Il termine massimalismo in chiave marxista nacque in seguito all'approvazione del Programma di Erfurt (Erfurter Programm), in occasione del Congresso del Partito Socialdemocratico di Germania (SPD) tenutosi nel 1891 a Erfurt, il quale si suddivideva in un programma massimo e in un programma minimoConfronta 2° capoverso. . I socialisti massimalisti affermavano di voler realizzare il programma massimo, che secondo loro avrebbe portato al traguardo dello Stato socialista.
Dopo l'approccio riformista improntato all'SPD dal Programma di Gotha approvato nel 1875, il Programma di Erfurt sanciva per il partito un parziale ritorno alla teoria e agli insegnamenti marxisti, come il completo distacco dal pragmatismo moderato di stampo lassalliano. Il decorso del dibattito programmatico nella fase precongressuale non condusse però a delle approfondite discussioni concernenti le tesi di Karl Marx.
Programma massimo Il Programma di Erfurt era composto da una prima parte teorica, redatta dal filosofo e teorico tedesco del marxismo ortodosso Karl Kautsky, il programma massimo. Kautsky stesso affermò di avere riassunto parti de Il Capitale di Marx nella stesura del suo documento, con probabile riferimento al capitolo XXIV del Libro I ed in particolare alla sezione Tendenza storica dell'accumulazione capitalistica ivi trattata. Nel suo scritto Kautsky, riferendosi al socialismo scientifico, teorizzò una tendenza verso il capitalismo monopolistico e la crescita smisurata della produttività, propugnando la teoria del distacco crescente fra capitalisti e proletari e la necessità di socializzare i mezzi di produzione, e come fine ultimo la presa del potere da parte della classe operaia. Contrariamente a Marx però, nel documento di Kautsky mancava la rivendicazione esplicita di una rivoluzione proletaria. Si costituiva così come scopo ultimo e programma massimo la presa del potere da parte del proletariato attraverso la lotta di classe e la rivoluzione sociale - come da Marx, da cui nacque il termine massimalismo o massimalisti, che indicava i socialisti "rivoluzionari".
Programma minimo
La seconda parte del Programma di Erfurt, elaborata dal futuro teorico del revisionismo marxista Eduard Bernstein, il cosiddetto programma minimo di azione politica, era costituito da una parte rivendicativa in quindici punti: suffragio universale, libertà d’espressione e di associazione, giornata lavorativa di otto ore, assistenza sanitaria, obbligatorietà e gratuità della scuola pubblica, la parità tra uomo e donna, la sostituzione delle imposte indirette con imposte dirette a carattere progressivo, ecc. Tali riforme immediate componevano delle richieste politiche che prese nel loro insieme realizzarono importanti misure democratico-repubblicane come quelle emanate dalla Comune di Parigi, e potenzialmente culminanti nella dittatura del proletariato.
A questo proposito Lenin, nel 1905, scrisse che « il compito reale che la Comune dovette adempiere fu quello di realizzare la dittatura democratica e non quella socialista », cercando in primo luogo di realizzare quello che per un partito socialista è il « programma minimo »Lenin, La Comune di Parigi e la dittatura democratica, «Proletarij», 8, 1905, in Lenin, La Comune di Parigi, 1974, p. 43. Fu attraverso le interpretazioni successive del programma di Erfurt che il concetto di un programma minimo si rispecchiò in buona parte della Seconda Internazionale. Nel breve termine, i socialisti riformisti avrebbero perseguito solo un programma minimo di richieste realizzabili, che avrebbe migliorato la vita dei lavoratori, fino all'inevitabile crollo del capitalismo. Altri partiti socialisti credevano che la realizzazione del programma minimo consentisse loro di diventare partiti di massa, potendo proseguire con la realizzazione del programma massimo. Così nel marxismo nacque il termine minimalismo, per indicare l'approccio politico dei socialisti riformisti.
