Il verificazionismo, noto anche come principio di verifica o criterio di verificabilità del significato, è una dottrina filosofica che afferma che un'affermazione è significativa solo se è empiricamente verificabile (può essere confermata attraverso i sensi) o una tautologia (vera in virtù del suo stesso significato o della sua stessa forma logica). Il verificazionismo rifiuta le affermazioni di metafisica, teologia, etica ed estetica come prive di significato nel trasmettere valore di verità o contenuto fattuale, sebbene possano essere significative nell'influenzare emozioni o comportamento.

Il verificazionismo era una tesi centrale del positivismo logico, un movimento nella filosofia analitica emerso negli anni '20 da filosofi che cercavano di unificare filosofia e scienza sotto una comune teoria naturalistica della conoscenza. Il criterio di verificabilità ha subito varie revisioni nel corso degli anni '20 e '50. Tuttavia, negli anni '60, è stato ritenuto irrimediabilmente insostenibile. Il suo abbandono avrebbe finito per precipitare il crollo del più ampio movimento positivista logico.

Storia Precursori

Pochi sono i filosofi che possono essere detti verificazionisti in senso stretto, ma molti sono i contributi che sono stati apportati da scienziati e filosofi di varie epoche.

Le technai dei Pluralisti

I primi filosofi che si pongono il problema della scoperta delle leggi della natura attraverso l'esperienza sono i cosiddetti pluralisti. L'idea di fondo è che attraverso la tecnica si possano prevedere gli effetti che le leggi della natura hanno sui fenomeni e che quindi si potesse induttivamente risalire alla causa, ovvero alla legge stessa (questa non immediatamente osservabile). Particolare importanza viene data dunque alla conoscenza osservabile e al bisogno di confermare le credenze scientifiche attraverso il saperle replicare.

Aristotele Anche se è un pregiudizio della storia della filosofia considerare Aristotele un filosofo pre-empirista,La teoria aristotelica della conoscenza, infatti, risente fortemente dell'impostazione platonica secondo George Grote, Aristotele, Londra 1872, la cui interpretazione è condivisa da Karl Popper, in La società aperta e i suoi nemici, Armando ed., cap. XI. il suo aver riconosciuto la presenza della sostanza delle cose (ovvero il come esse siano e le cause del loro essere) nelle cose stesse e non nell'iperuranio platonico, ha contribuito alla legittimità delle scienze empiriche, o comunque a far sì che queste basassero la loro plausibilità sulle osservazioni dirette. Tradizionalmente oggi si definisce aristotelico un filosofo che fa precedere la conoscenza empirica rispetto a quella idealista di stampo platonico.

Il realismo moderato di Tommaso d'Aquino Tommaso d'Aquino, coerente con il suo aristotelismo, riteneva che la conoscenza della realtà non potesse essere acquisita a prescindere dalla sensibilità, dato che gli universali, le idee divine nel suo caso, pur essendo di per sé ante-rem (anteriori all'oggetto da conoscere), sono conoscibili dall'uomo soltanto post-rem, cioè come rielaborazione dell'esperienza materiale. È questa posizione di Tommaso che lo colloca all'interno della tradizione del realismo moderato.

Il rasoio di Guglielmo d'Occam

Il mondo esterno, secondo Guglielmo di Occam, è percepito solo empiricamente, conosciuto quindi tramite l'intuizione immediata, mentre gli universali, ovvero i concetti, vengono conosciuti attraverso la rappresentazione che di essi fa la mente, e per questo non hanno nessuna esistenza reale ma solo logica. I concetti che da questa astrazione nascono saranno i predicati dei giudizi che avranno senso solo se immediatamente esperibili. La ragione umana dice Occam tende a moltiplicare questi concetti e a crearne altri che non hanno nessuna connessione con la realtà e come tali devono essere eliminati. Questo metodo dell'eliminazione dei concetti non verificabili empiricamente si chiama "Rasoio di Occam" ed è uno dei primi tentativi fondati di eliminazione della metafisica e per questo sarà uno dei cardini della filosofia empirica del XVII secolo inglese. Metodo scientifico di Galilei

Con Galileo Galilei è stato introdotto il metodo sperimentale, metodo che basa la verità di una proposizione scientifica solo su osservazioni ed esperimenti. Le osservazioni, secondo il metodo, fanno supporre ipotesi, ovvero le proposizioni-leggi, le quali però hanno senso solo se dimostrabili e sono vere solo se verificate attraverso gli esperimenti. Questi ultimi quindi devono essere misurati come effetti la cui legge è una causa. Il rapporto di causa-effetto non può essere osservato direttamente, ma solo postulato matematicamente. Per Galileo, dunque, come per i verificazionisti moderni, la matematica è la grammatica delle proposizioni scientifiche, le quali devono però essere verificabili con l'esperienza.

Il metodo scientifico si compone di quattro fasi:

fase induttiva: osservazione di un fenomeno; ipotesi;

fase deduttiva: formulazione della teoria e dimostrazione matematica; verifica sperimentale.

Nessuna teoria ha senso se non può essere tradotta in ipotesi concernenti leggi della natura i cui effetti siano osservabili e nessuna teoria può dirsi verificata se non dimostra matematicamente gli effetti che a loro volta saranno previsti ed ancora osservati. Il pensiero scientifico viene quindi sottoposto ad una costante critica ed anche se Galilei crede nell'oggettività assoluta delle leggi scientifiche, afferma anche che i fisici, in questo veri filosofiGalilei, Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo, sanno che la conoscenza definitiva e compiuta all'uomo non si può dare perché non basterebbe la sua vita per dar conto di tutte le esperienze possibili.

