La chiesa di Sant'Agata, costruita in uno stile barocco alleggerito e snellito, detto anche barocchetto bolognese, sorge nel centro di Budrio, in via Marconi (già via di Sant'Agata) al numero civico 35. Sotto l'aspetto storico e artistico è una delle chiese più importanti del paese, la prima ad essere stata edificata da una confraternita laicale.

Storia La chiesa, originariamente detta di Santa Maria Nuova, era «piccola [...] di forma quadrata [...] e si trovava fuori dalle mura del castello, sulla fossa, a levante in un luogo dove anticamente era un picciol romitorio» racconta Domenico Golinelli, storico budrieseDomenico Golinelli, Memorie Istoriche Antiche e Moderne di Budrio Terra nel Contado di Bologna, Bologna, Edit. Elio Della Volpe, 1720, p. 118. Quasi allo stesso modo si esprime Domenico Baldassari, curato di San Lorenzo dal 1660 al 1690, il quale, nel suo manoscritto Memorie antiche di Budrio, in Archivio parrocchiale di San Lorenzo, riferisce, a pagina 46, di «...un picciol romitello».

Nel 1379, concluso l'ampliamento del castello voluto dal cardinale Gomez AlbornozIl cardinale Gomez Albornoz, Legato Pontificio a Bologna, aveva ricevuto fin dal 1363, dallo zio, cardinale Egidio Alvarez Carillo, sostituto del Papa Innocenzo VI, allora ad Avignone, l'incarico di riorganizzare gli Stati Pontifici per sottomettere alcuni Signori recalcitranti della Romagna (Ordelaffi, Manfredi, Malatesta e altri). Nell'attuazione di quel progetto, decise la ricostruzione e la fortificazione di alcuni castelli, sulla strada per Lugo, fra cui Budrio, che fu completato delle mura ad est e ricostruito, all'interno, con "belli edifizi". In forza di ciò «...s'accrebbe di popolo e vi si introdussero molte arti», come scrive Domenico Golinelli, in op. cit., p. 64) I lavori furono ultimati nel 1379., la chiesa venne a trovarsi dentro le mura, dove, nel 1410, fu ricostruitaGaetano Giordani, Almanacco statistico bolognese. Indicazioni delle cose notabili di Budrio, Bologna, 1836, Natale Salvardi, p. 191, usa il verbo "fu rifatta" per interpretare l'espressione usata da Domenico Golinelli, in Memorie Istoriche... (op. cit.), p. 118, che recita: «Questa chiesa (Santa Maria Nuova) che nella dilatazione del castello rimase poi situata entro le mura, fu fabbricata nel 1410», in contrasto con la dichiarata preesistenza della stessa, rispetto alla costruzione delle mura, le quali, come è stato osservato, erano state ultimate nel 1379. Pertanto, la datazione che il Golinelli fissa nel 1410, è stata intesa dal Giordani come un totale rifacimento. Resta comunque unanimemente riconosciuto dagli storici che l'inizio costruttivo e il percorso della chiesa della Confraternita prese avvio nel 1410, "a spesa", come attesta ancora il Golinelli, «...di molti divoti Budriesi». Al riguardo, vedi: Fedora Sevetti Donati, S.Agata di Budrio - Storia, Arte, Restauro, Costa Editore, Bologna, 2000, p.16; Heindrich Bodmer, Le opere d'arte di Budrio (manoscritto), Biblioteca Comunale di Budrio, p. 226 ; Pellegrino Antonio Orlandi (Monografia), Capitoli Riformati Manoscritti della Compagnia di Santa Maria Nuova di Budrio, che ebbe principio l'anno 1410, riformati e approvati l'anno 1643 in Notizie degli Scrittori Bolognesi e delle opere loro stampate e manoscritte raccolte da Fra' Pellegrino Antonio Orlandi da Bologna, Bologna, Pisarri Costantino, 1714, p. 326 e altri. «...da molti divoti budriesi capi di famiglia», che da pochi anni si erano costituiti in una Compagnia denominata "della Misericordia".

