Il giornalismo di guerra è la branca del giornalismo che si occupa di descrivere e raccontare le vicende belliche attraverso inviati e corrispondenti di guerra.
Il giornalismo incorporato, sviluppatosi soprattutto a partire dagli anni 2000, è una forma di giornalismo di guerra che permette al giornalista di raccontare il conflitto dal punto di vista del soldato, ma le informazioni corrono il rischio di essere filtrate dalla parte militare cui si è aggregati. Offre, però il vantaggio di una maggiore sicurezza per il giornalista medesimo.
Sinossi storica Uno dei primi esempi può esser considerato Gaio Giulio Cesare, che svolse il ruolo dell’inviato di guerra, scrivendo i suoi commentari, il “De Bello Gallico” e “De bello civili”. Il primo reporter della storia però è considerato Erodoto: "Non è soltanto lo storico da tutti riconosciuto, è anche il giornalista che per primo ha capito l’importanza di andare verso i luoghi dove si svolgono i fatti e intervistare la gente", ha detto il giornalista Rai Paolo Bolano, durante un incontro a Reggio Emilia in cui veniva trattato il tema del reportage. Erodoto infatti, fu autore delle “Storie”, che raccontavano le cause e le vicende della guerra fra le poleis della Grecia e l’impero persiano. Fece una narrazione con metodo, simile all’ “andare-vedere-raccontare” tipico del giornalismo. Ad innescare l’esplosione della stampa periodica in tutta Europa fu la Rivoluzione Francese. Aumentò il numero di giornali e riviste, ma soprattutto, l’interesse da parte del pubblico per le notizie. A questa altezza però, non si può parlare ancora di giornalismo: i giornali, infatti, non erano realtà editoriali solide e autonome che operavano su una base commerciale e professionale. In Italia erano principalmente organi di comunicazione politica, legati a fazioni, autorità, singoli personaggi, e dedicati a combattere battaglie politiche piuttosto che a fare informazione. Il giornalismo si conformava come battaglia di idee, rispetto alle quali i fatti, le notizie, assumevano un ruolo secondario. La cronaca di guerra era estremamente faziosa, ciò di più lontano dalla obiettività. A scrivere delle operazioni belliche sui giornali erano in pratica ufficiali e generali, che quindi raccontavo le battaglie, esaltando ciò che li favoriva e nascondendo ciò che poteva danneggiarli. Non esisteva ancora la figura dell'inviato che si reca personalmente nelle zone delle operazioni, raccogliendo informazioni imparziali e cercando di descrivere i fatti esattamente come si erano svolti. I giornali dell’epoca facevano riferimento a quanto riportato nelle lettere degli ufficiali e soprattutto si limitavano a stampare i bollettini inviati dai quartieri generali.
Ulteriore limite alla narrazione dei fatti era dovuto alla censura, che i governi imponevano sulla stampa. Una pesante spada di Damocle pesava sui giornalisti, che erano più che altro funzionari di corte. La prima grande ondata di informazione “di guerra” che attraversò l’Europa, però, fu contemporanea all’epopea napoleonica, che scosse il continente con travolgenti conflitti armati. Uno dei maggiori “giornalisti di guerra” dell'epoca fu Napoleone stesso, che divenne espressione di una informazione bellica “soggettiva” e di parte. Il giornalismo e dei giornali assumono una nuova veste: mezzi per promuovere la sua persona e per esercitare il controllo sulle notizie trasmesse. Nonostante la narrazione delle sue imprese fosse sottoposta a manipolazione, il successo giornalistico del condottiero francese era dovuto alla realtà delle sue vittorie militari. Vi è dunque un principio di realtà, davanti a cui anche la manipolazione più estrema è costretta ad arrendersi. Questi resoconti possono essere considerati forme embrionali di giornalismo di guerra. Mancano di imparzialità, distacco critico, “terzietà” dell’autore. Non c’è sistematicità di raccolta delle informazioni, né continuità nella “coperta” degli eventi. Sono comunque importanti come primi esempi di cronaca di vicende belliche relativamente tempestiva, rivolta ad un pubblico interessato alle notizie, attraverso giornali di diffusione notevole per l’epoca.
