Vissuto nel Siglo de Oro spagnolo, fu incredibilmente prolifico ed è nel numero ristretto dei più famosi autori di teatro del mondo. Lope de Vega coltivò ogni tipo di genere letterario, con l'eccezione del romanzo picaresco. La sua vita e la sua opera furono caratterizzate del resto sempre da estrema esuberanza. Fu amico di Quevedo e di José de Valdivielso, ma anche rivale di Alarcón e Cervantes. Lo stesso Cervantes lo definì monstruo de naturaleza, ossia "prodigio della natura", per la sua facilità nello scrivere.

In effetti il suo catalogo è quanto mai cospicuo. Scrisse oltre tremila sonetti, tre romanzi, quattro racconti, nove epopee, tre poemi didattici, varie centinaia di commedie, addirittura milleottocento, secondo il catalogo di Juan Pérez de Montalbán, suo allievo e primo biografo. Lo studioso Rennert y Castro porta il catalogo a settecentoventitrè opere, di cui settantotto di attribuzione errata o dubbia, duecentodiciannove perdute, cosicché il repertorio drammatico di Lope si "ridurrebbe" oggi a quattrocentoventisei opere.

Biografia Le origini Era originario di una famiglia della classe media urbana, della Valle de Carriedo, nella montagna di Cantabria. Non si sa nulla di certo della madre Francisca Fernández Flórez, mentre sappiamo che il padre, Félix de Vega, era ricamatore e aveva deciso di recarsi a Madrid nel 1561, attratto dalle possibilità che poteva offrire la sua recente promozione a capitale, sebbene Lope affermasse che era andato in città per un'avventura amorosa da cui lo riconquistò la futura madre; lo scrittore sarebbe il frutto di questa riconciliazione.

Le precoci doti La vita di colui che sarebbe stato chiamato, a causa della sua formidabile fecondità, "la Fenice dei Drammaturghi" (Fénix de los ingenios), fu agitata da ogni tipo di slancio amoroso. Dotato di un'incredibile intelligenza, dimostrò precocemente le sue doti straordinarie, tanto che a soli cinque anni leggeva il latino ed era in grado di improvvisare versi prima di saper scrivere e a quattordici anni compose la sua prima commedia.

La formazione scolastica Riconosciuto il suo talento, verso i cinque anni fu iscritto alla scuola di Madrid il cui direttore era il poeta e musicista Vicente Espinel, che egli sempre citò con venerazione nelle sue opere. Continuò la sua formazione scolastica nella Compagnia di Gesù, che più tardi divenne il Collegio Imperiale (1574). Quindi pare che abbia studiato quattro anni (1577-1581) nell'università di Alcalá de Henares, sebbene non sia riuscito a ottenere nessun titolo accademico. Don Jerónimo de Manrique, entrato molto giovane al servizio del vescovo di Cartagena, inquisitore generale e più tardi vescovo di Avila, fu colui che pagò gli studi a Félix Lope de Vega, conquistato dal suo talento e con la speranza che seguisse la carriera ecclesiastica. I disordini nello studio provocati dalle già manifeste effusioni amorose del ragazzo, troppo attratto dal sesso femminile per diventare un ecclesiastico, modificarono la sua vocazione. Lasciò quindi gli studi e non conseguì il baccellierato. Gli amori Per guadagnarsi da vivere lavorò come segretario di alcuni grandi di Spagna, come scrittore di commedie e provò inoltre la carriera militare, con scarsa fortuna. Si arruolò così nella squadra che, al comando di don Álvaro de Bazán, primo marchese di Santa Croce, salpò da Lisbona nel giugno 1583 con il proposito di sottomettere l'isola Terceira delle Azzorre, dove Antonio, Priore di Crato, aspirante al trono portoghese, si opponeva all'autorità di Filippo III. Al suo ritorno conobbe il primo dei suoi grandi amori, Elena Osorio, "Filis", figlia dell'impresario teatrale Jerónimo Velázquez, separata dal marito. Ma, nel 1587, quando seppe che un importante personaggio, Francisco Perrenot Granvela, era il suo rivale in amore, fece circolare alcuni poemi o libelli ingiuriosi nei confronti di Elena e della sua famiglia, per cui fu condannato a quattro anni di esilio dalla Corte e a due dal Regno di Castiglia, e alla morte nel caso che trasgredisse a una di queste disposizioni.

