La rivoluzione egiziana del 2011, anche nota con il nome di rivolta egiziana del 2011 o rivoluzione del Nilo, rappresenta un vasto movimento di protesta che ha visto il succedersi di episodi di disobbedienza civile, atti di contestazione e insurrezioni, verificatisi in Egitto a partire dal 25 gennaio del 2011.
Il moto di protesta popolare egiziano, imperniato sul desiderio di rinnovamento politico e sociale contro il trentennale regime del presidente Hosni Mubarak, si è inizialmente manifestato con mezzi pacifici, ispirati alle proteste organizzate in Tunisia e in altri Paesi arabi che hanno portato alla destituzione del capo dello Stato Zine El-Abidine Ben Ali e a incidenti in numerosi stati, ma ha poi conosciuto sviluppi violenti, sfociando in aspri scontri che hanno provocato numerose vittime tra manifestanti, poliziotti e militari.
La rivolta Proteste al Cairo il 25 gennaio
La scintilla della rivolta si fa risalire al 17 gennaio, quando al Cairo un uomo si dà fuoco, sulla scia di quanto accaduto in Tunisia al venditore ambulante Mohamed Bouazizi, divenuto simbolo della contestazione tunisina. Ancora il 20 gennaio due operai si danno alle fiamme per protestare contro un trasferimento forzoso.
La protesta esordisce il 25 gennaio, quando venticinquemila manifestanti, la maggior parte dei quali «giovani della classe media che sono nati e cresciuti con la faccia e la voce di Mubarak in televisione»Marco Hamam, Egitto in rivolta: il risveglio del gigante, in «Limes», 29 gennaio 2011. URL consultato il 10-11-2013. scendono in piazza, nella capitale, per chiedere riforme politiche e sociali, sul modello della "rivoluzione del gelsomino" messa in atto in Tunisia. La manifestazione si trasforma poi in scontro aperto con le forze dell'ordine, con tumulti che hanno lasciato sul terreno quattro vittime, tra cui un poliziotto.
Lo stesso giorno i principali social network, tra cui Twitter e Facebook, appaiono oscurati, secondo alcuni per iniziativa delle autorità per evitare che le notizie in diretta sulle proteste nel paese facciano il giro del mondo.
Nuovi scontri il 26 gennaio Nonostante il governo avesse vietato gli affollamenti, il giorno dopo le proteste nella capitale il "Movimento 6 aprile" e il gruppo "Khāled Saʿīd"Così definito dal nome di Khāled Muhammad Saʿīd, ucciso il 6 giugno del 2010 dalle forze di sicurezza interne, nella regione alessandrina di Sīdī Jābir, tra gli animatori delle proteste del martedì, incoraggiano la popolazione ad avviare nuove manifestazioni pacifiche per le piazze. Oltre che al Cairo, intense proteste si sviluppano nel Sinai, ad Alessandria e in alcune località del delta del Nilo. A Suez, dove le proteste sono più violente, un gruppo di manifestanti appicca il fuoco al palazzo del governo e tenta di dare alle fiamme la sede locale del partito del presidente Mubārak. Fonti della sicurezza riferiscono che durante il giorno 26 gennaio sono state arrestate 500 persone. Un civile e un agente, inoltre, perdono la vita, mentre decine risultano i feriti.
Il Times of India riporta che il figlio di Mubārak, Gamāl, indicato come probabile successore del padre, sarebbe fuggito a Londra il 25 gennaio insieme alla moglie e ai figli. La notizia viene però smentita da fonti aeroportuali locali.
La rivolta si intensifica
Circa mille persone risultano in stato di fermo dall'inizio della protesta secondo fonti della sicurezza. Intanto per tutta la notte tra il 26 e il 27 gennaio, secondo l'emittente Al Jazeera, gli scontri nelle città egiziane non sono cessati. I fermati vengono accusati di manifestazione non autorizzata, danneggiamento di luoghi pubblici e di blocco stradale. L'esponente dell'opposizione egiziana più noto al di fuori del paese, Muhammad al-Barādeʿī, intanto fa il suo ritorno in Egitto e annuncia di voler sostenere la protesta e di essere pronto a guidare la transizione dopo la caduta di Mubārak se il popolo gli darà il consenso. Lo stesso giorno al-Barade'i, in risposta alle parole del Segretario di Stato americano Hillary Clinton che aveva definito "stabile" il governo di Mubarak, annuncia di essere "allibito e sconcertato" e chiede in una lettera al Daily Beast se con "stabilità" si intendesse riferirsi a "29 anni di leggi d'emergenza, a un presidente con un potere imperiale, a un Parlamento che è quasi una beffa, a una magistratura che non è indipendente".
Mentre ad Ismailia, nel nord dell'Egitto, i manifestanti vengono dispersi dalla polizia, alla quale vengono contestati metodi illegittimi, al Cairo giungono altri 10 blindati e la borsa della capitale registra forti cali. Si decide anche per l'interruzione delle partite del campionato di calcio.
A Suez alcuni edifici pubblici sono dati alle fiamme, tra cui una parte dell'ospedale pubblico. All'interno della città portuale 35 persone, fra cui 5 poliziotti, sono gravemente contuse, mentre i manifestanti danno fuoco ai blindati della polizia.
Il timore, nel frattempo, di una fine prossima della dittatura del presidente egiziano, viene considerata dai tradizionali sostenitori del governo egiziano (a partire da Stati Uniti, Italia, Francia e Germania) come foriera di una forte destabilizzazione per l'intero quadro politico del Nordafrica.
Nel frattempo circola la notizia, diffusa dal quotidiano britannico The Telegraph, riguardante un documento diplomatico segreto pubblicato sul sito WikiLeaks che riferisce di accordi riservati tra gli USA e presunti capi della rivolta in atto nel paese. Secondo queste notizie, gli Stati Uniti sarebbero giunti ad un accordo in base al quale se da un lato dichiaravano ufficialmente appoggio al governo alleato di Ḥosnī Mubārak, dall'altro da almeno tre anni avrebbero fiancheggiato segretamente alcuni dissidenti dietro la rivolta di piazza egiziana. Tale accordo farebbe parte di un piano volto a favorire un "cambio di regime" in senso democratico al Cairo nel 2011.
Nel documento del 30 dicembre 2008 l'ambasciatrice americana al Cairo cita un giovane dissidente egiziano del Movimento "6 aprile" aiutato dalla stessa ambasciata a partecipare a un incontro di dissidenti a Washington assieme a esperti e funzionari del Governo degli Stati Uniti. Al suo ritorno al Cairo, il dissidente egiziano ha rivelato ai diplomatici americani che era stata formata un'alleanza fra gruppi di opposizione con un piano per rovesciare nel 2011 il governo del presidente Mubārak e per installare in Egitto un governo democratico, in vista delle elezioni presidenziali del 2011.
Nel cablogramma si sostiene inoltre che il piano è "così delicato da non poter essere messo per iscritto" e si afferma la necessità che l'identità del dissidente vada tenuta nascosta per evitare rappresaglie al suo rientro in Egitto. L'alto rappresentante statunitense, infine, si chiede se il piano, che definisce "non realistico", appaia nei fatti realizzabile.
Mubārak posto sotto pressione
Decine di migliaia di persone il 29 gennaio scendono in strada per chiedere che il presidente Mubārak abbandoni il potere, il giorno dopo che lo stesso presidente aveva annunciato in televisione in un discorso tenuto alla nazione che "le violenze di queste ore sono un complotto per destabilizzare la società". Mubārak aveva inoltre affermato di aver chiesto al governo di dimettersi, con la promessa dell'incarico per l'indomani a un nuovo esecutivo.
Il numero dei morti dall'inizio della rivolta sale a cento, anche se Al Jazeera ha parlato di cento morti nella sola giornata di venerdì, si verificano assalti ai ministeri nel Cairo ai quali la polizia e l'esercito reagiscono impiegando armi da fuoco, mentre la piazza principale della capitale è circondata dai carri armati dell'esercito, che intanto ha preso in mano la situazione. Quando manifestazioni e scontri poi sono in atto in tutto il paese, in mattinata diversi detenuti di un carcere nei pressi della cittadella del Cairo, riescono a fuggire prendendo con sé tutte le armi in custodia dopo aver dato fuoco ai posti di guardia. Il Museo egizio del Cairo subisce il saccheggio, nel corso del quale si registra anche la distruzione di due mummie faraoniche, nonché la sottrazione di diversi reperti. Looters destroy mummies during Egypt protests, ABCnews, 29 gennaio 2010 Per le ore 16:00 del giorno 29 si fa ricorso alla misura del coprifuoco (esteso al Cairo, ad Alessandria e Suez), ma, nonostante gli appelli dell'esercito, i manifestanti ignorano volutamente tale disposizione e affollano le piazze, talvolta solidarizzando con gli stessi militari.
Le dimissioni ufficiali dei ministri vengono presentate nel primo pomeriggio del 29 gennaio. Diverse ore dopo viene reso noto che il capo dei servizi segreti egiziani, ʿUmar Sulaymān, è stato nominato vice presidente della Repubblica, facendo quindi intravedere la concreta possibilità che a succedergli non sia più suo figlio Gamāl, bensì (secondo quanto stabilito dalla Costituzione) ʿUmar Sulaymān.
Il numero delle vittime sale a centocinquanta nella giornata del 30 gennaio. Quando il presidente decide di attuare un nuovo giro di vite nel tentativo di porre sotto controllo la rivolta (rafforzando la presenza dei militari per le strade e ricorrendo maggiormente all'impiego di blindati e aerei militari che sorvolano la capitale), al-Barāde'i rinnova il proprio invito a Mubārak a lasciare la presidenza e si ripropone come nuovo leader del paese. Il Governo degli Stati Uniti, intanto, per bocca del Segretario di Stato Hillary Clinton e attraverso lo stesso presidente Barack Obama, fa sapere di appoggiare "una ordinata transizione verso un governo che sia in linea con le aspirazioni del popolo egiziano".
Il 31 gennaio, nella speranza di calmare l'escalation della protesta, Mubārak dimette il suo gabinetto, dando corso a un nuovo governo, tra i quali componenti figurano il Ten. Gen. ʿUmar Sulaymān, già nominato vicepresidente, Jabir Asfur come ministro della Cultura, Samir Radwan ministro delle Finanze, l'ambasciatore Ahmad Abu l-Ghayt come ministro degli Esteri, il feldmaresciallo Moḥammed Ḥoseyn Ṭanṭāwī ministro della Difesa e il Maresciallo dell'Aria Ahmad Shafiq Primo ministro. Diversi altri dicasteri, tra i quali quelli della Giustizia, dell'Istruzione e della Sanità sono lasciati vacanti. Il ricambio più rilevante è quello che riguarda il ministro degli Interni, additato come responsabile dell'uso delle armi da fuoco contro i manifestanti, sostituito con l'anziano generale Maḥmūd Wajdī.
Il presidente dell'Assemblea del popolo, il parlamento egiziano, Aḥmad Fatḥī Surūr, fa sapere che sarà aperta un'inchiesta sulla regolarità delle contestate elezioni parlamentari del 2010 (vinte con netta maggioranza dal partito del raʾīs Mubārak), la cui dubbia legittimità ha rappresentato (insieme alla disoccupazione, specialmente giovanile, alla crescita ingente della corruzione del regime e allo stato di precarietà economica in cui è tenuto il paese) un elemento di crescente malcontento ed esasperazione nella popolazione.
Nel frattempo gli assai numerosi manifestanti del Cairo, di ogni sesso e religione, contravvenendo al coprifuoco anticipato alle ore 15:00, lanciano l'invito affinché si raccolgano, in una mobilitazione generale, un milione di dimostranti nella sola Il Cairo. I militari annunciano la propria decisione, sfidando l'autorità di Mubārak, di non usare la forza contro la popolazione che intenderà ancora dimostrare per richiedere la fine del potere del presidente.
All'indomani della manifestazione svoltasi nella capitale alla quale, si viene a sapere, hanno partecipato due milioni di egiziani, e dopo che Mubārak annuncia in televisione di voler aprire un dialogo con le opposizioni, promettendo la libera scelta di colui che gli subentrerà alla carica di presidente e una riforma costituzionale, Barack Obama rinnova il proprio invito al raʾīs a lasciare la carica auspicando l'inizio immediato della transizione democratica.
Ripresa degli scontri