Empirismo inglese

Secondo l'empirismo inglese (i cui maggiori esponenti possono essere considerati Locke, Berkeley e Hume) la sola fonte di conoscenza è l'esperienza.

Come Berkeley afferma, infatti, "gli oggetti dell'umana conoscenza sono o idee realmente impresse dai sensi o idee formate con l'aiuto della memoria e dell'immaginazione componendo o dividendo quelle percepite dai sensi"G. Berkeley, Trattato sui principi della conoscenza umana. Non c'è quindi altro modo di formulare enunciati o giudizi a partire dai dati dell'esperienza e l'unico modo di verificarne il valore di verità è ancora utilizzando l'esperienza. I giudizi che si fondano dunque su dati che non possono essere verificati attraverso l'esperienza non sono dotati di senso e sono dunque da rifiutare come giudizi non scientifici.

Una posizione che valuta seriamente le conseguenze dell'empirismo è la versione di Hume, il quale, considerando che solo l'esperienza può fornire il valore di verità di una proposizione, rigetta tutte le proposizioni che hanno la pretesa di avere validità universale. Una legge diventa vera solo se verificata, ma una volta che sia stata verificata tramite l'esperienza, niente garantisce che quell'esperienza si verificherà ogni qualvolta si presenteranno condizioni simili che l'hanno resa possibile. La verifica di una proposizione empirica è sempre contingente, mai necessaria. Difficile per Hume, dunque, dare un fondamento definitivo alla stessa scienza nel senso tradizionale del termine, cioè come insieme di conoscenze che si vogliono certe e necessarie. Con Hume si critica la stessa legge di causa-effetto, affermando che dell'esperienza di un evento A al quale segue un evento B, posso verificare l'evento A e l'evento B, ma non la causa che ha reso possibile passare dal primo al secondo. Non posso cioè avere esperienza della stessa legge di causa effetto e per questo motivo è da rigettare come legge. Questa critica era già presente in Guglielmo d'Occam e sarà poi ripresa da Popper per criticare il verificazionismo stesso così come l'uso dell'inferenza induttiva nella scienza.

Hume in particolare, in nome del verificazionismo empirico (che lui stesso a dire il vero non avrà il coraggio di portare fino alle estreme conseguenze per non cadere in uno scetticismo anti-scientistaH. Reichembach, Experience and prediction, Chicago 1938) critica l'idea di sostanza e l'incapacità della mente di andare oltre le impressioni che in essa si depositano attraverso la sensazione. Ammettere però l'incapacità di conoscere la sostanza significa ammettere di non poter conoscere la nuda realtà delle cose e le sue leggi. Questo problema andava superato analizzando meglio il concetto di sensazione ed esperienza, come faranno i verificazionisti successivi.

L'empirismo, come molte correnti epistemologiche del successivo illuminismo francese, ha tra i suoi obiettivi lo smantellamento degli artificiosi edifici della metafisica, costruiti su discorsi il cui senso era percepito esclusivamente per la loro coerenza interna ma che, analizzati nei loro componenti, ovvero i termini di cui sono composti, risultano, essendo al di fuori dell'esperienza sensibile, privi di significato. A tal proposito si esprime Étienne de Condillac: Essi (i metafisici) sono orientati in anticipo verso una certa idea e cominciano col prendere tutte le parole che sembrano aver con essa qualche rapporto. Chi vuole svolgere lavoro metafisico si impadronisce di queste: essere, sostanza, essenza, natura, attributo, proprietà, modo, causa, effetto, libertà, eternità, etc.. Col pretesto che si è liberi di associare ai termini le idee che si vuole, li definisce a capriccio, prendendo la sola precauzione di scegliere definizioni più confacenti al proprio sistema. Definizioni che sono in relazione tra loro e che permettono di andare per conseguenze senza fine.Étienne Bonnot de Condillac, Trattato dei sistemi, a cura di Maria Garin, Laterza, Bari, 1977, pag. 26.

Positivismo

Il positivismo, a differenza dello scetticismo di Hume, crede fortemente nella possibilità di dare fondamento alla scienza purché (in questo d'accordo con Hume) rinunci alla ricerca delle cause in quanto sono queste ad essere inaccessibili all'esperienzaA. Comte, Corso di filosofia positiva, vol.2, pag. 4.

Le scienze, afferma il positivista Comte, devono ricercare le leggi invariabili della natura e come tali essere verificabili a prescindere da ogni esperienza contingente che le mostri ai sensi, ovvero devono verificarsi ogni volta che la legge lo prevede.

Sono da rigettarsi le asserzioni circa l'Assoluto e in generale metafisiche, almeno come proposizioni alle quali sia possibile applicare il metodo verificazionista positivo, anche se questo non ne esclude l'esistenza: tentare di negare una proposizione metafisica ha lo stesso significato del tentare di dimostrarla. Le proposizioni metafisiche vanno dunque tralasciate, non confutate.

Comte rifiuta il cosiddetto empirismo assoluto, il quale afferma che ogni proposizione che non sia accertata dai fatti sia da rigettare come insensata e quindi non passibile di essere assunta come proposizione scientifica. Precorrendo infatti una buona parte dell'epistemologia novecentesca, si rende conto che se è vero che nessuna teoria può essere considerata valida senza la conferma e la verificazione di fatti che essa deve poter prevedere, è anche vero che nessun fatto può essere previsto senza la guida di una qualche teoria. Anche se i fatti esistono a prescindere da chi li esperisce, nessun fatto può essere esperito come verificazione di una teoria se prima non si dà questa, nella mente del verificatore, e gli effetti che dalle sue leggi riesce a prevedere a partire da qualche causaA. Comte, Corso di filosofia positiva, vol.1, pag. 3.