Biografia Francesco nacque ad Ancona da genitori bagnacavallesi nel 1809, poiché il padre Antonio era a quell'epoca “Ricevitore generale delle imposizioni dirette” dei Dipartimenti del Metauro, Musone e Tronto.

Gli studi universitari permettono a lui ed al fratello maggiore Pietro di fare parte di un ambiente che propugnava le idee della libertà e delle riforme – Pietro dopo la laurea in Medicina si darà agli studi di botanica, Francesco diverrà avvocato. Nascono le amicizie con coloro che condividono gli stessi ideali e questi inducono ad impegnarsi nella lotta politica; nella stessa Bagnacavallo come nella vicina Lugo, grossi borghi agricoli della Legazione di Ferrara non privi di una certa tradizione culturale, vi sono elementi liberali con cui fraternizzare: basti citare Pietro Beltrami ed il conte Oreste Biancoli, nonché Silvestro Gherardi e Federico Pescantini.

Pietro prese parte ai moti del 1831-32, partecipando anche alla battaglia di Cesena, e fu costretto a partire per l'esilio come gli altri liberali. Non sono stati trovati documenti che comprovino la partecipazione di Francesco a tali moti: sappiamo solo che il suo nome compare nei registri della polizia, la quale fin dal 1833 inizia una più stretta vigilanza e una più rigorosa repressione in Romagna: infatti “fin dal 1834 la Direzione Generale di Polizia di Ferrara lo diceva pregiudicato in linea politica”, e “nel 1836 era nella lista dei compromessi”, anzi viene definito “il maggior compromesso politico di costì”, cioè di Bagnacavallo, il che significava nei suoi riguardi la più stretta sorveglianza.

Francesco, nonostante la sua giovane età, diviene il punto di riferimento per i liberali a Bagnacavallo, almeno per i moderati: ragionando molti anni dopo su quel periodo con il fratello Pietro, ammette il suo ruolo in patria.

Nello stesso anno 1836 Francesco contrae matrimonio con Domenica Roversi di Bagnacavallo, dopo non pochi screzi con il padre contrario a tali nozze. Nel 1838 la sua casa è allietata dalla nascita di due bambine: il 1º gennaio Emilia Adele, che morirà dopo pochi giorni, e il 29 dicembre Ernesta Marianna. Tempo dopo - non conosciamo la data - nascerà Ciro.

Nel 1841 troviamo Francesco tra gli anziani della Magistratura di Bagnacavallo. In quell'anno l'amico Luigi Carlo Farini lo informa che intende partecipare al concorso per “Medico primario” di quel comune. Il Consiglio Comunale scelse un altro medico, ma dall'epistolario di Farini risulta una stretta amicizia tra i due: per il medico e patriota di Russi Francesco è “uno dei miei più cari amici e degli uomini più stimabili di Romagna”; e una calda amicizia li lega anche a Francesco Lovatelli e ad Alessandro Rasponi di Ravenna, a Pietro Beltrami, a Giacomo Manzoni di Lugo, a Marco Minghetti e ad Antonio Montanari di Meldola che sarà ministro nel governo costituzionale di Pio IX . È del 1844 una lettera da Parigi di Farini a Francesco nella quale critica un'opera di Gioberti – si tratta del Primato uscito l'anno precedente – affermando che una lega di principi italiani non è possibile per la presenza dell'Austria in Italia. L'anno successivo da Lucca Farini chiede informazioni sull'ospedale di Bagnacavallo – già Francesco gli aveva fornito notizie sulle risaie per un suo libro – ma Bubani riuscirà ad esaudire la richiesta solo nel 1848 perché nel frattempo sarà arrestato.

Il ruolo nei moti delle Balze Dopo il colpo di mano del 1845, cioè il moto delle Balze di Scavignano, l'avvocato Bubani viene arrestato il 5 ottobre e “complicato, con quelli della mischia delle Balze, nel processo di insurrezione contro il governo”, processo che egli, come patriota ed avvocato, definirà iniquo. A quanto pare il giudice inquirente non trovò nulla contro di lui, tuttavia ordinò la continuazione dell'arresto, non riuscendo a credere che a Bagnacavallo si ordisse un'insurrezione senza la sua partecipazione. Lo stesso Farini in una lettera del 24 ottobre scrive: “Intanto in queste i preti governanti imbestiano più che mai, e cacciano ne' ferri popolani, ed insieme qualche distintissimo uomo; fra i quali io ho pianto amaramente che sia l'avvocato Bubani, ottimo fra i buoni, chiaro per lettere e per incorrotta vita” .

