In diritto, il delitto d'onore è una tipologia di omicidio commesso per recuperare l'onore della propria famiglia, che si considera perduto o compromesso.
Il delitto d'onore ha origini antichissime: è, infatti, documentato nel Codice di Hammurabi, una fra le più antiche raccolte di leggi scritte, risalente al XVIII secolo a.C. e appartenente alla civiltà babilonese. Nel corso della Storia europea, il delitto d'onore è stato prima previsto, poi tollerato e infine abolito dalla legislazione vigente.
L'idea alla base del delitto d'onore è che il comportamento di un membro della famiglia non riguarda solo lui, ma appunto tutta la sua famiglia. Se il comportamento di questa persona non è conforme alle regole sociali, la famiglia viene "disonorata" perché essa dimostra di tollerare al suo interno questo comportamento, che invece viene giudicato inaccettabile dalla comunità.
Generalmente il comportamento in questione riguarda la castità femminile, in particolare l'essere vergini prima del matrimonio e il restare fedeli durante il matrimonio (cioè non commettere adulterio); la considerazione del divorzio cambia secondo le epoche.
Così come il duello, il delitto d'onore nasce come un modo di "lavare con il sangue" la "macchia" sulla reputazione della famiglia.
L'omicidio di una donna per causa d'onore è stato analizzato come un caso particolare di femminicidio, che si inquadra in una matrice culturale patriarcale in cui la donna è "proprietà" del marito e va mantenuta 'integra' all'interno del "recinto" del matrimonio. Tuttavia, le vittime del delitto d'onore potevano essere non solo delle donne, ma anche uomini (amanti o aggressori della donna). Gli eventuali figli di un rapporto extra-coniugale (prole illegittima) subìvano un destino differente a seconda delle epoche storiche.
La pratica dell'ordalia e le sue equivalenti intendevano evitare di uccidere una persona che fosse calunniata, tramite quello che veniva considerato un "giudizio divino" sulla sua innocenza.
Delitti contro l'onore e delitto d'onore
Nelle legislazioni in cui è contemplato, l'onore, cioè la reputazione sociale, è riconosciuto come un valore rilevante.
Coloro che perdono l'onore vanno incontro a forme di ostracismo: non vengono più trattati con rispetto e dignità, i conoscenti possono togliere loro il saluto, i commercianti possono smettere di vendere loro le merci ecc.
Ancora oggi, vengono detti delitti contro l'onore dei delitti penali che attentano alla reputazione di una persona. Per esempio, la diffamazione o l'ingiuria: non danneggiano la persona concretamente, ma danneggiano la sua reputazione in società, la ostracizzano e quindi comunque le procurano un danno anche grave.
Si pensa che la persona "offesa nell'onore" abbia il diritto di difendersi.
Così come il duello, il delitto d'onore nasce come difesa della reputazione di una persona o di una famiglia. Dal XV secolo fino circa al XIX secolo, il duello veniva usato in Europa per ottenere "soddisfazione", cioè appunto ristabilire l'onore e la rispettabilità di una persona. Chi si rifiutava di battersi in duello perdeva il suo onore ed era coperto di "disonore" (diventava cioè "disonorato"). Per esempio, nel film Pasqualino Settebellezze (1975), tratto da una storia vera accaduta a Napoli negli anni 1930, un guappo decide di uccidere in un duello rusticano un lenone che aveva obbligato con l'inganno sua sorella a lavorare come prostituta, quindi "disonorandola", perché da un lato le toglieva l'onore del matrimonio dall'altro la obbligava a un mestiere considerato disdicevoleGiulia Garofalo Geymonat, Vendere e comprare sesso.Tra piacere, lavoro e prevaricazione., 2014, il Mulino, ISBN 978-88-15-24485-7.
Analogamente, il delitto d'onore era considerato un modo di "lavare nel sangue" una "macchia" sulla reputazione della famiglia. La macchia riguarda generalmente la condotta sessuale di una donna relativamente all'istituto del matrimonio. Se viene messa in discussione la sua verginità, castità e purezza, viene intaccata di conseguenza la rispettabilità di tutta la sua famiglia, in quanto essa tollererebbe un comportamento non conforme alle norme sociali.