In quegli anni la vita sociale e spirituale del paese si svolgeva profondamente influenzata dall'accesa predicazione del movimento penitenziale detto "dei Bianchi", che, fin in dal 1399 si era diffuso con grande rapidità in Bologna e nei territori confinantiVenne chiamato "dei Bianchi", perché i confratelli si vestivano con una saio (o sacco) bianco, lungo fino ai piedi, completato di un cappuccio dello stesso colore, che nascondeva il viso, ad eccezione di due fori per gli occhi. Lo storico bolognese Mario Fanti definisce questo straordinario Movimento «...l'ultimo grande fenomeno religioso collettivo del Medioevo» (da L'Ospedale e la chiesa di S.Maria della Carità - il Moto dei Bianchi e la Confraternita di Santa Maria della Misericordia, detta della Carità di Bologna, Bologna, 1981, p. 27 e segg. riportato da Fedora Servetti Donati, in Sant'Agata di Budrio - Storia Arte Restauro, Autori vari, Costa Editore, Bologna, 2000, p.15. Il Movimento dei Bianchi si era formato a Chieri, in Piemonte. Dapprima fu avversato dalle Autorità civili, poi trovò l'appoggio di vari Signori e dell'Arcivescovo Fieschi a Genova. Qui si divise in due correnti principali: una si diresse verso il Friuli e la valle padana, favorita da Nicolò d'Este a Ferrara, da Francesco Carrara a Padova e da Carlo Malatesta a Rimini; l'altra dilagò in Umbria, quindi, accolta anche da papa Bonifacio IX, si diffuse in Roma con espansione in Calabria e in Campania. (Dizionario Enciclopedico Italiano, 1955, alla voce "Bianchi").

Nel clima di quel movimento che, invocando la misericordia divina, indicava nella pratica della penitenza e nelle opere di carità elementi determinanti per la salvezza dell'anima, la Confraternita si affermò e iniziò a ricevere offerte e donazioni, con le quali, nel 1457, poté provvedere ad un primo ampliamento della propria chiesa che venne «...allungata in forma irregolare»Heinrich Bodmer, Le Opere d'arte di Budrio attraverso i secoli (manoscritto), 1943, Biblioteca Comunale, Budrio, p. 226, a questo riguardo dice: «Un dono di Atonia, vedova di Sante Ugozzoni, che lasciò alla chiesa tutti i beni del marito defunto, permise alla Compagnia di ingrandire il tempio. La chiesa venne allungata in forma rettangolare».

Nel 1473 la chiesa venne nuovamente accresciuta con il completamento di un magnifico portico, già progettato fin dal 1443, costituito di sei luminose arcate, la più importante testimonianza artistica, per Budrio, del quindicesimo secoloDomenico Golinelli, op. cit. p. 119. Le prime due arcate del portico erano state costruite da Paolo d'Emilio Sarti fin dal 1457 con progetto esistente già nel 1443; le altre quattro poterono essere costruite soltanto nel 1473, quando a Paolo d'Emilio Sarti si aggiunsero Paolo Sprocani e altri budriesi.. Cento anni dopo, nel 1573, la chiesa venne ampliata nuovamente con l'aggiunta, in profondità, di un oratorio, l'attuale abside.

Se da un lato tale ampliamento sopperì alle aumentate necessità di culto, dall'altro alterò ancor più profondamente gli equilibri estetici di tutto l'immobile, che risultò eccessivamente sproporzionato in lunghezza.

Dovettero passare altri due secoli prima che la Compagnia potesse provvedere a quella profonda ristrutturazione, che portò la chiesa all'aspetto attuale. Nel 1783 infatti le lunghe attese poterono finalmente essere soddisfatte. Gli "assuntori" della Compagnia affidarono la realizzazione del progetto di ristrutturazione al giovane architetto budriese Giuseppe Tubertini che già godeva ampia stima nell'ambiente accademico di Bologna. Questi adottò alcuni accorgimenti che furono subito ammirati per l'originalità e la coerenza stilistica con i primi lineamenti del gusto neoclassico di cui l'Accademia Clementina si farà portavoceFerruccio Codicé Pinelli, Incontri n° 6, Giugno, 1973, IV: La chiesa di Sant'Agata a Budrio, p. 21..