Alcuni anni più tardi, Lope ricorderà il suo amore con Elena Osorio nella novella dialogata (la denominò "azione in prosa") secondo la maniera celestinesca La Dorotea. Ma Lope si era già innamorato di un'altra donna: il 10 maggio 1588 si sposò con Isabel de Alderete o de Urbina, "Belisa" nelle sue poesie. In questo periodo si arruolò nell'Invincibile Armata, più in concreto nel galeone San Juan, probabilmente a istanze della famiglia di Isabel, che non vedeva di buon occhio il matrimonio della giovane con un uomo socialmente inferiore; e scrisse un poema epico in ottava reale alla maniera di Ludovico Ariosto: La bellezza di Angelica; nel dicembre 1588 la grande armata fu sconfitta e dovette far ritorno con essa, dirigendosi a Valencia, dove l'apettava sua moglie, dopo aver infranto la condanna passando da Toledo.

Con Isabel de Urbina visse nella capitale della Turia e lì continuò a perfezionare la sua formula drammatica, assistendo alle opere di una serie di appartenenti all'Accademia dei notturni, fra cui il canonico Francisco Agustín Tárrega, il segretario del Duca di Gandia Gaspar de Aguilar, Guillén de Castro, Carlos Boil e Ricardo del Turia. Lì imparò a disobbedire all'unità dell'azione narrando due storie contemporaneamente nella stessa opera, in quello che è denominato "imbroglio all'italiana". Dopo i due anni di esilio dal Regno, Lope si trasferì a Toledo è lì servì don Francisco de Ribera Barroso, che divenne più tardi il secondo marchese di Malpica, e, qualche tempo dopo, il quinto duca di Alba, don Antonio de Toledo y Beamonte, attraverso il quale divenne gentiluomo di camera alla corte ducale di Alba de Tormes, dove visse tra il 1592 e il 1595. È possibile que qui conoscesse le opere teatrali di Juan del Encina e di Lucas Fernández, che magari influirono nella sua elaborazione del personaggio comico del grazioso, perfezionando ancor di più la sua forma drammatica. Nell'autunno 1594 morì Isabel de Urbina mentre stava dando alla luce la figlia Teodora. Scrisse nell'occasione la novella pastorale L'Arcadia.

Nel dicembre 1595 gli fu condonata la pena e poté tornare a Madrid, dove s'innamorò di Micaela de Luján, la "Celia" o "Camila Lucinda" delle sue poesie, signora fine, ma non colta, e sposata, con la quale mantenne una relazione fino al 1608 e dalla quale ebbe sette figli, fra cui due dei suoi preferiti: Marcela (nata nel 1606) e Lope Félix (del 1607). Dal 1608 si perdono le tracce di Micaela de Luján, unica fra le amanti importanti di Lope la cui separazione non fu narrata nelle sue opere. Ciò nonostante, già nel 1598 aveva contratto seconde nozze, probabilmente per necessità economiche, con Juana de Guardo, figlia di un ricco fornitore di carni della Corte, volgare e poco aggraziata, per cui scrittori satirici come Luis de Góngora si burlarono di lui in poemi infamanti. Da lei ebbe un figlio molto amato, Carlos Félix, e tre figlie. Per molti anni Lope si divise fra le due donne e un numero indeterminato di amanti, fra cui molte attrici, tra le quali ricordiamo Jerónima de Burgos, succeduta a Micaela de Luján. Per mantenere le donne e i figli, legittimi e illegittimi, dovette lavorare sodo, scrivendo in particolar modo poesie liriche e commedie, molto spesso di qualità non elevata e senza correggere gli errori. Solo quando ebbe 38 anni le corresse e le pubblicò e, come primo scrittore professionale di letteratura spagnola, fece in modo di conseguire i diritti d'autore di coloro che le avevano pubblicate senza averne il diritto; riuscì almeno a correggere gli errori causati dagli editori stessi. Dal 1605 fu al servizio di Luis Fernández de Córdoba y de Aragón, duca di Sessa, relazione che lo tormentò quando prese gli ordini sacri, mentre il nobile continuava a utilizzarlo come intermediario amoroso invece che come segretario, per cui il suo confessore gli negò l'assoluzione.

