In economia il pareggio di bilancio è la condizione contabile di un ente economico che si verifica quando, nel corso di un anno, le uscite finanziarie sostenute eguagliano le entrate conseguite, evitando situazioni di deficit e conseguente ricorso all'indebitamento o alla monetizzazione. Si parla di pareggio di bilancio "strutturale" quando il vincolo del pareggio di bilancio non è imposto annualmente, bensì solo in media lungo l'arco di un intero ciclo economico, consentendo pertanto allo stato di indebitarsi per implementare politiche fiscali espansive in periodi di recessione, salvo poi ridurre il debito contratto tramite politiche fiscali più restrittive duranti i periodi di crescita economica. Nel 2001 la Svizzera è diventato il primo paese al mondo ad introdurre l'obbligo di pareggio strutturale nella propria costituzione.
Descrizione Nell'ambito della contabilità di Stato, il pareggio di bilancio comporta che l'ammontare delle spese pubbliche sostenute dallo Stato e dagli altri enti pubblici sia uguale alle entrate ovvero al gettito fiscale: lo Stato, in tal modo, evita di ricorrere all'indebitamento, ossia al deficit di bilancio pubblico. L'ammontare complessivo dei disavanzi pubblici accumulati ogni anno porta invece alla formazione del debito pubblico.
La spesa sostenuta dallo Stato si distingue in tre distinte categorie: spesa corrente primaria, ossia le spese sostenute per finanziare i servizi pubblici erogati dallo Stato medesimo (previdenza, sanità, pubblica amministrazione); spesa per interessi, cioè le spese per finanziare il debito; spesa in conto capitale, ossia le spese relative agli investimenti. Spesa corrente primaria e spesa per interessi concorrono alla formazione della spesa primaria.
Per ciò che riguarda le entrate, un ruolo pressoché esclusivo spetta ai tributi.
Il pareggio di bilancio, oltre che effetti sulla finanza pubblica, ha anche implicazioni a livello macroeconomico sul sistema economico come espresso dal teorema del bilancio in pareggio.
Pareggio di bilancio e rapporto debito-PIL
Un buon indicatore dello stato di cattiva salute dei conti pubblici di un paese è il suo rapporto tra debito pubblico e PIL. Alcuni paesi, per cercare di limitare tale valore, cercano di mantenere il bilancio in pareggio; in tal modo, il deficit pubblico è uguale a zero, ciò comporta che il debito pubblico nominale si mantenga costante; così il rapporto debito/PIL dipende esclusivamente dal PIL; esso dovrebbe dunque diminuire nell'ipotesi che, nel lungo termine, il PIL aumenti.
Il problema del rapporto debito-PIL è trattato nel caso più generale da un modello matematico (vedi Trattazione matematica del rapporto debito/PIL): in esso si suppone che il PIL cresca ogni anno di una percentuale costante (crescita esponenziale), che l'avanzo primario (ovvero la differenza tra entrate e spesa pubblica, esclusi gli interessi sul debito) diviso per il PIL sia costante (), e che gli interessi annuali sul debito pubblico siano una percentuale costante. Allora l'equazione che descrive il rapporto debito-PIL nell'anno è
ove è il rapporto debito-PIL nell'anno .
Il caso del pareggio di bilancio può essere ottenuto modificando questo modello, considerando il debito nell'anno , , come fisso (= per ogni ) e il PIL con crescita esponenziale (, ove è il PIl iniziale, nell'anno 0). In tali ipotesi il rapporto debito-pil tenderebbe a una decrescita esponenziale (nell'ipotesi che la crescita economica sia positiva):
ove è il rapporto debito-PIL all'inizio, nell'anno 0.
In Italia
In Italia, nei suoi primi 150 anni di storia, il pareggio di bilancio è stato raggiunto solo tre volte: nel 1876, con Marco Minghetti e la Destra Storica, nel corso del triennio 1893-1896, con Sidney Sonnino alla guida del Ministero delle Finanze e del Ministero del Tesoro, e infine nel 1925, con Alberto de' Stefani e la prima fase economica fascista di stampo liberista.