In Italia Dalla nascita alla direzione del partito
Il massimalismo fu una tendenza politica presente nel socialismo italiano già dalla sua nascita. Al marxismo vicino a Marx ed Engels tuttavia, si affiancarono presto le prime tendenze revisioniste che, sull'esempio della socialdemocrazia tedesca e le elaborazioni di Bernstein, si rafforzarono enormemente dopo le prime conquiste parlamentariConfronta Capitolo I: Il periodo riformista (1892-1912). e tra i quadri delle Camere del lavoro e della CGdL. Il riformismo inizialmente alla guida del Partito Socialista Italiano in realtà era un campo diviso in tendenze differenti, che spaziavano dagli istituzionali di tendenza socialdemocratica come Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi e Angiolo Cabrini, passando per i parlamentaristi d'opposizione come Filippo Turati e Anna Kuliscioff - esponenti socialisti chiave dell'età giolittiana -, fino alle posizioni intermedie di Giuseppe Emanuele Modigliani e dell'allora direttore dellAvanti!, Claudio TrevesCapitolo: Ascesa e caduta del riformismo. .
Neanche il massimalismo però era una corrente politica omogenea. Esistevano dei massimalismi diversi tra loro, con delle particolarità e delle sensibilità specifiche, legati ad aree di riferimento quali il massimalismo rurale e il massimalismo urbano, o dipendenti dalle varie personalità come il massimalismo realizzatore di Serrati, il massimalismo nullista di Nicola Bombacci, o il massimalismo puro di Francesco MisianoConfronta 8° capoverso. . Durante il XIII Congresso del Partito Socialista Italiano di Reggio Emilia nel 1912, la componente massimalista che in quel momento portò all'emergere di Benito Mussolini come leader nazionale nonché come capo dei socialisti massimalisti, arriva alla direzione del partito, complici le lotte sociali che maturavano nel paese e che andavano sempre più assumendo un carattere anticoloniale, le rivendicazioni massimalistiche contro la Campagna italiana di Libia ed il colonialismo italiano che raccoglievano un seguito consistente, furono gli elementi decisivi a portare Costantino Lazzari e la sua ala “intransigente rivoluzionaria” alla direzione del partito. Impreparata e sospinta dalla radicalizzazione sociale avvenuta nei prodromi della guerra, e senza aver chiarito i propri nodi programmatici né aver formulato un programma transitorio che avesse potuto portare i lavoratori a terminare il programma massimo partendo da quello minimoCapitolo: Il Psi di fronte al Biennio rosso (vedi sesto capoverso)., al contrario di come riuscì a Lenin e ai suoi bolscevichi nella propria azione politica, i massimalisti italiani non furono capaci di guidare le masse popolari in una presa di potere e si limitarono ad una opposizione prevalentemente propagandisticaConfronta i capitoli: "Il massimalismo alla guida del partito" e "Il Psi di fronte al Biennio rosso". . Su questo esito influì il concetto di partito stesso, che nel caso del PSI, in cui all'epoca convivevano diverse anime, era molto diverso rispetto all'agile, centralistico ed estremamente disciplinato partito d'avanguardia bolscevico di tipo leninista. E fu questa caratterizzazione principalmente negativa dell'inadeguatezza della direzione di Lazzari del PSI - ma alla fine estesasi alla tendenza socialista massimalista tutta - che passerà ai posteri. Cioè quella di una tendenza politica "molto intransigente e poco rivoluzionaria"Capitolo: Il massimalismo, corrente centrista del Partito Socialista (vedi primo capoverso)., che "mescola ad un rifiuto categorico del gradualismo socialista un’incessante violenza nelle parole, con una preparazione rivoluzionaria di fatto assente"Confronta 7° capoverso. .
