L'epopea di Gilgameš nella sua versione detta "classica" o "ninivita" (Epopea classica babilonese), è la versione scritta in lingua babilonese dellEpopea di Gilgameš datata al VII secolo a.C., che ebbe una grandissima diffusione in Mesopotamia e nelle regioni limitrofe. L'epopea di Gilgameš raccoglie tutti quegli scritti che hanno come oggetto le imprese del mitico re di Uruk, unificando in un solo testo gli episodi presenti in poemi sumerici antecedenti con altri episodi di diversa provenienza. Il testo è da considerarsi il più importante dei testi mitologici babilonesi e assiri pervenuti fino a noi.

La versione ninivita dell'opera proviene dall'edizione principale allestita per la biblioteca del re Assurbanipal e conservata nel British Museum di Londra. Tutti i popoli che sono venuti a contatto con il mondo sumerico hanno avvertito la grandezza dell'ispirazione, tanto è vero che tavolette cuneiformi con il testo di Gilgameš sono state trovate in Anatolia, scritte in lingua ittita e lingua hurrita, e in Siria. I testi più antichi che trattano le avventure dell'eroe appartengono alla letteratura sumerica e scene dell'epopea si ritrovano, oltre che su vari bassorilievi, su sigilli cilindrici del III millennio a.C.

Fonti storiche Le fonti dell'epopea sono varie e coprono un lasso di tempo di circa duemila anni. I poemi originali in lingua sumera e la successiva versione in lingua accadica sono le principali fonti delle traduzioni moderne; la più antica versione sumera viene utilizzata soprattutto per riempire le lacune della versione accadica. Nonostante recenti integrazioni, l'epica rimane ancora incompleta.

Il nucleo più antico dei poemi sumeri viene modernamente considerato come una raccolta di storie separate, piuttosto che una singola epica unitaria.. L'origine risale alla terza dinastia di Ur (2150-2000 a.C.), mentre le più antiche versioni accadiche vengono datate all'inizio del secondo millennio a.C., probabilmente tra il XVIII e il XVII secolo a.C. quando alcuni autori utilizzarono il materiale letterario esistente per dare forma ad un'epica unificata. La versione standard accadica, che consiste di dodici tavolette di argilla, fu redatta da Sîn-lēqi-unninni, tra il 1300 e il 1000 a.C. e fu trovata nella biblioteca di Assurbanipal a Ninive.

LEpopea di Gilgameš fu scoperta nel 1853 dall'archeologo assiro Hormuzd Rassam. Nel 1870 fu pubblicata una traduzione in inglese da parte dell'assiriologo George Smith, a cui fecero seguito altre traduzioni in varie lingue moderne. La più recente e completa versione critica in ingleseEleanor Robson, http://bmcr.brynmawr.edu/2004/2004-04-21.html è un libro in due volumi pubblicato nel 2004 da Andrew George e che comprende l'esegesi di ogni singola tavoletta con testo originale e traduzione a fronte. La prima versione in arabo direttamente dalle tavolette originali risale al 1960 ad opera dell'archeologo iracheno Taha Baqir.

La scoperta di alcuni artefatti datati al 2600 a.C. che fanno riferimento a Enmebaragesi re di Kish, menzionato nell'epica come padre di uno degli avversari di Gilgameš, ha rafforzato la credibilità dell'effettiva esistenza storica di Gilgameš., ma l'argomento è controverso.Per una disamina, cfr. Giovanni Pettinato, I Sumeri, pp.214 e sgg.

Testo della versione "classica" babilonese Questa versione classica babilonese era raccolta in XII tavole, la cui maggior parte è composta da tre colonne, sia nella parte anteriore sia in quella posteriore. Ogni colonna si compone di 50 righe, dal che gli studiosi deducono che l'intera opera fosse composta da circa 3000 righe, di cui più di 2000 sono giunte fino a noi. La divisione dell'Epopea classica nelle XII tavole non segue una logica di "contenuto", ma semplicemente di "lunghezza": quando una tavola esauriva lo spazio per il racconto, questo veniva fatto seguire in quella successiva; accade quindi che un singolo racconto dell'Epopea possa occupare lo spazio di più tavole. La restituzione delle XII tavole si deve alla paziente opera dell'ex incisore della zecca di stato britannica George Smith svolta fino al 1876.

Nei cataloghi antichi, sumeri, assiri e babilonesi, qualsiasi opera era identificata con il suo primo rigo, o più precisamente con parte del suo primo rigo (in accadico: [šá naq-ba i-mu-ru i]; lett. "Colui che vide le profondità").

