È noto anche con lo pseudonimo di medico-poeta, con il quale firmò le sue prime prove poetiche: L'arte poetica di Quinto Orazio Flacco esposta in dialetto milanese (1836); L'avarizia. Satira prima di Quinto Orazio Flacco esposta in dialetto milanese (1837); La prefazione delle mie opere future. Scherzo in prosa del medico poeta (1838); L'arte di ereditare di Quinto Orazio Flacco esposta in dialetto milanese (1839); Le strade ferrate. Sestine milanesi del medico poeta (1840); Il volgo e la medicina. Discorso popolare del medico poeta (1840); Amicizia e tolleranza. Satira di Quinto Orazio Flacco esposta in dialetto milanese (1841).

Biografia

Giovanni Rajberti nasce a Milano il 18 aprile 1805, nella contrada dei Fiori Chiari: suo padre, Benedetto Rajberti, è discendente da una nobile famiglia decaduta di San Martino di Lantosca, presso Nizza. A seguito della decadenza della famiglia, quindi, Giovanni Rajberti è costretto a trasferirsi in Lombardia nel borgo di Cantù, al seguito di un bisavolo paterno, anch'esso medico condotto. In quella che doveva essere un’ampia autobiografia in diciassette capitoli e firmata con lo pseudonimo L’ignorante, ma rimasta incompiuta (arriva infatti fino al battesimo), Rajberti accenna brevemente alla decadenza della sua famiglia (ricorda che la sua nascita è «segnata da uno sproposito grande» e parla addirittura di «errore» per essere venuto al mondo), usando queste parole:

«La mia nascita fu segnata da uno sproposito grande: né vi è da meravigliarsene, perché di solito la vita non è che un misero tessuto di strafalcioni e di balordaggini appunto come lo è la maggior parte dei libri. L’errore adunque che io commisi nascendo fu quello di non venire al mondo in alcuno dei palazzi degli avi miei: ma in quattro modeste stanzette, delle quali mio padre pagava la pigione coi sudori della propria fronte».

Trasferitosi dunque a Milano con il bisavolo, Rajberti inizia a compiere i primi studi religiosi presso il seminario arcivescovile della città (ricorda, sempre nell'autobiografia, che «Giunto dunque all'età da mettere giudizio, mi mandarono in una nuova scuola per apprendere il latino. Io non sapeva una sillaba d’italiano: dunque bisognava imparare il latino. […]»), che lo portano a diventare chierico e a proseguire gli studi intrapresi nel seminario di Lecco. Il suo animo irrequieto e ribelle, però, mal si conciliava con l’austerità dettata dall'educazione religiosa: infatti, abbandonato l’abito ecclesiastico dopo otto anni, Rajberti inizia la carriera liceale (si suppone basata su studi classici) e si iscrive, una volta terminato il percorso liceale, alla Facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Pavia. Consegue la laurea, scritta in lingua latina, nell'aprile del 1830 sulle qualità medicinali della valeriana, dal titolo De valeriana officinali ejusque speciebus animadversio inauguralis. Agli anni universitari, inoltre, risalgono anche i primi lavori poetici di Rajberti: nello specifico, si tratta di due elegie intitolate rispettivamente Pensieri e La partenza, le quali rispecchiano il gusto tipicamente classico unito ad un sentimentalismo romantico, ma non emerge quella vena e quell'aspetto umoristico che lo contraddistingueranno in seguito come poeta. A titolo di esempio, si riportano i primi versi del testo poetico della Partenza:

Sì, sì fuggiamo ormai!.. Me la pietosa

terra natia, me attendono le care

paterne mura!.. Oh, sante mura! Come

dolce, all’esule afflitto, si presenta

la pura calma che vostr’ombra spira!

Qui sul mio capo soverchiar di troppo

le pene io sento, e quell’ingrata, sempre

sempre la miro, e una parola amica

da quel labbro adorato non mi suona

all’orecchio giammai, né giammai viene

un sorriso gentile a confortarmi…

Quell’«ingrata», che molto probabilmente non contraccambiava l’amore del giovane Rajberti (se afferma che nemmeno «una parola amica da quel labbro adorato non mi suona all’orecchio giammai […]»), sappiamo che si chiama Eloisa – ma potrebbe trattarsi di uno pseudonimo poetico –, studentessa universitaria di Pavia, alla quale sono dedicate entrambe le elegie (Pensieri e La partenza). Se con Eloisa è stata una mera illusione amorosa, la stessa cosa non si può dire per Rosa Prina: nel 1834, infatti, all’età di ventinove anni, Rajberti si unisce con essa in matrimonio, dalla quale ha cinque figli; in seguito alla morte della moglie, passa in seconde nozze con Giuseppina Bolgeri dalla quale ha una sola figlia morta in tenera età.