Circostanze Come si è detto, il delitto d'onore si inquadra nell'istituto sociale e giuridico del matrimonio. Chi compie un delitto d'onore generalmente considera che la donna in questione ha perduto la sua castità e con essa, il suo onore. Di conseguenza, il marito della donna oppure la famiglia di lei possono decidere di ucciderla, quando ella viene accusata di: avere rapporti sessuali prima del matrimonio e dunque non essere più vergine al momento del matrimonio.; rifiutare un matrimonio combinato o un matrimonio forzato; chiedere il divorzio o separarsi dal marito; tradire il marito.
Il delitto d'onore può quindi prendere la forma di un uxoricidio, se la vittima è una moglie. Se la vittima è una madre, si parla di matricidio, se è una sorella si parla di sororicidio e se è una figlia di figlicidio. Queste ultime tre categorie vengono solitamente fatte rientrare nella categoria del parricidio.
Sia la perdita della verginità che il tradimento del marito possono avvenire per volontà della donna, oppure a seguito di uno stupro. Per esempio, nel 2009 i giornali italiani hanno riferito di una giovane giordana che era stata uccisa da suo zio, perché era stata violentata. Alla base di questo comportamento è l'idea che la donna sia sempre consenziente a un rapporto sessuale: l'espressione latina Vis grata puellae ("la violenza è gradita alla fanciulla") esprimeva l'idea che nel corteggiamento l'uso della violenza non è mai completamente sgradito alla donnaVincenzo Carbone, "Alla ricerca dell'arte del giudicare: perché i giudici credono ancora alla 'vis grata puellae'?", Corriere giuridico, 16(3), 1999, pp. 371-374. Le critiche femministe parlano a questo proposito di cultura dello stupro, una mentalità che normalizza e incoraggia l'aggressione sessuale.
Messa a morte dell'amante o aggressore Il delitto d'onore è documentato nel Codice di Hammurabi (XVIII secolo avanti Cristo): il rigo 129 stabiliva che se una donna sposata fosse colta in flagrante a tradire il marito con un amante, sia lei che l'amante avrebbero dovuto essere uccisi, tramite annegamento. Se però si trattava di una giovane non sposata, si presumeva la violenza sessuale e dunque veniva messo a morte soltanto l'uomo.
Nell'Antica Grecia, le Leggi di Dracone stabilivano che il reato di omicidio doveva essere riconosciuto da un tribunale; tuttavia vi era l'eccezione dell'"omicidio giusto" (φόνος δίκαιος, phónos díkaios)Demostene, Contro Leptine (XX), 158.: in caso di relazione extra-coniugale della moglie, della figlia, della sorella, della madre o della concubina, al cittadino ateniese era consentito ucciderla, se colta in flagranza di reato. Con la sua orazione "Per l'uccisione di Eratostene", Lisia assunse la difesa del cittadino ateniese Eufileto, accusato di aver ucciso premeditatamente Eratostene di Oe; Lisia intendeva dimostrare la legittimità dell'omicidio presentandolo come un caso di "φόνος δίκαιος" (phónos díkaios), sostenendo che Eufileto avesse ucciso Eratostene perché quest'ultimo intratteneva una relazione adulterina con sua moglie.
