La locuzione res publica è formata dal sostantivo latino res (genericamente, “cosa”), che assume sfumature semantiche differenti a seconda dell'aggettivo con cui è costruito: in questo caso, significa letteralmente “cosa pubblica”, ma può talvolta significare "Stato" o "attività politica", e designa l'insieme dei possedimenti, dei diritti e degli interessi del popolo e dello Stato romano.
È utile partire, per comprendere il concetto di res publica, dalla definizione proposta da uno dei più grandi pensatori dell'età repubblicana, Marco Tullio Cicerone, nel suo trattato politico De re publica (I, 25, 39): «La res publica associatosi intorno alla condivisione del diritto e per la tutela del proprio interesse»Per l'interpretazione di questa formula, De Martino 1951, p. 427 e ss.; Burdese 1982, p. 668; Galsterer 2008, p. 503; Poma 2002, p. 40; Pani 2010, pp. 109-110; 111-112..
Cicerone esprime il rapporto fra res publica e populus in senso patrimoniale: la prima è possesso del popolo, che ne esercita la sua titolarità come un pater familias esercita la propria sulla sua domus.
Originariamente, è molto probabile che il termine res publica indicasse nello specifico un tipo di possesso materiale, e cioè «l'organizzazione giuridica della proprietà»De Martino 1951, p. 428; v. anche Burdese 1982, p. 668; Flower 2010, p. 11., del patrimonio collettivo del popolo e soprattutto dellager publicus, in una società, come quella della Roma delle origini, fortemente incentrata sul possesso della terra e sull'economia agraria.
La mentalità romana si allontanò presto da questa concezione puramente materialista della res publica, e il termine, già in epoca antica, passò a designare lo Stato: è fondamentale tuttavia sottolineare che il pensiero antico non concepiva lo Stato come un ente autonomo e astrattoGalsterer 2008, p. 503; Pani 2010, p. 109., dotato di una propria personalità giuridica, come negli Stati moderni, ma come l'insieme dei cives, le cui dimensioni pubblica e privata erano un tutto inscindibile.
L'uso originario del termine è strettamente legato al passaggio dalla forma di stato monarchica a quella detta appunto repubblicanaDe Martino 1951, p. 176 e ss.; pp. 428-429; Lintott 1999, p. 28 e ss.; Poma 2002, pp. 39-40; North 2006, p. 258; Galsterer 2008, p. 503; Flower 2010, p. 11., verificatosi a Roma al termine del VI secolo a.C.; ciò che tuttavia rende complessa una traduzione e anche una definizione univoca di questa locuzione, è il fatto che essa ha subito nel corso dei secoli una evoluzione semantica, caricandosi al contempo di valenze strettamente legate alla mentalità romana e alle diverse fasi che hanno segnato la storia di Roma antica.
Gli albori di un'idea: Res Publica e Regnum Le fasi più risalenti della storia di Roma sono difficili da interpretareDe Martino 1951, p. 175 e ss; Lintott 1999, p. 27. a causa della scarsa documentazione di cui disponiamo, nonché del peso della tradizione tardo-repubblicana e imperiale, che ha talvolta caricato di valenze sacrali le origini delle proprie istituzioni e della propria cultura.
Secondo gli storici antichiPrincipali fonti che narrano questa fase sono Livio e Dionigi di Alicarnasso, importanti anche perché basavano le loro opere storiografica sulla per noi perduta tradizione annalistica. De Martino 1951, p. 180, ritiene Fabio Pittore come probabile fonte dei due storici; v. anche Lintott 1999, p. 26; Millar 2002, pp. 50; 52; 55; North 2006, p. 258. che narrano di questa fase, nel 509 o nel 507 a.C. si sarebbe verificata la caduta della monarchia a Roma, quando il re etrusco Tarquinio il Superbo, ormai trasformatosi in un vero tiranno, fu cacciato da una congiura di aristocratici guidata dal nobile Lucio Giunio Bruto. Egli non volle tuttavia impossessarsi del potere, ma preferì affidarlo al popolo, che ne divenne in tal modo titolare. Da quel momento in poi, la gestione dello Stato non era più appannaggio del rex, che se ne occupava come di un possesso privato (res privata), ma era appunto possesso comune del popolo romano libero (res publica).
