Con l'espressione gallo-piceno o marchigiano settentrionale o gallico marchigianoL'espressione sinonima dialetti metauro-pisaurini è obsoleta. La usa nel 1902 Clemente Merlo, L'Italia dialettale: rivista di dialettologia italiana, volume 56, pagina 126, Arti Grafiche Pacini Mariotti, riprendendolo da Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907), che la considerava provvisoria, in attesa di un consenso degli studiosi su una più significativa. si definisce l'insieme delle varietà linguistiche di tipo gallo-italico parlate in quasi tutta la provincia di Pesaro e Urbino e alcune zone settentrionali di quella di Ancona (zona di Senigallia e isola linguistica gallica del Conero), nella regione italiana delle Marche.
Classificazione Il gallo-piceno è una variante autonoma del continuum linguistico gallo-italicoAA. VV. Conoscere l'Italia vol. Marche (Pag. 64), Istituto Geografico De Agostini - Novara - 1982; Le Regioni d'Italia, Vol X Collezione diretta da Roberto Almagià, Pubblicazione sotto gli auspici del Comitato Nazionale per la celebrazione del centenario dell'Unità d'Italia, 1961; Flavio Parrino, capitolo sui dialetti nella Guida d'Italia - volume Marche del Touring Club Italiano. In tutta la provincia di Pesaro-Urbino, nella parte settentrionale di quella di Ancona (zona di Senigallia) e nell'isola linguistica gallica del Conero si parlano dialetti gallo-italici. In tutti gli studi citati i dialetti gallici parlati nelle Marche vengono definiti "gallico-marchigiani" o "gallo-piceni", che comprende anche l'emiliano, il ligure il lombardo, il piemontese e il romagnolo, in un ampio continuum linguistico gallo-italico che dal Piemonte giunge sino alle Marche settentrionali.
Secondo alcune classificazioni linguistiche, il gallo-piceno sarebbe da ascrivere o collegare direttamente al romagnolo.; ; ; Giacomo Devoto e Gabriella Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, Sansoni Editore, Firenze, 1991, pag. 55 e pag. 75; Loporcaro Michele, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, Bari, 2009, pag. 105 Studi più recenti ritengono che il gallo-piceno presenti affinità solo parziali al romagnolo e sia ben distinto da quest'ultimo, alla luce degli elementi di tipo italo-centrale, affiancati ai fenomeni gallo-italici penetrati dalla Romagna orientale, dei quali quest'insieme dialettale è anticipatore. Questa indipendenza è sostenuta da una serie di differenze sostanziali tra il gallo-italico parlato nelle Marche e quello parlato in Romagna, tra cui si citano le seguenti: in gallo-piceno si sono mantenute le doppie consonanti, e hanno funzione distintiva, come negli altri dialetti dell'Italia Centrale e in italiano, al contrario di quanto avviene nel romagnolo, in cui la quantità consonantica non è più fonologica, e le varie trasformazioni delle vocali hanno dato luogo a un sistema di opposizioni basato sulla quantità vocalica; il gallo-piceno, e in modo particolare il dialetto pesarese, ha le consonanti geminate (le "doppie") solo dopo vocale accentata, mai in posizione preaccentuale; i suoni consonantici del gallo-piceno sono 25, ossia 3 in più rispetto ai dialetti romagnoli; ll fonema /ʒ/ è assente, diversamente da quanto accade in Romagna; l'intonazione è più «altalenante» rispetto a quella romagnola: presenta infatti sillabe non-accentate con andamento discendente e sillabe accentate con andamento ascendente sia in protonia che in tutti i tipi di tonia; il singolare femminile dei sostantivi finisce in -a solo laddove l'aveva il latino (esempio: gata, cavala, dòna, òca «gatta, giumenta, donna, oca») mentre, contrariamente alla Romagna, finisce in consonante nelle parole che derivano dalla terza declinazione latina: chièv, cróc, fèm, gènt, név, nóc, nòt, pèc, rét, tórr, vóc''' «chiave, croce, fame, gente, neve, noce, notte, pace, rete, torre, voce»); alla terza persona singolare si usa sempre il pronome enclitico me, mentre i dialetti romagnoli hanno u (esempio: el me dà «egli mi dà»); nel gallo-piceno c'è l'uso tipicamente marchigiano, sia in dialetto che in italiano, di usare la preposizione «in» davanti ai nomi di città che iniziano per vocale ( esempio: «in Ancona, in Urbino»).
