrom LE, Cohen JD (2003) The neural basis of economic decision-making in the Ultimatum Game. Science 300:1755-1758., e studi che paragonano una condizione morale a una non-moraleMoll J, de Oliveira-Souza R, Bramati I, Grafman J (2002a) Functional networks in emotional moral and nonmoral social judgments. Neuroimage 16:696..