Per quanto riguarda, invece, le istituzioni del nuovo ordinamento repubblicano, attraverso le quali il popolo gestiva la cosa pubblica, gli antichi seguivano essenzialmente due tradizioniPer un'analisi critica del modo in cui i Romani pensavano alle origini repubblicane, De Martino 1951, p. 175 e ss., che sottolinea le aporie della tradizione e al contempo i non sempre soddisfacenti tentativi ottenuti dagli studiosi moderni che abbiano cercato di far chiarezza in merito.: una, secondo la quale l'ordinamento repubblicano e le istituzioni su cui esso si basava, non erano frutto di un solo legislatore, ma opera nata dalla saggezza di varie generazioni di patresLintott 1999, pp. 2; 16; Cfr. Millar 2002, p. 30; North 2006, p. 256; Flower 2010, pp. 12; 24; Pani 2010, p. 56., che avrebbero col tempo perfezionato un sistema politico destinato, proprio per questa sua origine “stratificata”, a essere molto più saldo e ben funzionante delle altre costituzioni: «I Romani hanno raggiunto lo stesso risultato nelle istituzioni della patria non in forza di un ragionamento, ma attraverso molte lotte e vicissitudini, scegliendo il meglio sempre e solo sulla base della conoscenza maturata nei rovesci di fortuna: giunsero così allo stesso risultato di Licurgo (mitico legislatore di Sparta) e al sistema migliore fra le costituzioni dei nostri tempi»Polibio, Hist., IV, 10, 12-14.. «(Catone) soleva dire che la nostra costituzione era superiore a quella d'ogni altra nazione perché, in quasi tutte quelle, le leggi e gli istituti erano dovuti all'opera d'un singolo legislatore: Minosse, nel caso di Creta, Licurgo, di Sparta e, poiché là la costituzione era stata spessissimo mutata, Teseo e Dracone e Solone e Clistene e molti altri per Atene sino a che lo Stato, esangue e già sfinito, non fu risollevato dal dotto Demetrio Falereo. La nostra costituzione, invece, è opera non di singoli ma del genio collettivo né s'è costituita durante una sola vita umana ma nel corso dei secoli e delle età»Cicerone, De re p. II, 1: «His dicere solebat ob hanc causam praestare nostrae civitatis statum ceteris civitatibus, quod in illis singuli fuissent fere, qui suam quisque rem publicam constituissent legibus atque institutis suis, ut Cretum Minos, Laecedaemoniorum Lycurgus, Atheniensium, quae persaepe commutata esset, tum Theseus, tum Draco, tum Solo, tum Clisthenes, tum multi alii, postremo exsanguem iam et iacentem doctus vir Phalereus sustentasset Demetrius, nostra autem res publica non unius esset ingenio, sed multorum, nec una hominis vita, sed aliquot constituta saeculis et aetatibus».; l'altra, secondo la quale, sin dagli albori dell'età repubblicana, la costituzione romana sarebbe stata completa e funzionante, uscita «d'un colpo improvvisa dalla rivoluzione, come Minerva armata dal cervello di Giove»De Martino 1951, p. 181; v. anche Humm 2008, p. 467.: un'idea nata probabilmente in epoca storica, quando ormai si pensava all'antichità dei padri fondatori come a un'epoca perfetta e ideale, fonte di esemplarità e legittimità.
Oggi si preferisce per lo più pensare a un processo di crescita e maturazione degli istituti repubblicani, conclusosi all'incirca nel III secolo a.C.Poma 2002, p. 39., dopo aver attraversato le fasi storiche fondamentali del conflitto patrizio-plebeo, della formazione della nuova classe dirigente della nobilitas, e nel pieno della fase espansionistica di Roma in Italia e nel Mediterraneo.
