La Pala di Santa Cristina al Tiverone è un dipinto a olio su tavola di abete (90x179 la cimasa, 177x162 il pannello principale) di Lorenzo Lotto, databile al 1504-1506 circa e conservata nella destinazione originale nella chiesa parrocchiale di Santa Cristina di Quinto di Treviso (TV). È firmato "Laurentius / Lotus / P.[inxit]" sul marmo alla base del trono.

Storia La grande pala d'altare, opera giovanile, la prima di queste dimensioni dell'artista, venne forse commissionata da don Franchino de Geromei da Novara, rettore della chiesa come risulta dal suo testamento del 29 aprile 1504, per intercessione del vescovo di Treviso Bernardo de' Rossi, con la clausola che il prete donasse anche un terzo dei suoi beni per la ricostruzione della chiesa, e la pala d'altare lottesca faceva parte di questo restauro.

Venne consegnata entro il 14 maggio 1506, quando il tribunale trevigiano emise un arbitrato, poco prima della partenza dell'artista per Recanati, in quanto non era stato saldato quanto pattuito il “ducatos quadraginta” e veniva richiesta quindi una valutazione e il relativo prezzo finale.. Gli arbitri nominati per le due parti Alvise Aleotti per Lorenzo Lotto e pre' Franchino per i massari la chiesa “Paulum et Bartholomeum Faritum e Paulum Cazzarum” di pronunciarsi in giornata onde evitare la nomina di altri arbitri. La discussione verteva sulla cimasa che i massari volevano fosse inserita nel prezzo totale dell'opera e non con pagamento a parte. Per questo motivo Lotto si allontanò dalla località e non vide mai il lavoro esposto come pala d'altare che fu collocato dopo il 10 novembre 1507 quando fu commissionata la cornice poi dorata da Vincenzo di Angelo e intagliata dal suocero Bartolomeo da Bologna e consegnata otto giorni prima del Natale 1507.

Descrizione e stile La pala si compone di due tavole: la cimasa (90x179) raffigurante Cristo morto sul sarcofago sorretto da due angeli, e la tavola (177x162) raffigurante la Madonna col Bambino e santi.

La tavola principale, di forma rettangolare, mostra una sacra conversazione con la Madonna col Bambino in grembo su un alto trono, tra i santi Pietro, Cristina, Liberale e Girolamo. La derivazione dalla Pala di San Zaccaria di Giovanni Bellini è evidente, con la nicchia del trono coperta da mosaici secondo la tradizione bizantina, e un grande tappeto esotico ai piedi di Maria. Alla Pala di Castelfranco di Giorgione sembra invece ispirarsi la figura del santo cavaliere Liberale, patrono di Treviso, che tiene un modellino della città in mano.

A ben guardare però l'artista si allontanò dai modelli conferendo una maggiore saldezza al gruppo dei santi e movimentandoli con gesti e sguardi concatenati, che danno alla composizione un tono più inquieto e variato, all'insegna dell'asimmetria e non più all'insegna unicamente della serena e silenziosa contemplazione. La luce inoltre è fredda e incidente, distante dalla calda e avvolgente atmosfera dei tonalistiDe Vecchi-Cerchiari, cit., pag. 182.. La monumentalità forte delle figure rimanda all'esempio di Antonello da Messina e la sua Pala di San Cassiano, con contorni però resi più taglienti dall'illuminazione forte

Il Bambino tiene in mano un cardellino, simbolo della sua futura Passione. Il lato destro dell'architettura classicheggiante mostra una veduta esterna, che dà su un muretto coperto da erbe.

La cimasa raffigurante la Pietà, di struggente emotività, pure si rifà a modelli belliniani, con il Cristo morto sorretto da due angeli, seduto su un ripiano su uno sfondo scuro. Anche in questo caso la sensibilità luminosa è diversa dal modello, con colori più freddi e cangianti, che generano un panneggio dal profilo tagliente.

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