Risalente all’età napoleonica è Henry Crabb Robinson, inviato dal “Times” di Londra a seguire la campagna di Napoleone contro la Prussia, all’inizio dell’Ottocento. <Ci racconti come vince le battaglie quel piccolo imperatore francese. Le guerre dall’altra parte del Canale sono piuttosto singolari>, aveva detto il direttore a Robinson. Ma si rivelò un fallimento. Viene generalmente riconosciuto come padre del mestiere William Russell, che nel 1854 fu mandato dal direttore del “Times”, a raccontare la guerra di Crimea. Per la prima volta un quotidiano inviava un proprio dipendente fisso a seguire con continuità un'operazione militare. Cominciò a scrivere tutto, rompendo la verità codificata. Russell si aggirava tra le truppe, visitava gli accampamenti e le postazioni e diventava testimone oculare di ogni fatto significativo. Il suo merito maggiore fu che, per la prima volta, riuscì a raccontare gli eventi bellici dal punto di vista giornalistico e non da cittadino di un Paese che era parte in causa nella guerra. Riuscì a fornire un’informazione che mirava ad essere fattuale ed obiettiva, anche a costo di risultare “scomoda”. Russell inventò la professione di reporter di guerra. Fino ad allora le cronache belliche erano superficiali, scritte da ufficiali o generali oppure messe insieme da giornalisti che riprendevano testimonianze più o meno attendibili. La stampa faceva da cassa di risonanza al governo. In questi primordiali esempi di giornalismo di guerra, non mancava certo la guerra, ma mancava il giornalismo. Un giornalismo inteso come raccolta e diffusione di notizie effettuata in modo obiettivo, imparziale, onesto, svolto da professionisti che sono “terzi” rispetto alle parti in causa e si rifanno a fonti plurime e attendibili, nell’interesse di un pubblico a cui si sentono vincolati da un patto di fiducia. Il giornalismo di guerra si è evoluto solo nell’arco di diversi secoli, conoscendo uno sviluppo graduale, influenzato da più fattori: lo sviluppo delle pratiche professionali e del mercato editoriale; le trasformazioni delle tecniche belliche; le politiche delle autorità civili e militari per cercare di manipolare l’informazione.
E’ nei giornali quotidiani degli Stati Uniti, nella prima metà del XIX secolo, che nasce il reportage moderno, figlio del giornalismo del XIII secolo, quando il giornale era un bollettino d’informazione locale. Il termine reportage deriva dall’inglese “to report”, ossia “riportare”, azione richiesta agli inviati speciali, giornalisti mandati in luoghi interessati da un particolare evento. Questo genere giornalistico si affermò quando la stampa divenne il principale mezzo di informazione, con la Penny Press. Come anno di nascita di questo fenomeno, viene solitamente indicato il 1833. Il “ New York Sun”, diretto da Benjamin H. Day, fu il primo quotidiano ad inviare i propri giornalisti all'interno delle fabbriche e dei distretti di polizia, per cogliere la cronaca cittadina. I contenuti riguardavano storie di vita quotidiana, collocato in un contesto di denuncia e di pretesa di rappresentazione del reale. Il reportage, come lo intendiamo oggi, nasce all'interno del contesto della società di massa, con le prime tecnologie moderne. L’informazione non era più rivolta agli interessi di una ristretta cerchia, ma si è proiettata verso un pubblico più ampio, che coinvolgesse tutti i cittadini. Alla fine del XIX secolo i giornali italiani avevano una composizione ancora acerba. Vi lavoravano per lo più ufficiali del Regio Esercito, dunque fu inevitabile la compenetrazione tra il mondo giornalistico e quello militare. Ancora però non vi era la mentalità del “viaggio”. Solo con il sorgere della “questione d’Oriente” nei Balcani, il “Corriere della Sera” inviò due dei suoi corrispondenti, Marco Antonio Canini, sul fronte russo e Gustavo Minelli in Turchia. Fu però quando cominciò l’avventura coloniale in “terra d’Affrica” che iniziò la storia dei corrispondenti di guerra italiani. Tra coloro che sono passati alla storia vi è senza dubbio Luigi Barzini, che riuscì addirittura a “scalzare” Russell. Non solo lo storico collaboratore del “Corriere della Sera” è considerato il più grande inviato di guerra italiano, ma la sua fama ha scavalcato i confini nazionali.