L'insurrezione delle Balze mosse da Faenza e da Bagnacavallo, organizzata e capeggiata in quest'ultima località da Pietro Beltrami. Questo moto fu giudicato “segno infallibile delle condizioni gravissime dello Stato e dell'intera nazione” dallo stesso D'Azeglio, il quale additò come rimedio radicali riforme nello Stato romano ed approfittò dell'accaduto per esporre l'idea dell'unione dell'Italia sotto un sovrano nazionale.

Dalla lettera di un prelato bagnacavallese, monsignor Lorenzo Ilarione Randi, apprendiamo che il governo pontificio era mal tollerato nella cittadina. Lorenzo scrive di un incontro con il card. Orioli - anch'egli di Bagnacavallo - il quale, commentando il moto delle Balze, “proferì queste parole: ”Vedo che nel mio paese poche sono le persone che gradiscono e ben disposte verso il governo, togliete vostro padre e Bubani [Antonio, padre di Francesco, ndr] e tutti gli altri sono della medesima specie” .

Il Massaroli mette in dubbio la partecipazione diretta di Francesco all'azione: “fu promotore di quel moto, ma pare non seguisse il Beltrami” . L'avvocato Bubani in realtà è determinato a non partecipare di persona al moto di cui intuisce il fallimento e le gravi conseguenze: egli appartiene a quella parte dei liberali che sono contrari all'azione, limitandosi alla sola protesta ed escludendo la violenza.

Dagli atti del processo risulta che secondo il giudice istruttore per l'avvocato Francesco Bubani: la «spinta al delitto» o motivazione era la familiarità con i «più noti faziosi delle quattro legazioni». A suo carico v'era una denuncia di polizia secondo la quale era universalmente ritenuto «caldo liberale, anzi fanatico», spesso visto in compagnia di persone «compromesse e forestiere».

Secondo i rapporti delle «autorità giudiziarie, politiche e militari» Bubani non aveva partecipato all'insurrezione armata, ma era noto come liberale e si riteneva che avesse preso parte all'ideazione del moto insieme a Beltrami che lo aveva lasciato a Bagnacavallo «quale agente e corrispondente». Il giudice scrive che perlomeno conosceva le trame del Beltrami e non avendole palesate alla polizia aveva commesso il reato di «non rivelazione». D'altro canto il De Luca deve ammettere che a carico del Bubani non vi sono condanne «in materia criminale», anzi in diversi attestati anche del vescovado, presentati dal padre Antonio, era «lodata la di lui morale».

Le spie erano dappertutto – come abbiamo già detto – e con «segreta denuncia» si raccontava che Francesco aveva accennato all'insurrezione nella salsamenteria di Giovanni Fabbri, ma l'unico testimone udito aveva negato il fatto. Un'altra denuncia lo accusava di tenere «giuoco proibito» in casa di Battista Vaccolini insieme a Biancoli, Calderoni, Vitelloni e Contarini: tutti costoro avevano partecipato al moto. Il gioco d'azzardo era in realtà «pretesto a riunioni sediziose», ma non si erano trovati testimoni a conoscenza della cosa.

Il carteggio di Francesco – scrive il giudice – lasciava qualche dubbio che «in alcuni segreti concetti» fosse nascosto un accordo con coloro che portavano avanti le «mene sediziose»: non era molto per tenere qualcuno in galera, anche per un giudice fornito di speciale delegazione come Agatone De Luca Tronchet, vale a dire giudice istruttore di un tribunale speciale di uno stato che non scherzava con i sediziosi. Poca acqua portavano al mulino del “teorema accusatorio” di Agatone le due lettere di Giuseppe Tonti che aveva partecipato al fatto d'armi delle Balze con gli altri bagnacavallesi. Tonti informava Bubani della scaramuccia, narrava che gli insorti avevano «ceduto le armi» ed intendevano espatriare in Francia, nazione che provava qualche simpatia per i liberali italiani, e nella seconda lettera affermava un poco teatralmente «siamo stati traditi, si traditi», forse da coloro che, nonostante le promesse, non avevano preso parte al moto. Bubani da abile avvocato si difendeva affermando di conoscerlo solo per essersene servito come tintore: i disgraziati di Bagnacavallo si rivolgevano a lui che assisteva tutti gratuitamente e grazie a tale «popolarità» anche Tonti, in quel momento di sventura, aveva scritto a lui, la lettera non poteva certo provare un suo accordo con i rivoltosi.