I tavoletta L'Epopea di Gilgameš, nella sua versione classica babilonese, narra la storia del re di Uruk, Gilgameš, che vagò a lungo per le terre e costruì le mura della città di Uruk.

Incipit della Tavola in accadico: [šá naq-ba i-mu-ru i] š-di ma-a-ti (Colui che vide le profondità, [e anche] le fondamenta della terra). Introduzione poetica alla figura di Gilgameš. Parte della prima riga di questa prima Tavola dà il titolo all'intero poema, com'è consuetudine nella tradizione mesopotamica: [šá naq-ba i-mu-ru i] š-di ma-a-ti; Colui che vide le profondità, [e anche] le fondamenta della terra; nei colofoni, alla prima parte del primo rigo (Colui che vide le profondità), viene aggiunta la frase "Serie di Gilgameš" (iškar (éš.gar)d GIŠ-gim-maš). Questo primo rigo è anche l'incipit poetico sulla figura di Gilgameš: colui che ha visto ogni cosa, persino le fondamenta della terra, e in "ogni cosa realizzò la completa saggezza" (rigo 4: [x x x-t] i i-du-ú ka-la-mu ḫa-a[s-su]). Gilgameš fece incidere quindi su pietra le sue gesta. Fu lui a erigere le mura di Uruk (rigo 9). Segue la descrizione della vastità di questa città. L'estensore del poema invita quindi il lettore a cercare quella cassetta di rame (cedro) in cui sono celate le tavole con la storia di "Gilgameš colui che patì tutte le sofferenze" (rigo 28: [mim-m] u-ú d GIŠ-gím-maš ittallaku (DU.DU)ku ka-lu-mar-ṣa-a-ti). Così Gilgameš, figlio della dea Ninsun e del dio-re Lugalbanda, è possente e terribile, pronto ad aiutare i suoi fratelli, pronto a creare nuovi passi tra le montagne e a scavare pozzi nei dirupi. Gilgameš attraversò l'Oceano arrivando "ai confini del mondo per cercare la vita eterna" (rigo 41:), raggiungendo, infine, Utanapištim; Gilgameš è colui che ristabilì il culto dopo il Diluvio (righe: 42-44). Gilgameš è per due terzi dio e per un terzo uomo (rigo 48).

La creazione di Enkidu e l'incontro con la prostituta sacra Šamḫat. Gilgameš ha le armi sempre pronte e al suono del pukku (tamburo) fa accorrere i suoi guerrieri. Il padre degli dèi ascolta i lamenti delle mogli di questi e dei loro genitori, e convoca Aruru (dea madre) affinché generi una controparte di Gilgameš di modo che il re lasci i guerrieri alle loro famiglie. Aruru preso un grumo di creta lo pianta nella steppa generando così un guerriero primitivo: Enkidu. Enkidu vive da solo nella foresta insieme agli animali e li difende dai cacciatori di Uruk, e questi si lamentano della sua presenza con Gilgameš. Il re di Uruk invia quindi la ierodula Šamḫat a Enkidu. Il re di Uruk gli consegna la prostituta sacra (šamḫatu, ḫarīmtu, in sumerico kar-kid) Šamḫat suggerendogli un incontro con Enkidu. Il cacciatore e Šamḫat raggiungono i luoghi selvaggi dove vive il guerriero primitivo e incontratolo, il cacciatore invita Šamḫat a denudarsi e ad allargare le gambe. Šamḫat si offre a Enkidu per sei giorni e sette notti, ma quest'ultimo, dopo gli amplessi, non viene riconosciuto più dagli animali suoi compagni che ora fuggono da lui. Grazie alla relazione amorosa con Šamḫat, a Enkidu la forza bestiale diminuisce e di converso gli sorge l'intelligenza degli uomini. Šamḫat convince quindi Enkidu a raggiungere Uruk per conoscere il suo re, Gilgameš. Enkidu accetta l'invito della prostituta sacra convinto di poter sfidare e quindi sconfiggere il re di Uruk. Šamḫat comunica a Enkidu la forza e la bellezza del re e lo informa che Gilgameš sarà avvertito da un sogno sul suo arrivo.

