L'arte dell'intrusione è il secondo libro scritto da Kevin Mitnick, con la collaborazione del giornalista scientifico statunitense William L. Simon, che tratta il tema della sicurezza informatica attraverso il racconto delle vicende relative a diversi casi di hacking realmente accaduti.
Caratteristiche dell'opera Mitnick propone l'opera come il sequel del celebre saggio L'arte dell'inganno di cui mantiene la struttura generale del racconto, ma sposta l'argomento della trattazione dall'ingegneria sociale a temi più tecnici, sempre relativi alla sicurezza informatica. Il libro è diviso in dieci capitoli ognuno dei quali, raccontando le storia di un attacco informatico messo in atto da un hacker (o da un gruppo di hacker) intervistato dagli autori stessi, espone una o più tematiche molto importante nell'ambito della sicurezza informatica. Ogni capitolo si apre con l'esposizione dettagliata delle varie fasi dell'attacco raccontato e commentato da Mitnick, intramezzato da citazioni testuali delle parole degli intervistati, soprattutto nei passaggi in cui l'autore desidera rendere meglio un concetto o mettere in risalto un determinato tema. Alla fine ogni racconto sono inserite tre sezioni, rispettivamente: Riflessioni, Contromisure e Conclusioni. Qui Mitnick inserisce pensieri e riflessioni personali sugli argomenti discussi, spiegazioni approfondite, eventuali sviluppi successivi della vicenda e consigli utili per evitare di diventare le prossime vittime. Al termine dei dieci capitoli è presente un undicesimo capitolo, strutturalmente diverso dai precedenti, all'interno del quale trovano posto alcuni brevi racconti raccolti dagli autori durante la stesura del libro ma che, per vari motivi, non hanno trovato una loro collocazione nei capitoli precedenti.
Nonostante i temi tecnologici trattati ed il dettaglio raggiunto dalla narrazione, gli argomenti sono esposti in modo da essere comprensibili anche da lettori senza particolari conoscenze informatiche. L'agente letterario David Fugate, nel recensire il libro per il Publishers Weekly, parlando degli autori ha scritto:
Come dichiarato dagli autori stessi nella prefazioneKevin D. Mitnick, L'arte dell'hacking, p. 10 (Google libri)., lo scopo che si prefigge Mitnick con la pubblicazione del libro, è quello di fare cambiare ai lettori gli atteggiamenti nei confronti della sicurezza informatica, oltre a fornire ai professionisti dell'IT (ma non solo) delle basi utili per rendere le proprie aziende e organizzazioni più sicure.
Argomenti trattati Leggendo le varie storie è possibile notare che in molti degli attacchi, gli hacker, non necessitano solo di buone conoscenze come programmatori (in uno dei casi l'attaccante dichiara addirittura di non essere assolutamente bravo a programmare) come si può facilmente pensare, ma coinvolgono anche altri aspetti che vanno dall'ingegneria sociale, a conoscenze nell'ambito dell'elettronica, arrivando anche alla capacità di immedesimarsi nei progettisti della rete e dei sistemi in cui si desidera penetrare, per poterne individuare i punti deboli o "indovinare" gli schemi con i quali essi sono stati progettati.
Per ogni capitolo sono dettagliatamente raccontati uno o due casi di hacking con caratteristiche comuni. Mitnick non si limita a descrivere la parte tecnica relativa all'attacco, ma si preoccupa di analizzare anche le motivazioni che hanno spinto gli hacker intervistati a compiere le azioni raccontate:
Prefazione Nella prefazione, oltre a parlare delle motivazioni per cui i lettori dovrebbero scegliere di leggere il saggio e gli insegnamenti che dovrebbero trarne, Mitnick racconta degli ostacoli incontrati nella redazione del libro: trattandosi di interviste a persone che potrebbero ancora essere incriminate penalmente, nel caso in cui venissero identificate, non è stato facile per lui e Simon capire se le storie a loro sottoposte fossero reali o inventate, soprattutto a causa della difficoltà di risalire a prove concrete. Mitnick aggiunge che i nomi e i dettagli delle storie che infine hanno deciso di raccontare sono stati spesso modificati per proteggere le identità sia dell'hacker che della vittima.
Capitolo primo: Hackerare il casinò per un milione di dollari Nel primo capitolo Mitnick racconta la storia di un gruppo di amici, tutti consulenti nel settore high-tech che, all'inizio degli anni '90, un po' per sfida, per curiosità e per vedere fin dove sarebbero riusciti ad arrivare, cercarono un modo per ingannare le macchine di un casinò di Las Vegas e vincere ingenti somme di denaro. Per riuscire nell'impresa i quattro acquistarono una slot machine uguale a quelle del casinò, estrassero quindi la ROM dalla macchina e dal codice oggetto contenuto ricavarono il codice originale tramite reverse engineering, scoprendo così che il generatore di numeri casuali alla base del software non era veramente casuale.
Mitnick sceglie questa storia per affrontare il tema della sicurezza fisica dei componenti dei dispositivi elettronici, dando utili consigli riguardanti la scelta dei chip da integrare nelle macchine esposte ad alto rischio di hacking, nelle quali il funzionamento del software dovrebbe rimanere segreto.
Capitolo secondo: Quando chiamano i terroristi Sono raccontate due storie, la prima parla di due hacker, all'epoca dei fatti adolescenti, diventati amici tramite chat Irc che si fanno chiamare Comrade e ne0h. Entrambi entrano in contatto con un certo Khalid Ibrahim, un uomo incontrato sulle stesse chat Irc che diceva di lavorare per dei combattenti pakistani (non si è certi se Khalid fosse chi diceva di essere o un agente infiltrato mandato per capire fino a che punto i giovani hacker erano disposti a spingersi). Khalid offrì a ne0h dei soldi per violare alcuni sistemi ma ne0h non venne mai pagato per quegli attacchi. Tuttavia, come egli stesso racconta, era sempre pronto ad accettare un nuovo incarico da Khalid e accettò anche di entrare nei sistemi della Lockheed Martin per ottenere gli schemi di progettazione di alcuni sistemi di aviazione che stavano producendo per la Boeing.
Khalid chiese poi a Comrade di entrare nella SIPRNet, quest'ultimo ci provò e ci arrivò molto vicino ma venne immediatamente rintracciato dagli agenti federali ed incarcerato. Comrade sostiene che più che i soldi furono la sfida a tentarlo, il brivido di fare qualcosa che non avrebbe dovuto fare, perché sapendo che ne0h non era mai stato pagato immaginava che anche nel suo caso sarebbe andata allo stesso modo. Questi attacchi si sono verificati prima degli attentati dell'11 settembre 2001, mentre l'intervista di Mitnick risale ad alcuni anni dopo. Viene posta a ne0h una domanda su come si sentisse riguardo agli attentati, gli autori si limitano a citare la sua risposta in cui dice di sentirsi estremamente in colpa. Mitnick non fa commenti al riguardo ma esprime una considerazione personale in cui si augura che quegli attentati siano serviti a rendere tutti gli hacker americani più sospettosi e attenti ai raggiri.
La seconda storia riguarda ne0h e due membri di un gruppo hacker chiamato gLobaLheLL che riuscirono a inserirsi nel sito della Casa Bianca e ad intercettare alcuni scambi di email tra gli impiegati. Mentre erano sul sito vennero contattati da Khalid che chiedeva loro di raccontargli di alcuni dei loro ultimi exploit per un articolo che stava scrivendo. I ragazzi colsero la palla al balzo e gli dissero che proprio in quel momento stavano hackerando il sito della Casa Bianca. Un paio di ore dopo un amministratore di sistema iniziò a controllare il sito e due settimane dopo il FBI arrestò tutti i membri di gLobaLheLL che erano riusciti ad identificare. Da qui nascono i dubbi, ancora insoluti, riguardanti l'identità di Khalid, essendo lui l'unica persona alla quale avevano parlato dell'attacco al sito della Casa Bianca.
Si tratta, probabilmente, del capitolo che colpisce di più i lettori dal punto di vista etico e morale. Attraverso le storie raccontate, Mitnick vuole fare capire quanto possano rivelarsi fondamentali policy e sistemi che garantiscano la sicurezza in ambito informatico, specialmente in determinati settori. Dall'altro lato cerca di spingere gli hacker, nella gran parte dei casi poco più che adolescenti, ad essere sospettosi e attenti nei confronti delle richieste che gli vengono rivolte. Li incoraggia a fare riflessioni più attente prima di agire e a prendere coscienza di ciò che le loro azioni potrebbero comportare.
Capitolo terzo: L'hack della prigione texana Questa storia parla di Danny e Wynne, due giovani prigionieri che stanno entrambi scontando una pena in una prigione del Texas, dove si conoscono e scoprono di avere in comune la passione per i computer. Studiando sui libri e sperimentando su dei computer a cui avevano accesso dalla prigione riescono a sviluppare notevoli capacità. Grazie ad un trasferimento riescono ad avere accesso a computer più moderni e potenti e con il passare del tempo scoprono come collegarsi illegalmente a Internet e scaricare giochi, video e musica senza farsi scoprire.
Il racconto è stato usato da Mitnick come pretesto per parlare di quegli attaccanti contro cui i firewall e altre misure di sicurezza inserite tra Internet e la rete privata di una azienda non possono nulla: i cosiddetti insider. In questo caso sono detenuti ma nel mondo del lavoro potrebbero essere dipendenti scontenti o appena licenziati. Potrebbero rappresentare una minaccia superiore rispetto agli attaccanti esterni perché, al contrario di questi ultimi, conoscono la rete, hanno accesso alle varie componenti, alle macchine e alle prese di rete. Mitnick fornisce quindi una serie di contromisure, procedure e policy di gestione delle infrastrutture di rete e dell'accesso alle stesse da parte del personale. Tuttavia il compito di un responsabile della sicurezza non si esaurisce con la redazione di queste pratiche, è importante che egli continui a vigilare sul lavoro fatto cercando di migliorarle sempre, Mitnick la definisce come una sorta di "vigilanza eterna".
Capitolo quarto: Guardie e ladri Il quarto capitolo racconta la storia di Matt e Costa, due amici che iniziarono le loro carriere di hacker con il phreaking e il wardialing e finirono con il compiere un attacco alla Boeing. L'attacco iniziò con l'hack dei computer della Corte distrettuale, possibile grazie alle credenziale di accesso di default di un software mai modificate dopo l'installazione. Tramite la macchina su cui erano riusciti ad entrare inviarono un trojan ai computer dell'azienda che aveva in carica la gestione dei primi. Sfruttando il virus inviato a questa azienda, rinominata Subsequent, riuscirono ad entrare nella loro rete e ricavare una lista con i login e le password di tutti i loro clienti, tra cui c'era appunto la Boeing. Matt e Costa non avevano cattive intenzioni: non procurarono alcun danno all'azienda e non rubarono nessun tipo di informazione. Tuttavia vennero comunque scoperti e arrestati dal Secret Service.
A fine capitolo Mitnick afferma che spesso gli attacchi di questo tipo sono preziosi, in quanto evidenziano i punti deboli nelle misure difensive di un'azienda, invitando ad una riflessione: "Se l'azione dell'attaccante non ha prodotto nessuna interruzione di servizio e nessun danno fisico o economico all'organizzazione, nel momento in cui essa viene messa faccia a faccia con le proprie vulnerabilità, ne soffre o ne beneficia?".Kevin D. Mitnick, L'arte dell'hacking, p. 110 (Google libri). Anche in questo caso Mitnick offre i suoi consigli ricordando alcune delle pratiche di base che possono aiutare a garantire la sicurezza dei sistemi come, ad esempio, cambiare sempre la password di default quando si installa un nuovo software o si collega alla rete un nuovo dispositivo.
Capitolo quinto: L'hacker Robin Hood