Come si è detto l'arresto di Francesco avvenne ai primi dell'ottobre 1845. Una lettera della moglie, datata “1 del 46” da Bagnacavallo, diretta a monsignor Randi è un documento delle tristi condizioni in cui versavano le famiglie dei politici: “Il processo di mio marito, tuttora chiuso nelle Carceri di Ferrara, pare certo, già inoltrato costà alla Segreteria di Stato, ovvero alla Consulta. Consapevole della gentilezza, ed ho buona ragione di credere, pur anche della umanità, che lo distingue, mi fo coraggiosa avanzare una preghiera, e quale può fare una moglie nella situazione in cui io mi ritrovo, onde voglia, e per sé, e per mezzo delle persone, con cui Ella ha buona relazione, giovare per quanto possibile, alla causa del ricordato mio consorte che è pure la mia, e dei miei due disgraziati quanto innocenti bambini. So che il di Lei Zio Frate [Padre Agostino Proja Sottosagrista del papa, ndr] è ben veduto da S. Santità…” .

Monsignor Randi, data l'amicizia che legava le due famiglie, si dimostrerà veramente interessato al caso. Non ci è dato conoscere se lo zio Padre Agostino muovesse qualche passo in favore di Francesco. È molto da dubitare però che “vivo Gregorio” e i gregoriani, come lo era Padre Agostino, i “progressisti”, cioè i liberali, potessero sperare in un atto di clemenza. Il decesso di Gregorio avvenne sei mesi dopo la lettera piena di umanità e dignità di Domenica Roversi Bubani.

Un'entusiasmante atmosfera si respira a Roma in seguito all'elezione di Pio IX: l'8 luglio mons. Randi ne scrive al padre informandolo dell'amnistia che “si dice doversi concedere nel giorno dell'Incoronazione”. Il perdono generale era invocato da tutti i ceti sociali, tant'è vero che se fosse stato concesso “stavano pronti molti giovani Romani per trarre a mano la carrozza di S. Santità quando da S. Pietro entrava in Quirinale”. Dopo aver aggiunto altri particolari, tra cui quello di costume che i signori e persino le signore vestivano prevalentemente di bianco e di giallo, i colori del papa, Lorenzo prosegue: “Intanto però S. Santità accoglie ogni supplica, e fa la grazia ad ognuno che la implori, essendone stati già a quest'ora assoluti parecchi anche del ‘31. Per questo io sono stato indeciso per avanzare una supplica per il Signor Francesco Bubani ritenendo di far cosa grata non solo al medesimo, ma anche al Signor Antonio, ma parlandone con persona di autorità e precisamente il Segretario di Consulta il quale è uno dei Giudici, ed ha ben studiato il processo, ne sono stato sconsigliato, persuadendomi egli di aspettare dopo l'amnistia, nel caso che non vi fosse stato compreso. .

L'amnistia generale favorì il Bubani il quale fu liberato dal carcere di Ferrara il 23 luglio, cinque giorni dopo il promulgamento dell'amnistia stessa, e ritornò a Bagnacavallo dopo dieci mesi esatti dal moto delle Balze, il 25 luglio: “il Popolo gli andò incontro fino oltre la Porta della Città con bandiere ed acclamazioni, essendo egli assai amato dai suoi concittadini per i suoi talenti, buone maniere e filantropia” .

All'atto della liberazione il contegno delle autorità di Ferrara nei confronti dell'avv. Bubani mutò totalmente. Lasciamolo raccontare a lui stesso nella lunga lettera al fratello Pietro: