Di seguito sono trattate le informazioni e le notizie storiche sul comune italiano di Brinzio, dalla preistoria fino al terzo millennio.
Dalle origini al Medioevo Secondo la tradizione locale Brinzio sarebbe stato fondato attorno al IX secolo, allorché alcuni pastori provenienti dal vicino villaggio di Castello Cabiaglio, stabilitisi nella località detta Casée (o Casaro, dal nome del mestiere che evidentemente vi si praticava), andarono a costituire il primo nucleo del centro abitato. Questa leggenda troverebbe riscontro nel fatto che, già in tale epoca medievale, quel paese contava ben 750 abitanti ed era dunque uno dei più importanti del territorio circostante..
Restando tuttavia attinenti ai dati storicamente documentabili, la presenza antropica nel territorio brinziese è sicuramente pre-romana e verosimilmente di origine celtica, come testimoniano numerosi ritrovamenti archeologici avvenuti sul territorio comunale, nello specifico utensili e resti di focolari; la presenza di acque stagnanti e paludi probabilmente fece sì che le prime forme di insediamento avessero anche carattere palafitticolo, il che potrebbe essere alla base dell'etimologia toponomastica, laddove la radice Bri- (riscontrabile anche nel nome Insubria) indicherebbe appunto una costruzione che "scavalca" zone umide.
La zona continuò ad essere abitata anche in epoca romana, come testimonia l'attestazione della presenza, sulla collina dei Runchitt, a nord del paese, di alcune rovine «di una costruzione massiccia le cui pietre tradiscono nella lavorazione l'epoca romana». L'asserzione è altresì confermata dalla presenza, sulle cartine topografiche fino a metà '900, dell'indicazione di una località "Castello", nonché soprattutto da ulteriori ritrovamenti archeologici avvenuti nel 1937: una chiave di bronzo, alcune monete riportanti l'effigie dell'imperatore Commodo (161 – 192 d.C.), vasi fittili e altri oggetti comuni nei corredi funebri del tempo. Inoltre, nello stesso anno, nel corso di alcuni lavori di tombinatura in paese, nella corte detta «dell'Oste», fu rinvenuta una tomba intatta, di fattura palesemente risalente al periodo romano.
Il territorio della Val BrinciMarcantonio Dal Re, , acquaforte, 1741 circa. Milano, Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche. Civica raccolta delle stampe Achille Bertarelli. non era però particolarmente favorevole all'insediamento umano, in quanto poco soleggiato, malsano poiché paludoso, molto boscoso ed infestato da animali selvatici (lupi ed orsi furono una presenza costante fino ai primi del Novecento); ciò comunque non ne fermò la colonizzazione.
Dal Medioevo all'Unità d'Italia
La prima fonte scritta che attesta l'esistenza del borgo è un documento del 979 conservato presso il Sacro Monte di Varese, nel quale si annotano alcune permute di terreni e si fa menzione di un possidente denominato Bonifredo de loco Brenci. Due analoghi documenti risultano rogati in loco Brinci o Brincio rispettivamente in data 8 settembre 1133 e 2 giugno 1152. In un'altra carta, rogata l'8 settembre 1197, appaiono per la prima volta gli organi e le persone preposte al governo della comunità, che doveva pertanto già avere una propria autonomia amministrativa: in essa si annota che i contraenti Marcius de Vivencis e Giovanni detto Lei, consoli, Guido Sartor, decano, e i deputati Spinacius, Giovanni de Flumine, Pietro Bonacosa, Lanfranco Dodonus, Giovanni Arnaldi, Ambrogio Corda e Pietro Lixia vendono alla chiesa di Santa Maria del Monte numerosi appezzamenti di terreno che, stando a quanto messo per iscritto, erano da tempo affittati alla stessa.