Il Tubertini divise idealmente la chiesa in tre zone: la navata, l'abside con il presbiterio e il coro. Modificò la navata ricavando quattro cappelle, due per parte, leggermente incassate ed elevate di due gradini, distanziate l'una dall'altra con coppie di lesene erette su basi unificate, che ornò con capitelli ionici.

Sulle quattro cappelle, sovrastate da un cornicione a tutto giro, aprì altrettante finestre e sostituì il tetto a capriate con una volta a botte. Completò poi la navata collocando, sopra la porta d'ingresso, l'organo e la cantoria. Predispose la zona absidale soprelevandola di due gradini rispetto alla navata e definì il presbiterio rialzando il piano di ulteriori tre gradini, di cui uno per l'altar maggioreLa zona presbiteriale, fin dalle prime basiliche paleocristiane, è stata tenuta sopraelevata rispetto alla sala, sia per sottolineare la sacralità del luogo, sia per rendere maggiormente visibile lo svolgimento delle funzioni. Solitamente la sopraelevazione è legata ad un numero misto di gradini.. Eresse quindi un colonnato disposto a semicerchio, che collegò, in alto, con una duplice copertura: la prima, a cupola e, a seguire, la seconda, a volta emisferica, dipinta a cassettoni. Infine, come elemento unificante di tutte le modifiche apportate, studiò un'ampia ornamentazione in stucco alla quale gli Assunti davano una grande importanza, addirittura preponderante rispetto agli altri lavoriHeinrich Bodmer, op. cit. p. 228.. L'esecuzione di questi venne affidata a due "valenti artisti", Antonio Lepori di Lugano e Giuseppe Leonardi di Bologna, molto noti sul posto per aver eseguito apprezzatissimi lavori nella chiesa parrocchiale di San LorenzoGaetano Giordani, Almanacco statistico … (op. cit.), p. 191. «Uno dei due eseguì l'ornato sopra l'arcata delle cappelle laterali, la decorazione sopra il cornicione e le cornici delle lapidi marmoree alle pareti del presbiterio; mentre l'altro provvide alla esecuzione dello scudo accompagnato da volute e ghirlande sopra l'arco del presbiterio» e alla ricca ornamentazione dell'altareHeinrich Bodmer, op. cit., pp. 228 e 232..

Nel complesso, con questi felici accorgimenti il Tubertini riuscì a spezzare l'eccessiva lunghezza del tempio e con l'applicazione del bel barocchetto bolognese, alleggerito e snellito nella sobria solennità della sua interpretazione, rendendo possibile un'armoniosa visione d'assieme. Ottenne poi, oltre lo sfondo delle colonne, un effetto scenografico della tela e della grande cornice seicentesca di notevole suggestione.

La conclusione dei lavori venne solennizzata dall'intervento del cardinale di Bologna Andrea Giovannetti, benedettino. La Confraternita volle ricordare l'avvenimento con due iscrizioni a forma di lapide, che pose sulle pareti del presbiterio, una contrapposta all'altra: quella a destra per ricordare la conclusione dei lavori, 1792, con l'espressione: SACRA EXORNATA AEDE. AN. MDCCXCII, quella a sinistra, per ricordare l'atto fondamentale con il quale il cardinale Francesco Gonzaga l'aveva precedentemente confermata e ufficializzata.

Fin alla fine del secolo e cioè fino alle soppressioni napoleoniche, la vita di questa chiesa è sempre stata così strettamente legata a quella della Confraternita che l'aveva voluta e a quella dell'ospedale di cui era parte integrante, da essere identificata con l'uno o con l'altra, indifferentemente. Tanto che nei documenti dal 1400 al 1700 viene spesso denominata: Confraternitas hospitalis Sanctae Agate o Societas Sanctae Agate od Hospitale Sanctae Agate. Se la Confraternita era il fulcro dell'attività economica e organizzativa, la chiesa fu per secoli il centro dell'attività religiosa e assistenziale del paese.