Dal 1992 in poi lo Stato italiano ha praticamente sempre raggiunto il pareggio nel solo Saldo primario, ovvero nella sola differenza entrate e spese correnti (tranne nel 2009 e nel periodo della Pandemia di COVID), ma la spesa per gli interessi sul debito pubblico hanno sempre portato il bilancio complessivo in negativo.
La Costituzione Italiana, all'art. 81, imponeva il pareggio del bilancio con le seguenti parole: "Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte". Tale prescrizione fu seguita fino a metà degli anni '60, quando, deceduto l'estensore di detto articolo costituzionale Luigi Einaudi, una commissione parlamentare appositamente costituita concluse che tra questi mezzi fosse previsto l'indebitamento.
Nell'aprile del 2012 il parlamento italiano ha tentato di irrigidire nel principio costituzionale l'obiettivo del pareggio di bilancio "preventivo" (modificando gli artt. 81-117-119.97 della Costituzione italiana) con la legge costituzionale 20 aprile 2012 n. 1., salvo citare in modo esplicito il ricorso all'indebitamento in questo modo: "Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico". Infatti anche dopo tale modifica ogni legge finanziaria ha sempre previsto il deficit di bilancio con ricorso all'indebitamento.
La norma è stata approvata sia dalla Camera dei deputati e sia dal Senato della Repubblica a maggioranza dei due terzi nella seconda votazione precludendo così la possibilità di un referendum costituzionale dei cittadini. La riforma è stata approvata interamente da PD, PDL e Terzo Polo. La Lega Nord si è astenuta mentre Italia dei Valori ha votato espressamente contro.
La legge di bilancio è comunque la sola espressione di un budget previsionale. Nessuna conseguenza è mai stata prevista a livello di diritto amministrativo per consuntivi negativi, diversamente ad esempio dalla Svizzera. Infatti, dal 1925, nonostante momenti di crescita economica e quindi di gettito fiscale straordinari, non c'è mai stato un anno in cui il gettito fiscale e le altre voci attive dello Stato Italiano (monarchico o repubblicano) abbiano mai superato le spese.
Pareggio di bilancio nel mondo
Svizzera
Dopo continui aumenti del deficit e del debito pubblico nel corso degli anni '90, i cittadini svizzeri decisero tramite una votazione popolare nel dicembre 2001 di sancire il principio del pareggio di bilancio (in tedesco: Schuldenbremse, in francese: frein à l'endettement, in italiano: freno all’indebitamento) a livello costituzionale, diventando il primo paese a riuscirci. Questa norma costituzionale prevede l'obbligo per la federazione svizzera di mantenere in equilibrio le entrate e le uscite del bilancio statale, al netto di aggiustamenti dovuti alla congiuntura economica. Nella fattispecie, la spesa massima consentita è calcolata moltiplicando le entrate per un fattore congiunturale (il rapporto tra il valore di trend del PIL reale e il valore del PIL reale stimato per l'anno in questione), consentendo pertanto di incorrere in deficit durante periodi di recessione, ma obbligando il governo a mantenere un avanzo durante i periodi di crescita economica. Essenzialmente la normativa svizzera obbliga al mantenimento di un pareggio di bilancio strutturale (ovvero un pareggio solo in media, durante tutto l'arco del ciclo economico). Ciò consente al governo di stimolare l'economia tramite una generosa politica fiscale durante i periodi di recessione, a patto che le risorse per queste politiche fiscali vengano poi recuperato tramite una disciplina fiscale stringente negli anni di maggiore crescita economica.
Unione europea Il vincolo del pareggio di bilancio è, assieme ad altri parametri di finanza pubblica, uno dei parametri fissati all'interno del Patto di bilancio europeo, un accordo approvato il 2 marzo 2012 e sottoscritto da 25 dei 27 stati membri dell'Unione europea.