Da ciò si deduce che il paese, facente parte della pieve di Val Cuvia (aggregazione politico-religiosa originatasi sotto il contado del Seprio), è governato da due consoli (eletti pare per un anno), un decano e alcuni deputati, più propriamente detti "vicini". L'istituto della vicinia era un organo collegiale al tempo piuttosto comune in area lombarda (costituendo una sorta di antesignano del moderno consiglio comunale), che riuniva in assemblea i capifamiglia più abbienti tra i residenti nel territorio. Nel medesimo carteggio è conservato un minuzioso verbale di un'assemblea di quest'organo, tenutasi per ratificare la transazione di cui sopra: i deputati furono convocati davanti alla chiesa (che dunque già doveva esistere) per mezzo del suono delle campane, ma alcuni di loro non si presentarono e delegarono terzi a votare in loro vece.
Nel 1346 Brinzio è menzionato nella Compartizione delle fagie, l'elenco compilato dal governo della signoria di Milano per censire i vari insediamenti abitativi e suddividere gli oneri di manutenzione stradale: la "fagia" era un tratto di strada pubblica (tipicamente una delle vie che portavano da Milano al contado) la cui preservazione in buono stato era assegnata ai borghi a seconda del loro gettito fiscale. Nello specifico, el locho de BrincioRegia Deputazione sopra gli studi di Storia Patria, Miscellanea di storia italiana, Torino, Stamperia reale, 1869, vol. 7, p. 344 era annoverato tra le entità chiamate a contribuire alla manutenzione della strata de Bola, ossia quel tratto dell'antica Via Mediolanum-Bilitio d'età romana che collegava Varese con Milano (entrandovi da Porta Comasina) passando per Bollate.
L'ordinamento consolare era ancora valido nel 1487: il 26 luglio di quell'anno si annota la risoluzione di una controversia territoriale tra gli abitanti di Brinzio e quelli di Castello Cabiaglio, grazie all'intervento dei mediatori Bernardo Rubeo de Cabialio, console di Brinzio, e dei vicini Stefano Noglani, Vaninus Petrolus ed Evangelista ScarlionoArchivio del Comune di Castello Cabiaglio; Copie instrumenti della comunità di Cabiaglio per li termini e confini colle comunità vicine et per controversie liquidate; ff. 16v – 17r.. Il permanere dell'ordinamento consolare e della vicinia è documentato in ulteriori carteggi rogati tra la fine del XVI secolo e l'inizio del XVII; in particolare il 6 aprile 1645 è attestata la presenza a Cuvio del console brinziese Giovanni Maria de Vanino, che presenzia alla cerimonia della presa di possesso del feudo della Valcuvia da parte dei nobili Stefano e Pietro Cotta, discendenti del notabile Pietro Cotta, già consigliere di Francesco I Sforza, il quale dopo essersi insediato come duca di Milano nel 1450 l'aveva ricompensato infeudandogli la pieve di Val Cuvia.
Degna di nota nelle cronache lombarde del XVI secolo è poi l'esistenza di una stirpe di capitani di ventura denominata da Brinzio, il cui capostipite (Antonio del Matto da Brinzio, anche attestato come Antonio di Brinzio, Matto di Brinzio, Matto de' Bringi o Matto dei Brizzi), schieratosi con la fazione imperiale, fu coinvolto in diverse battaglie e scorrerie in area insubre contro le forze franco-milanesi guidate da Gian Giacomo Trivulzio, che riuscirono infine a catturarlo e ucciderlo nel settembre 1517. Due anni dopo il figlio Giovanni aveva poi riorganizzato le bande paterne e proseguito l'attività filoimperiale e antifrancese, arrivando nel 1521 a tentare di prendere Como con un colpo di mano, fallito il quale era stato a sua volta arrestato e giustiziato. In successione anche i suoi due fratelli Domenico e Francesco avevano intrapreso la carriera mercenaria su posizioni anti-francesi. Non è tuttavia chiaro se tale stirpe fosse effettivamente originaria di Brinzio: tale ipotesi si legherebbe all'esistenza in area comunale di una località detta Valle del Matto, ma non trova alcun riscontro nei carteggi locali e nelle memorie popolari. Preso atto di ciò, è assai più probabile che il riferimento geografico fosse legato a Brenzio, borgo sulle rive del lago di Como poi divenuto frazione di Consiglio di Rumo e quindi di Gravedona ed Uniti.; peraltro fino a tutto il XIX secolo questa località lariana, in alcune fonti, veniva indicata a sua volta come "Brinzio", fatto che poteva ingenerare ulteriore confusione.. Sempre cinquecentesca è una delle prime rilevazioni della consistenza della popolazione, che si deve al resoconto della visita pastorale del vescovo di Como mons. Feliciano Ninguarda del 1592: il presule dà conto della presenza di 120 abitanti (dei quali 80 "comunicati") suddivisi in 24 focolari familiari.
