Una città di fondazione è un insediamento urbano nato non spontaneamente, ma sulla base di una precisa volontà politica e di un progetto urbanistico. In genere, le città di fondazione sono costruite nella parte fondamentale, detta "nucleo di fondazione", tramite un intervento unitario realizzato in tempi brevi e con una precisa conformazione geometrica, spesso caricata di significati simbolici e modelli ideali (vedi Città ideale).

Non sempre la distinzione tra formazioni urbane "spontanee" e "pianificate" è totalmente chiara, e neppure i tempi brevi della realizzazione e la regolarità della conformazione geometrica sono assolutamente determinanti, visto che esistono centri urbani dalla geometria irregolare frutto di un preciso piano, strutture regolari determinate solo dalla topografia dei luoghi e nuclei urbani cresciuti lentamente nel tempo secondo un concetto urbanistico preciso e condiviso anche se non graficizzato,. mentre l'apparenza "caotica" di molti insediamenti è il possibile prodotto di stratificazioni storiche più che della mancanza di pianificazione.

La fondazione come rito La fondazione di una città o comunque di un insediamento è stato oggetto di particolari riti fin dalle civiltà antiche. Si pensa che a partire dall'epoca della rivoluzione agricola sia nata l'esigenza, per giustificare e dare legittimo fondamento all'appropriazione di uno spazio che veniva sottratto completamente al dominio della natura, di sancire un'origine divina per il proprio insediamento stabile per coinvolgere direttamente gli dei nelle sorti della città e legarli al territorio cittadino. Il nuovo tipo di organizzazione economica rendeva inoltre necessario un nuovo ordine sociale e religioso di cui diventava simbolo tangibile la città, resa sacra insieme al sovrano e contrapposta a quanto la circondava, spazio umano delimitato e sottratto al caos della natura.

Sin dal mondo antico la fondazione costituiva quindi un'operazione non solo profana, di carattere politico-militare, ma anche e soprattutto "religiosa" che trovava un parallelo nel tracciamento e nella fondazione di un templum o spazio sacro e che passava dalla scelta del luogo ideale, del tipo di terreno più adatto e della sua posizione rispetto all'orizzonte circostante e dalla determinazione del momento astrale più favorevole per fondare la città con implicazioni anche esoteriche.

La fondazione è quindi il momento nel quale, nelle varie epoche storiche, si affermano differenti forme del Sacro: dai riti pagani di fondazione, caratterizzati dai sacrifici e dall'osservazione delle stelle a quelli cristiani basati sul sangue dei martiri e le loro reliquie, fino ad arrivare ai santi laici, cittadini meritevoli o caduti in guerra ai quali si dedicano strade e monumenti.. La città è così posta sotto la protezione di divinità, numi o santi tutelari e protettori e diventa anche il luogo dei suoi eroi, divinità, santi, martiri; è il contesto in cui si erigono templi, talora nella posizione più elevata (acropoli).

Per estensione ogni edificio è sacro nella misura in cui è sacra la cerimonia della sua fondazione.

Particolare valore sacrale veniva in genere riconosciuto alle mura, il cui tracciamento in fase di fondazione era regolato, per esempio nel mondo romano, da precise prescrizione religiose. Tale è il loro carattere che devono essere riconsacrate, soprattutto se la città subisce un particolare evento traumatico. Le porte della città segnano un confine spesso demarcato non solo da difese fisiche (torri, fossati, cancelli), ma anche da simboli che evocano una protezione magica dello spazio urbano (immagini sacre, corna, simboli apotropaici, statue minacciose)..

La fondazione greca di città

L'antichità greca nel secolare processo di colonizzazione avviato in molte aree del Mediterraneo, mise a punto durante la complessa evoluzione culturale, e in particolare nel V secolo, un modello di strutturazione che rappresenta una delle prime esperienze di pianificazione urbana e di applicazione di uno schema planimetrico ortogonale esteso a un'intera città, che ebbe molta importanza nella successiva evoluzione dei modelli urbanistici per le città di nuova fondazione.

