I Paladini (talvolta anche Paladin, Palladini o Paladino) sono una famiglia italiana di origini aristocratiche vissuta prima a Teramo e poi a Lecce. Ulteriori diramazioni, la cui comune agnazione è però solo supposta, sono attestate nel Sud Italia (in particolare, in CalabriaSecondo Giuseppe Presterà () un Enrico Paladini da L'Aquila trapiantò la sua famiglia a Catanzaro, dove entrò a far parte del patriziato della città; successivamente la famiglia trasmigrò a Pizzo. I Paladini di Calabria sono inoltre attestati a Maida, a Tropea, a Scilla, a Roggiano Gravina., EboliPresente nel salernitano, ad Olevano sul Tusciano, fin dallo scorcio del XIV secolo, questa famiglia Paladino passò ad Eboli intorno al 1500. Dal 1899 assunse il cognome Paladino-Brando (Cfr. ), TaorminaStando alle ricerche del giudice e letterato salentino, Luigi Giuseppe De Simone (1835-1902), che dedicò ampi e approfonditi studi sulla storia della famiglia leccese, appare plausibile che dai Paladini di Lecce discenda un ramo siciliano: un Francesco Paladini, figlio cadetto dei baroni di Lizzanello, si trasferì nel 1512 a Taormina e sposò la nobildonna siciliana Eleonora Grugno (Luigi De Simone, ms. 305, Biblioteca Provinciale di Lecce).) e nella Dalmazia (Lesina, Traù). Nell'ambito di famiglie nobili o notabili, altri nuclei Paladini sono storicamente documentati a Chigiano (frazione di San Severino Marche), a Lucca, a Forlì, a Taormina, a Casirate d'Adda.
Storia La famiglia Paladini, secondo la leggenda, ove si cita un manoscritto del XVII secolo sulla storia della famiglia Paladini, scritto da Gio. Angelo Coletta di Galatina, ebbe per capostipite Ponzio de Baladuno (Baladunum era una località del Vivarese, oggi nota come Balazuc): questi fu commilitone del conte di Tolosa alla prima crociata e morì nel 1099 nell'assedio di Tell ArqaParlano di lui numerosi cronisti della prima crociata: Guglielmo di Tiro e Raimondo di Aguilers lo chiamano Pontius de Baladuno, Roberto Monaco e Gilone di Parigi Pontius Balonensis (vel de Baladino), l'anonimo renano Boloniensis, Pietro Tudebode de Balan o de Balaun.. Il primo riferimento storico in Italia Meridionale è una copia di un privilegio del 1271, conservato nell'Archivio di Stato di Lecce, nel quale Carlo I d'Angiò concede a un Roberto Paladini alcune terre in Aprutium col titolo di barone (Leognano, frazione di Montorio al Vomano, Cotignano, possibile frazione di Cortino, Sant' Angelo, forse l'attuale contrada di Colonnella, Leonessa). E nel XIV secolo la famiglia Paladini divenne insieme a quelle dei Melatino e dei De Valle una delle più notabili di Teramo (intorno al 1380 un Cola Paladini risulta tra i plenipotenziari della città). Agli inizi del Quattrocento, in seguito alle sanguinose lotte fra fazioni rivali, i fratelli Berardo e Tommaso Paladini, figli di Giovanni di Cola, abbandonarono Teramo e si rifugiarono in Terra d'Otranto.
Berardo, capostipite del ramo di Lecce, ottenne nel 1436 dalla contessa Maria d'Enghien, già moglie del re di Napoli Ladislao, la baronia di Lizzanello e Melendugno. Un suo nipote di un ramo secondario, Luigi, nel 1488 ebbe da re Ferdinando la baronia di Salice e Guagnano, mentre il figlio di questi, Ferrante, acquisì nel 1522 anche il feudo di Campi.
L'altro fratello esule da Teramo, Tommaso, nel 1430 era capitano di Nardò e successivamente si trasferì sull'isola di Lesina, dove è probabile già risiedesse un altro ramo della famiglia, imparentata con il ramo teramano. Un Benedetto Paladini che da Lesina si trasferì a Cipro dette vita al ramo dei Benedetti di Cipro, che nel corso del XVI secolo divennero baroni di San Sozomeno, Trikomo e PeristeronaFlorio Bustron, Historia de Cipro, a cura di M. R. de Mas Latrie, pag. 423 e 448, Paris, 1884; Marin Sanudo, I Diarii, vol. XXXVIII; Archivio di Stato di Venezia, Capi del Consiglio, Lettere, busta 289, no. 197-201. Sempre in Dalmazia, a Traù, fiorì nel Seicento un'altra famiglia Paladini, imparentata con l'influente famiglia tragurina dei De Andreis, ma allo stato attuale non è ipotizzabile una comune agnazione con il ramo lesignano, anche per l'evidente diversità dell'arme di famiglia.