Gli istituti che caratterizzano la res publica romana e attraverso le quali il populus esprimeva la propria sovranità sono le magistrature, organizzate nelle tappe del cursus honorum; il Senato, risalente già alla fase monarchica ma formato, in epoca storica, da ex-magistrati, con compiti di controllo e supervisione della vita politica; le assemblee del popolo (comizi centuriati, comizi tributi, concilia plebis), all'interno delle quali esso, suddiviso in unità di voto (su base censitaria o tributa) si esprimeva su tutti gli aspetti della vita politica, sia per eleggere i magistrati (e quindi indirettamente i senatori), sia in ambito legislativo e giudiziario (prima della riforma della giustizia, portata a termine da Silla nella prima metà del I secolo a.C.).
Caratteristiche fondamentali della Res Publica Romana A prescindere dalle varie interpretazioni che si è tentato di dare ai dati della tradizione, è importante sottolineare come la res publica delle origini fosse da un lato contrapposta al concetto di regnum, che caratterizza la fase precedente e che si carica ben presto di valenze estremamente negative, e dall'altro invece strettamente legata ai concetti di libertasAfferma Cicerone: «Tutte le nazioni possono sopportare la schiavitù, la nostra civitas non può», in Phil. X, 10, 20: «Omnes nationes servitutem ferre possunt, nostra civitas non potest». Sul concetto di libertas, De Martino 1951, p. 429; Pani 2010, p. 59. e di populus: con la fine della monarchia, il popolo romano non è più suddito di un re, ma diventa libero, e la libertà che lo contraddistingue ora ha un significato squisitamente politico, perché si materializza nella gestione della cosa pubblica, e nella titolarità della potestasSul principio di sovranità popolare, De Martino 1951, p. 429; Burdese 1982, p. 668; Lintott 1999, p. 3; p. 40 e ss.; Millar 2002, pp. 53-54; Flower 2010, p. 11; Pani 2010², p. 64..
Titolare della potestas, il popolo non poteva avere tuttavia nelle sue mani anche limperium, il potere coercitivo e strettamente legato alla sfera militare, che un tempo caratterizzava la figura del rex. Lo stesso Bruto, a cui è attribuita la cacciata dei Tarquini, è anche ricordato dalla tradizione come fondatore della prima magistratura, il consolato, che veniva rivestito da due uomini e per la durata massima di un anno: nell'incipit degli Annales di Publio Cornelio Tacito, significativamente, la nascita della res publica e della libertas coincidono proprio con l'istituzione della più alta magistratura: «Lucio Bruto istituì la libertà e il consolato»Tacito, Annales, 1, 1: «Libertatem et consulatum L. Brutus instituit». V. anche De Martino 1951, pp. 179-180; Poma 2002, pp. 39-40; Humm 2008, p. 467..
Negli anni a seguire, si perfezionò il sistema delle magistrature, alle quali il popolo delegava il suo potere attraverso l'elezione, in un complesso sistema di valori che legava eticamente il magistrato al popolo per mezzo della fidesBurdese 1982, pp. 666-667; Pani 2010, p. 59; 145 e ss.; Pani 2010², pp. 35-36., perché questi avesse sempre chiaro che il fine del suo mandato era il bene comune. Quello che soprattutto importa sottolineare, è che l'''imperium, che caratterizzava le magistrature superiori (consoli e pretori) e che derivava direttamente dal potere regio, se ne differenziava, nel nuovo assetto repubblicano, per collegialità e annualitàDe Martino 1951, pp. 179-180; 187 e ss.; North 2006, p. 259; Pani 2010, p. 59., due parametri fondamentali che possono essere intesi come vere e proprie garanzie di salvaguardia del popolo da eventuali eccessi di potere dei magistrati, e quindi dal rischio che, in qualche modo, la res publica fosse minacciata da atteggiamenti tirannici: «L'inizio della libertà risale a questa data non tanto perché il potere monarchico subì un qualche ridimensionamento, ma piuttosto perché fu stabilito che i consoli durassero in carica un anno soltanto»Livio, Ab urbe cond., II, 1:«Libertatis autem originem inde magis quia annum imperium consulare factum est quam quod deminutum quicquam sit ex regia potestate numeres»..