Prima guerra mondiale e radicalizzazione nel biennio rosso
Sotto l'impressione delle Conferenze socialiste di Zimmerwald e di Kienthal, dove le posizioni bolsceviche emersero a livello internazionale, e della miseria e gli orrori cui si trovò esposta la popolazione durante e dopo la prima guerra mondiale, le istanze massimaliste e rivoluzionarie del Partito Socialista Italiano prevalsero di nuovo nei congressi di Ancona (1914) e di Roma (1918). Durante il XVI Congresso tenutosi a Bologna dal 5 all'8 ottobre 1919, sull'onda lunga della rivoluzione d'ottobre in Russia e forte del successo elettorale socialista in Italia alle Elezioni politiche italiane del 1913, fu approvato un nuovo programma politico che si richiamava all'esperienza della Rivoluzione bolscevica, e che sull'esempio russo proponeva l'instaurazione della dittatura del proletariato e la creazione di soviet dei lavoratori, dei contadini e dei soldati.. Critiche dure alla linea massimalista vennero dall'estrema sinistra del PSI: Amadeo Bordiga animò una fazione, detta astensionista, che sosteneva la necessità di porsi in totale antitesi col sistema borghese, rifiutando di partecipare alle elezioniCfr. nota di Bordiga sul Soviet del 16 giugno 1919.. In tale periodo si verificarono, soprattutto nell'Italia centro-settentrionale, mobilitazioni contadine, tumulti annonari, manifestazioni operaie, occupazioni di terreni e fabbriche con, in alcuni casi, tentativi di autogestione - fermenti di socialismo dei consigli in fase embrionale - passati alla storia col nome di Biennio rosso, e che ebbero il loro culmine e la loro conclusione con l'occupazione delle fabbriche del settembre 1920Brunella Dalla Casa, Composizione di classe, rivendicazioni e professionalità nelle lotte del "biennio rosso" a Bologna, in: AA. VV, Bologna 1920; le origini del fascismo, a cura di Luciano Casali, Cappelli, Bologna 1982, pag. 179..
Lenin contro Serrati
A relativizzare l'operato - presuntamente negativo - della direzione massimalista di Lazzari e di Giacinto Menotti Serrati, vi era l'ambigua posizione di Lenin nei confronti dei moti rivoluzionari italiani durante il Biennio rosso. Il 28 ottobre del 1919, il rivoluzionario russo inviò in occidente una missiva intitolata « Al compagno Serrati e a tutti i comunisti italiani », che lAvanti! pubblicò integralmente in data 6 dicembre 1919, e nella quale scriveva di ritenere "prematura" una rivoluzione sociale in Italia. Lenin voleva congratularsi personalmente con Serrati per il successo riscosso dalla sinistra socialista in occasione delle elezioni.. Dopo aver fatto i suoi auguri, il leader bolscevico istruì i compagni del PSI « di non lasciarsi provocare, e di evitare degli affrettati e prematuri sollevamenti rivoluzionari »..
Visto la portata di tali direttive e del loro significato Angelica Balabanova, la allora segretaria della Internazionale Comunista ed incaricata a tradurre la missiva di Lenin, ritornò l'abbozzo al mittente, osservando come « queste parole avrebbero potuto essere interpretate "in senso riformista" », e pregò Lenin di « precisare meglio i suoi pensieri ». Lenin tuttavia non ritenne necessario cambiare una virgola della sua lettera. Nella corrispondenza privata Lenin dunque indirizzava la direzione massimalista all'estrema precauzione. Nel 1920, il leader russo avrebbe avviato una campagna denigratoria ai danni dei "riformisti" italiani, accusandoli di « anestetizzare la volontà rivoluzionaria del popolo italiano ».
In realtà questa campagna, orchestrata dal Comintern e dallo stesso Zinov'ev, si dirigeva contro l'area politica PSI dei "comunisti unitari" e contro Serrati, e mirava a colpire e a discreditare principalmente quest'ultimo, per la sua riluttanza a scindere il PSI., ritenendo di aver epurato il partito dal riformismo già nel XIII Congresso PSI del 1912.. Lenin tacciò Serrati, uno delle rare personalità socialiste occidentali a godere della vera stima e della simpatia personale di Lenin il quale non intendeva rompere con i turatiani, di essere “controrivoluzionario", malgrado egli stesso ironicamente fosse restio ad approvare una rivoluzione sociale in Italia....
Spaccatura sul Comintern