Blasonatura Paladini di Lecce Paladini di Lesina (Hvar) Paladini di Taormina Paladini di Traù (Trogir) Paladini di Tropea Paladino di EboliInquartato: nel 1º e 4º d'argento ad un giglio di rosso, nel 2º e 3º di rosso ad un giglio d'argento, alla croce d'oro attraversante sul tutto. Troncato d'azzurro ad un giglio d'argento e d'argento al semivolo abbassato dello stesso. Di rosso alla croce scorciata d'argento accantonata da quattro gigli d'oro. Bandato d'azzurro e d'oro, le bande d'azzurro caricate di sette stelle (6) d'oro, 2, 3 e 2Forse per una svista il Rietstap pone invece stelle azzurre su bande azzurre () D'azzurro a tre monti al naturale movente dalla punta dello scudo e sostenente una torre di argento accostata da quattro aquile d'oro ed accompagnata in capo da tre stelle d'oroGuido Carrelli, cit., pag. 260 D'azzurro alla croce d'oro, accantonata da quattro gigli dello stesso
Membri illustri
Ramo di Teramo Jacopo Paladini (1349-1417) noto anche come Jacopo Palladini, fu vescovo di Monopoli, arcivescovo di Taranto, vescovo di Firenze e di Spoleto. Berardo Paladini († 1448 ca) noto anche come Verardo o Averardo, partecipò nel 1407 alla congiura dei Melatino che portò all'uccisione del signore di Teramo Andrea Matteo Acquaviva. Onde sfuggire alle vendette della fazione rivale, dopo il 1417 si rifugiò nel Salento, dove divenne nel 1423 vicegerente per la provincia di Terra d'Otranto e poi (1436) primo barone di Lizzanello e Melendugno.
Ramo dalmata e cipriota Nicolò Paladini (1419-1500 ca) fu sopracomito della galea di Lesina negli anni dal 1471 al 1496. Nel 1475 con la sua galea affrontò e mise in fuga sette fuste turche in una baia dell'isola di Limonia, non lontano da Rodi. Per il valore dimostrato, l'8 gennaio 1476 fu investito dalla Repubblica di Venezia del rango di Cavaliere di San Marco e insignito della toga d'oro. La battaglia navale fu raffigurata a Venezia nel palazzo ducale e venne narrata in un commentariolumAgostino Fortunio, Historia Camaldolensis, par. II, p.96, scritto da un Nicolò Paladini (probabilmente un suo pronipote omonimo, studente e rettore dei giuristi all'Università di Padova nel 1533). Larga eco ebbe anche un'altra vittoriosa impresa, condotta intorno al 1477 insieme ad Antonio Lucio, padre del poeta Annibale, in risposta agli attacchi dei bogomili bosniaci nel contado di Lesina: con fuste armate a proprie spese attaccarono le vicine coste turche, lungo il litorale di Macarsca, facendo un ricco bottino di schiavi, bestiame e altri beni. Nel 1482 è impegnato nel Polesine durante la guerra di Ferrara, mentre due anni dopo è in Terra d'Otranto agli ordini del generale da màr Jacopo Marcello, che perì durante l'assedio di GallipoliSante Graciotti, Il petrarchista dalmata Paolo Paladini e il suo canzoniere (1496). Roma, 2005, pag.42. Nell'agosto del 1495, durante la campagna in risposta alla discesa di Carlo VIII in Italia, fu per un breve periodo governatore di Polignano, che - in seguito al sacco di Monopoli da parte veneziana (30 giugno 1495) - si era data spontaneamente a Venezia. L'anno successivo, costretto da una malattia ad abbandonare la flotta, lasciò il comando della galea di Lesina al figlio PaoloCosimo Paladini, Il Canzoniere di Paolo Paladini e i Paladini di Lesina in «Atti e Memorie della Società Dalmata di Storia Patria», vol. XXIV. Roma 2002, pp. 31-52.. Viene ricordato anche quale committente del palazzo Paladini, sulle mura della città di Lesina. Morì dopo il mese di ottobre del 1500. Paolo Paladini (fl. 1494-1510) petrarchista dalmata e sopracomito, come il padre Nicolò, della galea di Lesina, è autore di un canzoniere dedicato a Federico d'Aragona con poesie in latino e italiano. Giovanni Battista Benedetti († 1571) discendente del lesignano Benedetto Paladini che verso la fine del Quattrocento si trasferì a Cipro, morì nella battaglia di Lepanto sopracomito della galea cipriota Speranza di VenetiaG. Arenaprimo, Numero di galee et de' Capitani che si trovarono alla vittoria navale, in La Civiltà Cattolica, serie XIV, vol. III, Roma 1889.