Nonostante venga generalmente attribuito a Ippodamo di Mileto, l'elaborazione di uno schema planimetrico costituito da un reticolo ortogonale fatto di strade principali (plateiai) e strade secondarie (stenopoi), che divide lo spazio in isolati quadrangolari regolari o più spesso in strigae molto allungate (come a Neapolis), è precedente a Ippodamo.

Tale metodo urbanistico era già stato applicato empiricamente in precedenza nel mondo greco e anche in civiltà diverse da quella greca anche se in maniera non totalmente organica a un'intera città. Il controllo geometrico della conformazione di una nuova città fu utilizzato dai Greci fin dal VII e VI secolo, in occasione, per esempio, della fondazione di nuovi centri urbani sulla costa ionica come Smirne (VII secolo), nella Magna Grecia come Metaponto o in Sicilia come Megara Iblea (VI secolo), che si differenziano da altre colonie per la regolarità degli isolati e per l'ortogonalità di alcuni assi viari.

Assi ortogonali adattati alla natura orografica dei luoghi si ritrovano in molte altre colonie come Siracusa, Taranto, Locri, Selinunte, Solunto, Poseidonia.. In questo tipo di impianto, mancando spesso un centro integrato nella griglia ortogonale, i singoli isolati avevano tutti un'importanza equivalente. Il centro simbolico e funzionale della città era invece quasi sempre in posizione decentrata, tradizionalmente ubicato su alture (acropoli) e con una struttura urbanistica propria.

Ippodamo di Mileto probabilmente teorizzò la fondazione di nuove città mediante l'applicazione dello schema ortogonale. Aristotele gli attribuisce la concezione della struttura a griglia con le strade che si intersecano ad angolo retto, delimitando ordinatamente isolati residenziali di forma quadrangolare. Riferisce anche l'aspetto più politico del pensiero di Ippodamo che prefigurava non solo l'ordine urbanistico, ma anche l'ordine sociale di una sorta di città ideale che avrebbe dovuto ospitare al massimo abitanti, divisi in tre classi: quella degli artigiani, quella degli agricoltori e quella degli armati, i difensori della patria.Aristotele, Politica, 8, 1267 b-1269 a.

L'applicazione dello schema ippodameo così come ipotizzato, si ebbe probabilmente per opera dello stesso Ippodamo, nella ricostruzione di Mileto città dalla quale era originario. Un altro esempio ricordato spesso è la città portuale del Pireo. Tuttavia la prima realizzazione esemplare della scacchiera con modulo quadrato progettato da Ippodamo potrebbe essere la città della Magna Grecia Thurii, presso Sibari, città di fondazione nata nel 444 a.C. su iniziative di Pericle e di molte città della madrepatria, che rappresentò l'intento di tradurre un progetto politico in architettura urbana, con il probabile intento di farne un centro coloniale panellenico.: tra i suoi "padri" fondatori, oltre Pericle, potrebbero esserci il sofista Protagora e il progettista Ippodamo di Mileto, facendola ritenere da alcuni studiosi il vero modello dell'impianto ortogonale e reticolare "ippodameo".

Le applicazioni dello schema ippodameo continuarono anche in epoca ellenistica (Priene, Alessandria) quando lo schema si arricchì di elementi di complessità, come la presenza un centro urbano localizzato nel centro geometrico della città (Pella), che hanno fatto ipotizzare una derivazione dell'urbanistica romana da quella ellenistica, o comunque una comunanza di modelli.