I sogni di Gilgameš. Il re di Uruk sogna e racconta il suo sogno alla madre, la dea Ninsun: qualcosa di somigliante al Cielo gli crolla addosso e nonostante gli sforzi il re non riesce a smuoverlo. Gli abitanti corrono e baciano i piedi a questa cosa simile al Cielo. Gilgameš quindi lo abbraccia e lo ama come una moglie (rigo 256: [a-ram-šu-ma kīm]a(gim)áš-šá-te eli (ugu)-šú aḫ-bu-ub) e lo porta da sua madre, la dea Ninsun che lo adotta come un figlio. Allora la madre dea spiega al re il significato del sogno: la cosa simile al Cielo è un compagno forte che lo proteggerà. Gilgameš racconta un secondo sogno alla madre dea: un'ascia bipenne cade nelle strade di Uruk e una folla accorse a guardarla. La madre dea spiega anche il secondo sogno al re suo figlio: l'ascia bipenne rappresenta un compagno forte come la montagna che lo salverà. Gilgameš prega allora la madre perché faccia giungere a lui questo compagno. Šamḫat racconta i sogni del re a Enkidu mentre fanno l'amore.

II tavoletta

Incipit della Tavola in accadico: [den-ki-dù] a šá[ib] ma-ḫar-šá [...]-⌈qu⌉ (Enkidu era sdraiato vicino a lei). Il viaggio di Enkidu verso Uruk. Facendo l'amore con Šamḫat, Enkidu dimentica il luogo dove era nato: per sette notti fecero l'amore. Quindi la prostituta sacra invita Enkidu a raggiungere Uruk con lei dove potrà conoscere Gilgameš il re simile a un toro e potente più di qualsiasi uomo. Enkidu acconsente e Šamḫat avvolge con una sua veste le sue nudità, ricoprendo sé stessa con una seconda veste. Insieme raggiungono una capanna di pastori, che li accolgono offrendo loro pane (in accadico: a-ka-lu; sumerico: aš) e bevande (birra, in accadico: ši-ka-ru; sumerico: kaš). Ma Enkidu non mangia il pane e non beve la birra, egli non ne è capace e si risolve a farlo solo dopo l'invito di Šamḫat che gli indica il pane come adatto alla divinità e la birra come adatta alla regalità. A questo punto il testo ha delle lacune, ma sappiamo dalla versione paleobabilonese (I, 134-176) che durante il tragitto Enkidu e Šamḫat incontrano un cittadino di Uruk che rivela a Enkidu le leggi del regno di Gilgameš, nella quale vige lo ius primae noctis, riservandosi il re la prima notte di amore con una sposaAnche se alcuni studiosi hanno concluso così, in realtà, come nota Giovanni Pettinato (cfr. La Saga di Gilgameš, p.208) il prosieguo della storia dimostra come Gilgameš si stia recando dalla dea Isḫara, quindi in qualche modo assimilata alla dea Ištar/Inanna, per celebrare le "nozze sacre".. Questo fa infuriare Enkidu.

Il combattimento tra Enkidu e Gilgameš. Giunto a Uruk, Enkidu impedisce a Gilgameš di entrare nella casa di una sposa. L'incontro tra il "guerriero primitivo" e Gilgameš si risolve in un combattimento tra i due, dove Enkidu ha la meglio, ma riconosce nel re di Uruk la divina capacità di comando. La dea madre di Gilgameš, Ninsun, rincuora il figlio sconfitto, spiegandogli che è stato battuto da un essere senza padre né madre, che viveva nelle steppe e che nessuno poteva domare. Nasce la forte amicizia tra Enkidu e Gilgameš. Quest'ultimo gli propone di recarsi con lui nella Foresta dei Cedri per uccidere il mostruoso guardiano Ḫubaba (Ḫumbaba).

III tavoletta Incipit della Tavola in accadico: [a]-⌈na⌉ [ka-a-ri šá] ⌈urukki⌉ [ṭi-ḫa-a ina šul-mi] (Gli anziani della città lo benedissero al momento della partenza) da Uruk.

La benedizione degli anziani prima di partire per la Foresta dei Cedri. Gli anziani benedicono Gilgameš e gli consigliano di non confidare solo sulla propria forza, ma solo del suo primo intuito. Gli consigliano anche di mandare avanti Enkidu, combattente avvezzo alla lotta e alle guerre e pronto a difenderlo. Enkidu e Gilgameš si recano quindi dalla dea madre Ninsun, e Gilgameš gli comunica l'intenzione di affrontare il guardiano Ḫubaba. La dea si purifica e quindi invoca il dio Sole, Šamaš