La crisi esistenziale

Nel 1609 entrò a far parte della confraternita degli Schiavi del Santissimo Sacramento nell'Oratorio del Caballero de Gracia, a cui partecipavano quasi tutti gli scrittori importanti di Madrid, fra cui Francisco de Quevedo, che era amico personale di Lope, e Miguel de Cervantes, con cui non fraternizzò, e l'anno seguente si trasferì all'oratorio della strada Olivar. È il periodo di una profonda crisi esistenziale, probabilmente causata dalla morte dei suoi parenti prossimi, che lo portò sempre più verso il sacerdozio. A questa ispirazione rispondono le sue Rime sacre (Rimas sacras) e le numerose opere devote che incomincia a comporre, così come l'ispirazione filosofica che promana dagli ultimi versi. Doña Juana de Guardo soffrì frequenti malattie e nel 1612 Carlos Félix morì di febbri. Il 13 agosto dell'anno seguente morì Juana de Guardo mentre dava alla luce Feliciana. Tante disgrazie convinsero quindi Lope a prendere i voti sacerdotali il 24 maggio 1614.

L'esperienza letteraria di questa crisi e i pentimenti diedero luogo alle Rime sacre, pubblicate nel 1614, libro introspettivo nei sonetti (utilizza la tecnica degli esercizi spirituali che apprese nello studio con i gesuiti) e devoto per le poesie dedicate a diversi santi o ispirati dall'iconografia sacra, così come suggerito dalle raccomandazioni emanate dal Concilio di Trento. Fu influenzato dalla rivoluzione estetica provocata dalle Solitudini (Soledades) di Luis de Góngora e, nonostante aumentasse la tensione estetica della sua poesia e incominciassero ad apparire ripetizioni alla fine delle strofe, prese distanza dal culteranismo estremo e continuò a seguire la sua caratteristica mescolanza fra il concettismo, il culto del casticismo castigliano e l'eleganza italiana. Inoltre, ironizzò riguardo alla nuova estetica; Góngora reagì con alcune satire a questa ostilità, che il Fénix espresse sempre in maniera indiretta, approfittando di qualunque angolo delle sue commedie per attaccare, più che Góngora stesso, i suoi discepoli, un modo intelligente di affrontare la nuova estetica e correlato alla sua concezione della satira.

Negli ultimi anni della sua vita tornò a innamorarsi; si trattò di un grande amore, sacrilego, in quanto già sacerdote, per la bellissima Marta de Nevares, che appare nei suoi versi con il nome di "Amarilis" o "Marcia Leonarda" e i cui occhi verdi incantavano Lope (ne cantò in varie poesie), sebbene diventassero ciechi per una malattia; la donna impazzì, per cui il Fénix dovette dedicare i suoi ultimi giorni a curarla. In quest'epoca della vita coltivò specialmente la poesia comica e filosofica, sdoppiandosi nell'eteronomo burlesco Tomé de Burguillos e meditando serenamente sulla vecchiaia e sulla sua pazza gioventù.

Opere Opere narrative La prima novella che scrisse, L'Arcadia (La Arcadia, 1598), è una novella pastorale in cui incluse numerose eccellenti poesie; di fatto, il successo dell'opera era dovuto principalmente a questi versi. I pastori di Betlemme (Los pastores de Belén, 1612) è un'altra opera pastorale, dedicata al tema divino, e vi incluse, di nuovo, numerosi poemi sacri. Fra le due apparve la novella bizantina Il pellegrino nella sua patria (El peregrino en su patria, 1604), che si distingue dagli altri pezzi del genere perché è ambientata interamente in Spagna e include quattro atti sacramentali.