La fondazione etrusca di città

Il rito di fondazione La tradizione letteraria greca e latina attribuisce con notevole concordia un'origine etrusca al rito con cui Romolo avrebbe fondato Roma. Varrone afferma che molte città del Lazio furono fondate etrusco ritu; Plutarco racconta che Romolo, accingendosi alla fondazione, fece venire dall'Etruria degli esperti che gli insegnarono riti e formule come se si trattasse di un'iniziazione sacra; alla stessa tradizione si richiamano Livio e Macrobio, la cui notizia risale probabilmente all'erudito Granio Liciniano. Fa eccezione il silenzio di Dionigi di Alicarnasso, che gli studiosi spiegano con la volontà dello storico di presentare Roma come città greca.Varrone, De lingua Latina, V, 143; Plutarco, Romolo, 11, 1-2; Livio, I, 44; Macrobio, Saturnalia, V, 19, 13. Cfr. ; . Le prescrizioni relative alla fondazione delle città erano contenute nei libri rituales della disciplina etrusca: secondo la definizione di Festo, vi era scritto «quo ritu condantur urbes, arae, aedes sacrentur, qua sanctitate muri, quo iure portae».Festo, p. 358 L. Cfr. ; .

La ricostruzione moderna del rito si fonda soprattutto sul racconto della fondazione romulea. Il momento preliminare, cioè la presa degli auspici mediante l'osservazione del volo degli uccelli dallauguraculum e la dottrina del templum, è ricondotto dagli studiosi al diritto augurale romano e alle tradizioni italiche più che a un'eredità etrusca.; . Al centro dell'area prescelta veniva scavata una fossa circolare, il mundus, nella quale il fondatore e i suoi compagni gettavano primizie e zolle di terra; la fossa veniva quindi ricolmata e sopra di essa si accendeva il fuoco di un altare.Plutarco, Romolo, 11, 1-2; Ovidio, Fasti, IV, 821-824. Cfr. . Prendendo il mundus come centro, il fondatore tracciava il sulcus primigenius con un aratro dal vomere di bronzo, aggiogato a un toro sul lato esterno, a destra, e a una vacca su quello interno, a sinistra (bianchi secondo Ovidio); con il capo velato dalla toga secondo il cinctus Gabinus, guidava l'aratro in modo che le zolle ricadessero verso l'interno e lo sollevava nei punti destinati alle porte. Il solco, dal quale prendevano simbolicamente origine il fossato e il muro, definiva un confine sacro e inviolabile, il pomerium (per Varrone così chiamato perché post murum), mentre le porte, escluse dall'aratura, restavano giuridicamente «profane» e quindi attraversabili; l'uccisione di Remo, che aveva scavalcato il solco appena tracciato, fungeva nel racconto da paradigma di tale inviolabilità.Catone, Origines, fr. 18 Peter (= Servio, Ad Aen., V, 755); Varrone, De lingua Latina, V, 143; Ovidio, Fasti, IV, 819-836; per il vomere di bronzo, Macrobio, Saturnalia, V, 19, 13. Cfr. ; . Secondo Dominique Briquel il rito, adottato dai Romani, fu probabilmente in parte alterato: il cinctus Gabinus, ad esempio, sarebbe estraneo agli Etruschi, dal momento che il cosiddetto "aratore di Arezzo", interpretato come un fondatore intento a tracciare il solco, indossa non la toga ma un mantello di pelle animale simile a quello degli aruspici..

Gli studiosi sottolineano che questa immagine del rito riflette il punto di vista romano. Già Georges Dumézil osservava che non tutto ciò che i Romani qualificavano come etrusco lo era effettivamente; Catone e Dionigi descrivono il rituale senza indicarne l'origine, e Macrobio è l'unica fonte antica ad associare esplicitamente la fondazione delle città etrusche alla disciplina.. Corinna Riva ha rilevato inoltre che nessun autore romano attribuisce agli Etruschi l'arte augurale e che l'origine etrusca dello stesso sulcus primigenius non è verificabile sulla base delle fonti, invitando a non prenderle alla lettera; altri studiosi, come Giovanni Colonna e lo stesso Briquel, ritengono invece la tradizione sostanzialmente attendibile.; per le posizioni a confronto, .