Austria In Austria già nel 2005 il Comitato per il debito pubblico produsse diversi studi, in cui si considerava la possibilità di introdurre un freno all'indebitamento, anche sul modello del sistema svizzero. Questi studi tuttavia non generarono particolare interesse nel dibattito politico. Solo in seguito alla crisi europea del debito, con il conseguente pericolo della perdita del rating nazionale (fino ad allora AAA) e dell'ampliamento del differenziale con i tassi di interesse sul debito tedesco, il governo federale propose di introdurre nella costituzione alcune norme atte a frenare l'indebitamento.
Dal momento che questo avrebbe richiesto i voti di almeno uno dei partiti dell'opposizione, furono condotte diverse consultazioni, ma non si riuscirono ad ottenere voti né dal BZO, che aveva richiesto l'imposizione di un meccanismo di sanzioni, né dai Verdi, che si dichiaravano piuttosto favorevoli ad una tassa sulla ricchezza. Perciò la normativa fu approvata in Parlamento con maggioranza semplice il 7 dicembre 2011. Successivamente il governo federale concluse un accordo con le regioni e gli enti comunali, che equipara il freno all'indebitamento alla normativa a livello costituzionale.
Pertanto è dal 2017 che il deficit strutturale dello stato austriaco non può superare la soglia dello 0,45%, eccezion fatta nel caso di catastrofi naturali e di altre emergenze.
Il 25 settembre 2019 fu sancita dal Parlamento l'iscrizione del freno all'indebitamento nella costituzione austriaca. La proposta di legge ricevette i necessari due terzi dei voti sulla base di un accordo tra i precedenti partiti di governi, ÖVP e FPÖ, e il partito di opposizione, Neos. Per l'adozione della norma costituzionale, tuttavia, rimase comunque necessaria l'approvazione delle regioni, dal momento che il freno all'indebitamento avrebbe impattato notevolmente le loro competenze. Nella votazione del Consiglio federale, la seconda camera del parlamento austriaco, del 10 ottobre 2019 l'adozione della normativa in seno alla costituzione non raggiunse i necessari due terzi dei voti. Sia i senatori dell'SPÖ che quelli dei Verdi rifiutarono l'emendamento costituzionale. Dal loro punto di vista la legge avrebbe determinato una scarsità di fondi per gli investimenti infrastrutturali e per altri eventuali progetti futuri.
Bulgaria La Bulgaria è tra i paesi europei che hanno introdotto il pareggio di bilancio nella propria costituzione. Nel 2010 le uscite del bilancio pubblico ammontavano al 38% del PIL, con un rapporto tra debito pubblico e PIL relativamente basso del 16,2%. Dal 2013 lo stato ha introdotto nella costituzione i limiti all'indebitamento, secondo cui il deficit annuale non può superare il 3% del PIL, mentre il totale delle uscite deve mantenersi al di sotto della soglia del 37% del PIL.
Danimarca Le amministrazioni comunali e regionali danesi (che contribuiscono fino a due terzi del totale delle uscite del bilancio pubblico) sono costrette a mantenere il pareggio di bilancio ogni anno e non possono in alcun modo indebitarsi. Per il governo centrale non esistono invece limitazioni. Il debito pubblico è relativamente basso e nel 2019 ammontava al 33% del PIL.
Germania Anche in Germania il pareggio di bilancio è stato sancito a livello costituzionale all'inizio del 2009 dalla Commissione per il federalismo, tramite l'adozione di misure atte a frenare l'indebitamento della Germania e a vincolare la federazione e le regioni tedesche alla riduzione del debito pubblico.
Hong Kong La costituzione di Hong Kong prevede che il bilancio debba essere sempre mantenuto in pari e che si evitino deficit di bilancio il più possibile. Nel 2019 il debito pubblico in Hong Kong ammontava al 42,4% del PIL.
Francia