Gli scoop in giro per il mondo, lo stile di scrittura moderno, le guerre che visse e raccontò in diretta, lo portarono in breve tempo ad essere uno dei reporter più stimati. Ed è proprio con Barzini, al “Corriere della Sera”, che arrivò in Italia un nuovo modo di vedere e interpretare l'informazione. Negli anni in cui ha operato, si era inaugurata una nuova era per il giornalismo italiano. Con la seconda rivoluzione industriale si erano diffuse innovazioni tecnologiche determinanti nel settore editoriale, tra cui la rotativa, nuova macchina a stampa che permise l’aumento delle tirature dei giornali. Combinandosi con i nuovi metodi di produzione di carta semi-pregiata, quindi più economica, e con la composizione a caldo, si aprì la strada alla nuova stampa di massa. Una nuova generazione di quotidiani a basso prezzo, rivolti a un pubblico più ampio. Per i giornali fu una vera “età dell’oro”. Con l’introduzione del telegrafo, il migliore giornalista divenne colui che era capace di procurarsi le informazioni e trasmetterle prima degli altri. Nacque la frenesia dello scoop, della notizia in esclusiva. In questa età dell’oro, il giornalismo di guerra ebbe una posizione di primo piano e la figura principe era quella dell’“inviato speciale”, il reporter che viaggia per il mondo raccontando vicende eccezionali. Si crea il mito dell'inviato di guerra, intrepido e instancabile, che rischia la vita per essere testimone dei combattimenti. Una figura romantica e stereotipata che ancora oggi, in parte, sopravvive. Nel contempo anche le guerre erano cambiate. Nella nuova era tecnologica, tendevano ad assumere una natura e una proporzione diversa rispetto al passato, guerre industriali di massa. Il war reporting inizialmente, continuò a basarsi su modelli del passato. In questo momento storico, la censura era scarsa e poco efficace. I cronisti di guerra godettero di libertà notevoli e questa circostanza contribuì a rendere il periodo particolarmente glorioso per la loro attività.
"Non posso raccontare come si muoia al fronte standosene seduto in albergo, lontano dalla battaglia. Che ne so di come si sta in un assedio, di come si svolge la lotta, di quali armi abbiano i soldati, di quali vestiti indossino, di che cosa mangino e che cosa provino? Bisogna capire la dignità degli altri, accettarli e condividere le loro difficoltà. Rischiare la vita non basta. L’essenziale è il rispetto per le persone di cui si scrive". Ryszard Kapuscinski.
La prima guerra mondiale
Durante la prima guerra mondiale si ebbe un giornalismo di guerra molto deludente. Si trattò, infatti, di un giornalismo quasi completamente di parte.
In Italia, ad esempio, la maggior parte della popolazione era contraria all'entrata in guerra. La stampa, però, ebbe un ruolo fondamentale nel creare la sensazione che gli interventisti fossero la maggioranza della popolazione. Anche Benito Mussolini intuì che la stampa era il modo migliore per far credere al popolo italiano che entrare in guerra fosse una cosa giusta e necessaria, e creò appositamente il giornale "Il Popolo d'Italia".