Nell'Antica Roma, la Lex Iulia de adulteriis coercendis emanata dall'imperatore AugustoLa familia romana: aspetti giuridici ed antiquari. Concubinato. Divorzio. Adulterio. Parte terza. Carla Fayer. L'Erma di Bretschneider, 2005, pag. 212. autorizzava l'omicidio della donna e dell'amante di lei, anche se solo in determinate circostanze (per esempio, se l'amante era di una classe sociale più bassa). Si prevedeva inoltre l'esilio o altre pene pecuniarie. Ciò valeva non solo per l'adulterio in senso stretto (crimen adulterii) ma anche per incesto, stupro e lenocinio.Orazio, Carmina 4, 5, 21 sgg.; Carmina 4, 5, 9 sgg.; Ovidio, Fasti 2, 139; Ovidio, Ars Amatoria 3, 613 sgg.. In epoca imperiale, si riscontra la graduale reintroduzione o accettazione del delitto d'onore da parte del marito, che riceveva uno sconto di pena in virtù del "giusto dolore" (iustus dolor) che provava vedendosi tradito. Marco Aurelio e poi Commodo punivano l'omicida per non aver saputo controllare i propri sentimenti, ma non con la pena prevista per gli omicidi generici, bensì con i lavori forzati (per le basse classi sociali) o la relegatio in insulam (per le alte classi sociali). La familia romana cit. nn. 556-7 pagg. 360-1. Anche l'uccisione dell'adultero da parte del marito, accettata dalla Lex Iulia solo in determinate condizioni, qualora avvenisse in condizione d'illegalità diveniva giustificabile e punita con pena più lieve rispetto alla solita della lex Cornelia.Romanarum legum collatio, 4, 3, 6. La familia romana cit. n. 557 pag. 361.
Matrimonio riparatore
Se la donna che aveva perduto il suo onore era una giovane non ancora sposata, per questa si poteva fare ricorso al matrimonio riparatore.
Il costume del matrimonio riparatore è attestato nella Bibbia (Deuteronomio 22:23-29) e aveva per funzione di estinguere il reato, salvando l'onore della donna e anche la vita dell'aggressore.
Infanticidio della prole Benché la dicitura "delitto d'onore" designi solitamente l'omicidio della donna, la motivazione dell'onore poteva riguardare anche l'omicidio dei figli, in altre parole l'infanticidio.
Com'è noto, nell'Antichità romana il marito e padre, detto "pater familias", aveva la libertà di decidere se allevare o meno i propri figli, quindi eventualmente di "esporre" i neonati indesiderati. Invece con l'avvento del Cristianesimo, l'infanticidio viene considerato un crimine e si diffuse la pratica della ruota degli esposti per salvare i bambini indesiderati, fra cui i figli di relazioni adulterineCosì l'arciprete Dateo di Milano descrive le pratiche di infanticidio a cui ricorrevano le donne adultere nell'VIII secolo d.C. .
Se in un primo tempo, si attribuiva la responsabilità della gravidanza solamente alla madre, a partire dall'Illuminismo si iniziò a prendere in considerazione l'impatto degli stupri che aumentavano in tempo di guerra.
Filosofi e giuristi tra cui Immanuel Kant, Cesare Beccaria, Carrara, Gian Domenico Romagnosi iniziano a prendere in considerazione il fatto che le madri che uccidevano i neonati andavano almeno in parte compatite, in quanto esse potevano essere di umilissima origine e avere subìto violenza magari da parte di qualche aristocratico o soldato di passaggio, e cercavano di sfuggire al disdoro sociale sopprimendo il neonatoFrancesca Chessa et al., "Evoluzione normativa del delitto di infanticidio", Rivista di psichiatria, Novembre-Dicembre 2020, Vol. 55, Suppl. 1 al N. 6, pp. S20-S22, doi 10.1708/3504.34902.
L'articolo 369 del codice penale Zanardelli del 1889 faceva propria questa prospettiva e riconosceva le attenuanti anche a chi commetteva un infanticidio per causa d'onore, uccidendo dei figli nati fuori dal matrimonio. Questi figli erano chiamati "prole illegittima". Le attenuanti erano valide purché il bambino non fosse nato da più di cinque giorni e comunque non fosse iscritto nei registri dell'anagrafe.
Questa disposizione è stata abrogata nel 1930 con il Codice Rocco, tuttora in vigore. Secondo l'articolo 576, chi uccide un neonato o un bambino per motivi d'onore rischia fino a 30 anni di prigione.
Ordalia
È importante ricordare che basta un pettegolezzo per intaccare la reputazione di una persona. La pratica dell'ordalia intendeva verificare l'innocenza o colpevolezza di una persona, che veniva accusata di un crimine, affidandola al "giudizio divino".
Benché il nome "ordalia" faccia riferimento a una istituzione germanica, vi sono testimonianze antiche che fanno pensare a usanze analoghe all'ordalia.