A volte, il dialetto delle Marche settentrionali è indicato con il termine "marchignolo".
Diffusione e varianti La zona dove sono diffuse le varietà gallo-picene corrisponde alla provincia di Pesaro e Urbino, al circondario di Senigallia (AN) e all'isola linguistica gallica del Conero (AN)Giuseppe Bartolucci. Miti e leggende del Conero anconitano. Ente Parco del Conero, Sirolo, 1997.. Tuttavia, non c'è completa uniformità in tutta la zona poiché, malgrado le somiglianze dei vari dialetti distribuiti nel territorio, il lessico e le pronunce possono variare. Un esempio sta nel pronome personale soggetto "io": a Fano e Urbino si dice "ì" o "ji", in buona parte della regione storica del Montefeltro e in Alta Valmarecchia si dice "ìa", a Tavullia e in altre località dell'entroterra pesarese "jé", nella parlata urbana di Pesaro e nelle frazioni ad essa adiacenti si dice mè così come in buona parte dei dialetti gallo-italici (in lombardo, ligure e piemontese /mi/ e /ti/, in emiliano e in romagnolo /me/ e /te/).
In base a queste diversità di lessico e di pronuncia sono state individuate tre subaree: marecchiese pesarese urbinate-fanese-senigalliese strettamente collegati a tale subarea sono i dialetti della riviera del Conero, ad esclusione di quello di Ancona, costituenti l'isola linguistica gallica del Cònero.
Già agli inizi del Novecento, il filologo Giovanni Crocioni segnalava anche a sud del tradizionale confine del fiume Esino la diffusione del gallo-piceno, che perde progressivamente le sue caratteristiche galliche e acquisisce quelle tipiche dei dialetti mediani, in un continuum linguistico che arriva sino al dialetto anconetano, in cui si possono ravvisare alcune caratteristiche gallo-picene. L'isola linguistica gallica del Conero, che comprende Camerano e le frazioni di Ancona Poggio e Massignano, costituisce l'avamposto meridionale del gallo-piceno .
Caratteristiche Tutte le varietà del gallo-piceno sono parte del gruppo linguistico dei dialetti gallo-italici, insieme all'emiliano, al ligure al lombardo, al piemontese e al romagnolo, soprattutto dal punto di vista foneticoAA. VV. Conoscere l'Italia vol. Marche (Pag. 64), Istituto Geografico De Agostini - Novara - 1982; Le Regioni d'Italia, Vol X Collezione diretta da Roberto Almagià, Pubblicazione sotto gli auspici del Comitato Nazionale per la celebrazione del centenario dell'Unità d'Italia, 1961; Flavio Parrino, capitolo sui dialetti nella Guida d'Italia - volume Marche del Touring Club Italiano.. Esse possono essere così brevemente sintetizzate: palatizzazione di a in sillaba libera, fenomeno anche perugino, che si presenta sistematicamente in pesarese e nelle varianti del contado urbinate e metaurense (ad esclusione di alcuni dialetti); ad es. a Pesaro si dice chèsa per casa, falegnèm per falegname, chèr per caro, pèdra per padre, mentre a Fano e nella città d'Urbino si dice càsa, falegnàm, càr, pàder o pàdre); la tonica i dinnanzi a nasale diventa é (o un dittongo éi) a Pesaro e nelle zone confinanti con la Romagna (vén o véin per vino, cucéna o cucéina per cucina) la pronuncia aperta di e finale accentata (mε, trε, perchε, specialmente a Pesaro e Urbino, mentre a Fano e Senigallia la pronuncia è generalmente chiusa come in italiano standard); la diversa distribuzione delle vocali aperte e chiuse (béne, éra, sédia), in particolare nei dialetti della subarea marecchiese e del contado pesarese confinante con la Romagna (Gabicce Mare e Gradara), in cui questo tipo di pronuncia è ancor più marcato (sémpre, niénte, lénto ma lèsso, mòndo, sèmbra ma ròtto, strètto), fenomeno che continua anche nel romagnolo di tipo riminese; la riduzione in ì del dittongo "iè" in sillaba libera nella variante pesarese (pìd per "piede", pìtra per "pietra", bichìr per "bicchiere"), mentre a Urbino e Senigallia il dittongo si mantiene con pronuncia stretta (piéd o pìa per "piede", diétra per "dietro", piétra per "pietra", bichiér per "bicchiere"); le atone finali scompaiono del tutto come pure molte delle mediane ad eccezione della -a (dmèn - dmàn nella variante fanese e urbinate- per "domani", fémna per "femmina"), con conseguente drastica riduzione di sillabe in parole polisillabiche (stmèn -stmàn nella variante fanese e urbinate- per "settimane"); questo fenomeno si presenta in modo leggermente diverso a Senigallia, dove a volte compaiono delle vocali dal timbro indistinto (schwa) al posto delle vocali etimologiche. Sul piano consonantico tratti notevoli sono: la semplificazione delle consonanti intense, in posizione pre-accentuale in quasi tutte le varianti e, a Pesaro e a Fano, anche in posizione post-accentuale (ad es. a Pesaro cità, dòna, ragàza, mentre a Urbino si dice dònna e ragàssa), fenomeno che comunque sconfina pure in territorio linguisticamente "mediano", come dimostrato dall'anconetano; la lenizione delle sorde intervocaliche (avùd per "avuto", fadìga per "fatica", fóg per "fuoco"), che si spinge ancor più a sud nelle Marche centrali, essendo riscontrabile anche a Jesi e Osimo (magnado per "mangiato", dide per "dite"). la sonorizzazione di s intervocalica, presente in tutta l'area e fino ad Ancona. Dei tratti morfologico-sintattici si possono notare i plurali in -ai, -ei, -oi da singolari in "-al, -el, -ol", come anche in Veneto (cavài, cavéi, fagiói) e poi, nella subarea pesarese, i pronomi personali soggetto del tipo mε, tε per "io" "tu", e la reduplicazione dell'intera serie pronominale con forme prive di accento (a Pesaro mε a parle "io parlo", tε t zi "tu sei", ló 'l bala "lui balla", lori i bala "loro ballano", el vènt el tira, ecc.), fenomeni tipici delle parlate gallo-italiche.
Altra caratteristica che rimanda direttamente agli altri idiomi gallo-italici è la caduta delle vocali atone interne e finali (diverse da /a/) e scempiamento in protonia: /bli:n/ (bellino). È anche presente la tipica metafonia gallo-italica e lo scempiamento delle doppie in posizione postonica /surE:la/. Fino al fiume Metauro si documenta la presenza dei clitici soggetto e il passaggio da /a/ > /E/ in sillaba libera e passaggio da /ts/, /dz/ > /s/, /z/: /tsio/ > /sio/ (zio), /dzeta/ > /zeta/ (zeta).
Esempi di dialetto gallo-piceno del XIX secolo
L'inizio della novella del Boccaccio Il re di Cipri, da una donna di Guascogna trafitto, di cattivo valoroso diviene nei vari dialetti gallo-piceni, tratti da I parlari italiani in Certaldo alla festa del V centenario di Messer Giovanni Boccacci'' (pubblicato nel 1875):.
Dialetto di PesaroA digh donca ch'ai temp del prim re 'd Cipr, dop la conquista fata dla Tera Sänta da Gufred 'd Bujon, sucess ch'na sgnora 'd Guascogna la j'andò 'n piligrinagg m'al Sipulcr 'd nostr Signor, da dò tornand, ariväda ch'la fó a Cipr, da certi sceleräd la fó tratäda pegg d'na cagna.
Dialetto di Fano I' v' dig donca che in ti temp del prim re de Cipr, dop che Gottifred de Bujon ebb' presa la Terra Santa, una sgnora dla Guascogna andò come piligrina al Sant Spolcr; e po tornò e andò a Cipr, e in quel sit certi sceleræt i fecer na grossa purcata.
Dialetto di UrbaniaDonca digh ch'ai temp del prim re 'd Cipri, dop che Gofred 'd Bujon ebb artolt m'ai Turchi la Tera Santa, sucess ch'na signora 'd Guascogna git in pelegrinagg m'al Sant Sepolcr; e, t'el tornè, rivèta ch'fò a Cipri, sochi birbacioni e maladuchèti i 'j fen vergogna.
Dialetto di UrbinoDonca digh ch'al temp del prim re di Cipri, dop pijat la Tera Santa da Gottifré di Buglione, sucess ch'na sgnora civila vols gì artrovä 'l Sepolcher. int l'arnì, riväta m'a Cipri, certi birbacion i dicen 'na mochia 'd vilanii.: Dialetto di Senigallia