Per trovare significative novità in ambito locale bisogna poi avanzare sino al XVIII secolo: dapprima nel 1727 il feudo valcuviano viene ceduto al conte Giulio Visconti Borromeo Arese (con i Cotta che tuttavia continuano ancora per qualche tempo a riscuotere le gabelle sul territorio, in particolare sull'imbottamento del vino), dopodiché nel 1751, morto il Visconti senza discendenti diretti, gli subentrano i Litta. Contestualmente nello Stato di Milano si approvano nuove misure atte ad uniformare il sistema di governo dei vari comuni: viene istituita la figura del cancelliere (eletto dai maggiorenti della comunità con votazione palese), che affianca i consoli nel gestire i riparti fiscali e tenere le scritture (custodite presso la chiesa di San Pietro), mentre viene soppressa l'assemblea vicinale. Il primo cancelliere brinziese, attestato in un documento del 1751, si chiamava Carlo Antonio PiccinelliArchivio di Stato di Milano; fondo catasto, Como, distretto XVIII e XIX Cuvio e Arcisate, cart. 3037.. Dal punto di vista amministrativo il paese risulta inserito nel XVII distretto di Cuvio.
Stando ai documenti, alla metà del XVIII secolo gli abitanti censiti sono 262 e vivono tutti in modo assai misero (il censo feudale era di 18 lire e 3 soldi, col pagamento al podestà di tre lire all’anno): molti di loro emigrano verso altre località in cerca di migliore fortuna. L'economia è prettamente agricola di sussistenza e tra le poche fonti di guadagno è segnalata la produzione e vendita di legnami. L'alimentazione è poverissima e imperniata sulle castagne: ai primi del XIX secolo un prevosto annota nel proprio diario che, a seguito di una tempesta che ha danneggiato gran parte degli alberi da frutto (causando tre anni di carestia), sul volto degli abitanti si vede «l'ombra della morte». Annoso risulta anche essere il rischio idrogeologico, a causa della grande quantità di torrenti e ruscelli che si riversano nella vallata brinziese: sempre le memorie del predetto parroco danno conto del tragico destino di un mugnaio, trascinato via col proprio mulino dalla piena di un corso d'acqua causata dalle forti precipitazioni, p. 10.
Nel 1781 le cronache locali danno conto, con una certa enfasi, del presunto ritrovamento di tracce d'oro in località "monte del Castello" (lungo l'alto corso del torrente Valmolina) ad opera del brinziese Pasquale Vanini e dell'antronese Giovanni Zagh: viene incaricato di analizzare il ritrovamento il naturalista padre Ermenegildo Pini, il quale tuttavia smorza gli entusiasmi riscontrando nel materiale cavato la presenza unicamente di pirite, quarzo e litomarna.. La presenza di questi elementi è confermata anche da Carlo Amoretti in una pubblicazione del 1801, nella quale si dà conto anche della presenza di ferro nel monte Legnone, separante Brinzio dalla Madonna del Monte: i siti estrattivi, noti fin dal XIV secolo, erano noti come Cattarabbia e Valle dei Ferrée (o Farée, nome dialettale dei fabbri ferrai); l'entità dell'estrazione era comunque modesta nelle quantità e la relativa lavorazione, condotta con metodi rudimentali, avveniva in località Fusinàsc, presso la cascata del Pesegh, dove poi verrà eretta la filanda. Amoretti precisa comunque che la quantità è tanto infima da non giustificare uno scavo più sostanziale; nel 1854 il collettaneo Dizionario corografico della Lombardia riporta invece che l'escavazione non viene effettuata per mancanza di combustibile. Ancora nel 1878 Leopoldo Maggi censisce undici varietà di minerali ferrosi nella conca brinziese, unitamente a melafiri, feldspati, allume e vari scisti.