Ramo di Lecce Luigi Paladini († 1510 ca) noto anche come Luise o Aloisio, fu diplomatico, dottore di diritto e primo barone del suo casato di Salice e Guagnano (dal 1488). Pompeo Paladini (XVI secolo) poeta e scrittore, fu discepolo di Quinto Mario Corrado. A Lecce fu cofondatore, insieme a Scipione Ammirato, dell'Accademia dei Trasformati, nella quale assunse il nome di Cadmo. Nel 1560 si interessò alla pubblicazione a Napoli dei Sonetti del s. Berardino Rota in morte della sra. Porta Capece sua moglie con annotazioni di Scipione Ammirato, premettendovi un'elegante lettera agli accademici trasformati. Guglielmo Paladini (1774-1840) patriota e carbonaro italiano, combatté per la Repubblica napoletana sul Ponte della Maddalena, dove trovò la morte il fratello Pietro. Rientrato dall'esilio nel 1801, ebbe parte attiva nella vendita carbonara dei Figli di Focione e diresse a Napoli un giornale, Il Censore. Nel 1820, durante il governo costituzionalista, fu arrestato con l'accusa di aver tramato con altri complici, fra i quali il romano Giuseppe Lattanzi, una congiura per suscitare disordini ed arrestare la famiglia reale. Scagionato dal tribunale, fu però costretto nuovamente all'esilio dopo l'intervento delle potenze della Santa Alleanza e la revoca della Costituzione da parte di re Ferdinando. A Londra pubblicò il volume Progetto di un nuovo Patto Sociale per lo Regno delle due Sicilie, che fu anche tradotto in inglese nel 1827 da Thomas Jonathan Wooler. Nel giugno del 1830, in un incontro fortuito a una festa parigina, ebbe modo di rimproverare al re Francesco I per il mancato rispetto della costituzione del 1820, che pure - da reggente del Regno e principe ereditario - aveva finto di sostenere. Morì esule e povero nel 1840 a Besançon. Cesare Paladini (1832-1894) deputato liberale nel collegio di Tricase nell'XI legislatura. Di lui fu pubblicato il Discorso di Cesare Paladini all'Assemblea elettorale del 1º Collegio di Terra d'Otranto nel giorno 10 maggio 1886 (Lecce, Tip. Garibaldi, 1886). Angelantonio Paladini († 1896) fratello del precedente, fu imprenditore e politico. Sindaco di Lecce nel 1866, fondò nel 1872 nella sua villa di San Pietro in Lama una manifattura ceramica che dava lavoro a più di 150 impiegati e nella quale si fabbricavano, tra l'altro, maioliche artistiche. Fu un esperimento produttivo appassionato e progressista, in anticipo rispetto alle idee del tempo, ma durò solo fino al 1896, quando la fabbrica chiuse i battenti. Nel 1881 era stata premiata all'esposizione di Milano con la medaglia d'argentoG. Corona, La Ceramica, Milano, 1885, in «Ceramisti. Enciclopedia Biografica e Bibliografica Italiana», Milano, 1939; C. Paolinelli, Regesto delle principali manifatture ceramiche italiane dell'Ottocento in DecArt, n. 7 (primavera 2007), p.131; C. De Giorgi, L'Aristocrazia del lavoro e la ceramica salentina del Cavaliere Angelantonio Paladini, Lecce, Ed. Salentina, 1874..
Ramo di Taormina Francesco Paladini (XVIII secolo) fu tra il 1739 e il 1750 per quattro volte giudice della Regia Gran Corte e maestro razionale del real patrimonio. È anche ricordato quale zio materno del letterato Giovanni Di Giovanni. Francesco Perroni Paladini (1830-1908) garibaldino, uomo politico, giornalista e giurista, fu uno dei più ardenti promotori della sommossa del 4 aprile del 1860 a Palermo. Direttore del periodico La Campana della Gangia, fu eletto alla Camera nel collegio di Cefalù.
Ramo di Calabria Pietro Paladino (XVII secolo) letterato e umanista di Maida che nel XVII secolo fondò nella sua città l'accademia letteraria degl'Inquieti, fiorente fino alla guerra di successione spagnola. La maggior parte della sua produzione è andata perduta. Pietro Palladino (XVII secolo)