Accanto ai primi esercizi poetici del periodo universitario, Rajberti ancora giovane scrive nel 1836 un poemetto di più ampio respiro in sestine milanesi, El Cholera e i Medegh de Milan, quando nell’aprile dello stesso anno imperversa nella città meneghina l’epidemia di colera, che causa in pochi mesi la morte di oltre 1.500 persone. Il testo, che ha conosciuto un’ampia diffusione in forma di manoscritto, viene sottoposto ad un ferrato controllo da parte della Imperial Regia Censura di Polizia del Lombardo Veneto a causa degli accenni malevoli nei confronti del Governo, messi in bocca al popolo: «El popol, che l’è popol in eterno, | el comenza a negà, ch’el maa el ghe sia: | disen: L’è on borridon del nost Governo | per srarì on poo i pitoch de Lombardia!». In questo sferzante poemetto Rajberti deride la superstizione del popolo milanese il quale credeva che l’epidemia fosse trasmessa dal governo austriaco («i funesti pregiudizi del popolo contro le Autorità e i medici»), e l’impreparazione delle autorità sanitarie. Chiama in gioco ironicamente Alessandro Manzoni e il Seicento descritto nei Promessi sposi in riferimento alla follia, alla superstizione e ai pregiudizi del popolo nei riguardi delle malattie. Come è stato fatto notare, la straordinarietà di questo testo raibertiano risiede nel fatto che lo stesso autore consiglia di essere tolleranti – come si dimostra lui stesso – nei confronti del popolo ignorante, perché i pregiudizi offuscano le ragioni della medicina, ma tali ragioni non vengono comprese dal popolo. In un secondo momento, l’attacco di Rajberti si sposta contro i semicolti e si muove in due direzioni: da una parte, infierisce contro di essi perché non si discostano totalmente dalla mentalità del popolo, e pertanto non offrono un loro giudizio serio sulla verità delle malattie epidemiche: di conseguenza, non fanno nulla per arginare tali pregiudizi, che si diffondono così nella società, arrecando danni alla dignità dell’uomo e alla professione medica. Dall’altra parte, invece, sostiene che la vanità dei semicolti, sintomo della scarsa cultura e inadatti a prendere una propria posizione, è data dalle meraviglie che hanno letto sugli untori e sulla fede raccontate nei Promessi sposi («avend legiuu el Manzon, | ghe sarà pars de vèss di grand sapient!»).

Se al 1836, come si è visto, si fa risalire il primo esercizio poetico sul colera in dialetto milanese, sempre in quello stesso anno la fama di Rajberti si consolida. Infatti, dopo una prima fase professionale come aiuto chirurgo presso l’Ospedale Maggiore di Milano, all’età di trent’anni Rajberti si presenta al grande pubblico della letteratura con una versione in dialetto milanese dell’Arte poetica di Quinto Orazio Flacco, dedicata a Carlo Porta e pubblicata anonima a spese dell’autore per conto della Tipografia dei Fratelli Sambrunico-Vismara. Come ricorda Giuseppe Rovani «il suo nome […] saltò fuori improvviso dal ballottaggio dell’urna comune, per aver pubblicato un lavoro letterario colle più modeste intenzioni, perché non era che una traduzione nemmeno fatta nella lingua generale della nazione, e che nemmeno portava il nome dell’autore, il quale, ad onta di tante cautele per star celato, si trovò celebre in ventiquattrore». In effetti, come si legge nel titolo stesso del componimento – «esposta in dialetto milanese» – non ci troviamo di fronte ad una traduzione («nemmeno fatta nella lingua generale della nazione») ma come afferma Enrico Ghidetti a un «travestimento», oppure di una «libera interpretazione in dialetto milanese» come sottolinea a sua volta Giovanni Maffei. Nello scritto si delineano due elementi che caratterizzeranno la scrittura di Rajberti per sempre: il campo e lo stile d’azione. Il campo è quello prettamente dell’attualità cittadina, e con essa le cose presenti nella coscienza comune, con esempi tratti dall’arte moderna e contemporanea che sostituiscono le citazioni classiche di Orazio. Sempre con le parole di Rovani: «Rajberti ebbe il felice pensiero di rinfrescare Orazio, facendolo viaggiare dal classico Tebro al naviglio della Martesana, e di vestirlo opportunatamente in maschera di Meneghino per costringerlo a collaborare pei bisogni d’oggidì». Si prenda a titolo di esempio di quanto è stato appena detto due versi tratti dall’Ars poetica di Orazio sulla tipologia dei personaggi tragici:

Sit Medea ferox invictaque, flebilis Ino

Perfidus Ixion, Io vaga, tristis Orestes.

I cui versi, se vengono confrontati con il travestimento raibertiano diventano una sestina, e la tipologia sono i frequentatori dei teatri milanesi:

L’Otell fogôs, gelôs, vendicativ;

El Jago traditor, invidiôs:

La Stuarda in preson senza motiv,

Pienna de religion e de morôs:

La Norma pronta a sbuseccà i bagaj,

S’el marì el gh’avess faccia de pientaj.

Troviamo Otello, Stuarda e Norma, quindi, nella versione di Rajberti al posto di Medea o del vecchio Achille, dell’antico Orazio. Nel “travestimento”, inoltre, l’autore offre al lettore anche dei raffinati ritratti sul carattere di un poeta o di un personaggio, come per esempio su Giuseppe Parini, il quale viene descritto attraverso le seguenti parole:

La santa stizza dell’abaa Parini |

La se sfogava in vers senza la rimma

con le quali Rajberti descrive tutta l’indole dell’autore del Giorno, assieme alla ragione e all’ispirazione degli scritti dell’autore. Se scorriamo il testo del travestimento, infine, possiamo trovare anche una critica nei confronti di Orazio stesso: la critica riguarda un passo nel quale si parla del teatro greco e della legge arbitraria dei cinque atti, con l’impressione che Orazio le avesse tratte con ammirazione da Aristotele:

E andee minga a cercà el perché percomm; |

Fee cinqu att, e fidevv d’on galantomm.